20 febbraio 2021

La Collezione Maramotti tra presente e futuro. Intervista a Sara Piccinini

di

Sara Piccinini è Direttrice della Collezione Maramotti dallo scorso gennaio, dopo 14 anni di impegno in Collezione. In occasione dell'inaugurazione di "How to be Enough", personale di Ruby Onyinyechi Amanze, abbiamo parlato con la neo-Direttrice di storia e progetti della Collezione

Ruby Onyinyechi Amanze, How to be Enough (part.), 2021, tecnica mista su carta, 311 x 1780 cm, Ph. Roberto Marossi © Collezione Maramotti


Aperta al pubblico nel 2008, la Collezione Maramotti si è affermata a livello internazionale come centro di produzione e sperimentazione artistica, ultima, in ordine cronologico, la realizzazione del monumentale lavoro su carta di 18 metri di lunghezza di Ruby Onyinyechi Amanze (1982, Port-Harcourt, Nigeria) “How to be Enough”, che inaugura domani, 21 febbraio.

Accanto a una collezione di diverse centinaia di opere realizzate dal 1945 a oggi, di cui oltre duecento in esposizione permanente, la Collezione Maramotti invita a lavorare nei propri spazi artisti le cui operei oggi sono entrate nella collezioni delle più importanti istituzioni e su cui la Collezione ha scommesso, in molti casi prima che questi artisti raggiungessero i livelli più alti, offerendo momenti sperimentazione, spesso nell’ambito del Max Mara Art Prize for Women in collaborazione con la Whitechapel Gallery di Londra, come per Laure Prouvost e Helen Cammock, poi vincitrici anche del Turner Prize.

A rendere possibile tutto ciò uno staff di cui, dal 2007, fa parte Sara Piccinini, che nella Collezione ha ricoperto vari ruoli, occupandosi, tra i molti aspetti, di progetti espostivi, di produzione e delle residenze legate al Max Mara Prize, diventando Senior Curator nel 2018 e, da gennaio, 2021, Direttrice.
Nell’intervista qui sotto abbiamo approfondito con lei vari aspetti della Collezione oggi.

Ruby Onyinyechi Amanze, “How to be Enough”

Ruby Onyinyechi Amanze, How to be Enough, 2021, tecnica mista su carta,311 x 1780 cm, Ph. Roberto Marossi © Collezione Maramotti

“How to be Enough”, che rimarrà allestita fino al 25 aprile, porta per la prima volta in Italia la ricerca di Ruby Onyinyechi Amanze, artista di origini nigeriane, che, cresciuta nel Regno Unito, vive tra Philadelphia e New York, e vanta un curriculum internazionale, costruito spostandosi in vari luoghi.

Da alcuni anni Ruby Onyinyechi Amanze lavora esclusivamente su carta e per il progetto alla Collezione Maramotti ha realizzato un lavoro su una scala da lei masi sperimentata prima, su invito, come lei ricorda, della curatrice Sara Piccinini, ad “assumersi un rischio”. How to be Enough è un lavoro dal significato stratificato, “luogo” di sperimentazione nella sua interezza: ci sono lo spazio, fondamentale nella ricerca dell’artista, le figure, la loro disposizione in una “dimensione bianca” ma non vuota, a ricordare una condizione simile all’acqua, e le loro posizioni, mutate dallo sport e soprattutto dalla danza, che gioca un ruolo di primo piano nella ricerca di Ruby Onyinyechi Amanze. Anche il modo di allestire il lavoro, è votato alla trasmissione della sensazione del movimento: pur appeso alla parete ogni foglio è stato montato a una differente distanza dal muro, generando per l’occhio una continua esplorazione.
Ruby Onyinyechi Amanze è anche danzatrice e a giugno 2021 presenterà una performance negli spazi della Collezione.

Intervista a Sara Piccinini, Direttrice della Collezione Maramotti

Sara Piccinini, Ph. Chiara Cottafavi © Collezione Maramotti

Lei lavora alla Collezione Maramotti dal 2007, prima ancora che venisse aperta al
pubblico, dal 2018 è stata Senior Coordinator e ora ne è la nuova Direttrice. Che cosa è cambiato nel Suo ruolo con la nomina a Direttrice e quali ulteriori funzioni ha assunto? 

«La nomina a direttrice è stata il riconoscimento di un bellissimo un percorso di quattordici anni all’interno della Collezione, e una conferma del lavoro degli ultimi tre anni come coordinatrice. A inizio 2018, al termine della direzione di Marina Dacci, mi è stata data piena responsabilità, con uno staff di colleghi che conoscevo già molto bene e che a sua volta è stato pienamente coinvolto nella riorganizzazione interna e nel confronto con inedite sfide quotidiane.
Il mio ruolo è di collegamento con i collezionisti, supporto e dialogo progettuale con gli artisti, supervisione organizzativa, sinergia con istituzioni italiane e internazionali». 

Collezione Maramotti, Ingresso lato Nord, Ph. C. Claudia Marini © Collezione Maramotti

Che cosa significa assumere le redini di una delle istituzioni più rilevanti per il contemporaneo in Italia e con un alto profilo internazionale in un momento storico anomalo e complesso come quello della pandemia?

«La pandemia e le sue conseguenze hanno richiesto un’intensa spinta creativa a tutti, inclusi i soggetti culturali. Siamo stati precipitati in uno scenario in cui alcune tendenze sono state molto accelerate e nuove situazioni si sono imposte in tutta la loro complessità. Ma sono sicura che alcune delle esperienze positive generate da questo difficile periodo proseguiranno». 

Collezione Maramotti, Veduta di sala, open space, opere di Huma Bhabha, Mark Manders, Erick Swenson, Ph. C. Dario Lasagni © Collezione Maramotti
Come ha visto cambiare la Collezione Maramotti negli anni, sia a livello di acquisizioni che di progettualità?

«Progettualità e acquisizioni sono strettamente legate in Collezione. Le opere che gli artisti realizzano per le nostre mostre, che sono molto spesso progetti site specific, vengono acquisite, diventano parte della storia della raccolta. Altre volte l’acquisizione di una singola opera è l’incipit dell’invito a un artista a concepire un’intera mostra per i nostri spazi.
La storia delle mostre in Collezione dal 2008 a oggi ha un forte focus sulla pittura, in continuità con la raccolta più storica esposta in permanenza, che inizia con lavori della fine degli anni ’40. L’attenzione della famiglia Maramotti per questo medium è costante, e penso che questo identifichi la Collezione come uno dei luoghi maggiormente attivi in Italia per quanto riguarda la ricerca pittorica contemporanea.
Certo, negli anni hanno preso forma anche progetti diversi, installativi, sculturali – ma in fondo anche nel primo nucleo raccolto da Achille Maramotti (fondatore di Max Mara e padre dell’attuale generazione di collezionisti) troviamo sculture di Ettore Colla e Henry Moore, e diverse opere dell’Arte Povera. Una collezione privata è intrinsecamente attraversata da connessioni, da affinità intercettate da chi riunisce elementi diversi, per empatia e risonanza». 

Svenja Deininger, Two Thoughts, Veduta di mostra, Collezione Maramotti, 2020
Ph. Andrea Rossetti © Collezione Maramotti
Come si sono evoluti nel tempo la posizioni e il ruolo della Collezione Maramotti nel sistema dell’arte italiano e in quello internazionale?

«La risposta dovrebbe forse essere data da un osservatore esterno. Ma quello che sicuramente è avvenuto è stato un graduale ma solido riconoscimento, da parte del pubblico, degli addetti ai lavori e degli altri soggetti culturali.
Negli anni sono state sviluppate numerose e diverse collaborazioni istituzionali, attraverso prestiti di singole opere o intere mostre a musei di tutto il mondo, dal Guggenheim di New York al MCA Chicago, dal Musée des Arts Décoratifs di Parigi al Multimedia Art Museum di Mosca.
Sono anche state attivate importanti sinergie in Italia e sul territorio. Dal 2009 a oggi, grazie a una collaborazione con la Fondazione I Teatri di Reggio Emilia, abbiamo ospitato sei coreografi del calibro di Trisha Brown o Dimitris Papaioannou, con performance site specific in Collezione (e nell’autunno 2021 arriveranno i Peeping Tom, con un nuovo spettacolo in corso di elaborazione che è stato recentemente selezionato tra i finalisti del prestigioso Fedora Prize).
Siamo anche partner nel circuito del festival di Fotografia Europea e in dialogo con il Comune della nostra città, su iniziative particolari, come nel caso di Margherita Moscardini nel 2019, che ha portato all’installazione di una scultura permanente in un parco pubblico del centro storico di Reggio, parte di un ampio progetto sul campo per rifugiati di Za’atari, in Giordania».

Mona Osman, Rhizome and the Dizziness of Freedom, veduta della mostra, Collezione Maramotti, 2019, Ph. Dario Lasagni © Collezione Maramotti
Uno dei progetti di massimo rilievo della Collezione Maramotti è il Max Mara Art Prize for Women in collaborazione con la Whitechapel Gallery di Londra. Quale significato ha avuto, negli anni, questa partnership per la Collezione? Come Direttrice pensa di mantenere una sostanziale continuità di impostazione in questo ambito o proporrà delle novità?

«Il Max Mara Art Prize for Women nasce nel 2005, ancor prima che la Collezione Maramotti esistesse, come partnership fra Max Mara e Whitechapel Gallery, per sostenere e promuovere il lavoro di artiste emergenti con base nel Regno Unito.
Nel 2007 la Collezione entra come terzo partner, e da allora, edizione dopo edizione, il suo ruolo diventa sempre più attivo. In particolare, da diversi anni la Collezione organizza la residenza di sei mesi in Italia dell’artista vincitrice, modellata sul suo specifico progetto. Il Premio ha una sua struttura e un’identità molto definite, e penso quasi uniche: Whitechapel Gallery forma e presiede la giuria di ogni edizione, nomina le finaliste e poi una vincitrice, la Collezione si prende cura della residenza, entrambe le istituzioni agevolano la produzione delle opere e presentano la mostra nei loro spazi. Max Mara supporta il Premio, a livello economico, di conoscenza e di comunicazione. E tutto questo ha offerto una grande opportunità ad artiste che poi hanno proseguito brillantemente il loro percorso – Laure Prouvost ed Helen Cammock sono state in seguito vincitrici anche del Turner Prize.

Quello che cercheremo di fare è di dare a questo Premio una diffusione sempre più ampia e di sostenere le artiste vincitrici nel modo più efficace. L’ultima, Emma Talbot, che verrà in residenza quest’anno tra Roma, Reggio Emilia e la Sicilia, sarà anche protagonista del progetto CIRCA il prossimo marzo: una sua opera originale sarà proiettata sulle Piccadilly Lights di Piccadilly Circus ogni sera del mese alle 20.21, per due minuti e mezzo (e in contemporanea su circa.art). Questa importante partecipazione, ad esempio, è frutto di una collaborazione fra la Collezione e CIRCA». 

Helen Cammock “Che si può fare (What can be done)”, Collezione Maramotti, Reggio Emilia, 2019-2020, Ph. Dario Lasagni © Collezione Maramotti
Che cosa pensa dell’attuale situazione di musei e fondazioni legata alla pandemia? Quali ritiene siano le necessità più urgenti?

«I decreti emanati per il contenimento del contagio hanno in qualche modo reso ancora più evidente come il percorso verso un riconoscimento delle arti e della cultura come elementi essenziali sia ancora molto lungo.
In una situazione come quella attuale, penso che sia fondamentale mantenere e coltivare quotidianamente una relazione con il pubblico, seppur nei limiti delle possibilità consentite. Occorre immaginare nuove forme di racconto e di condivisione, nel rispetto della propria identità. E credo anche che continuare a costruire rapporti di collaborazione e progettualità condivise insieme ad altri partner sia la strada giusta per superare questo momento e porre nuove interessanti basi per il futuro». 

Enoc Perez, Brigitte Schindler, Carlo Mollino, Mollino/Insides, Collezione Maramotti 04.10.2020 – 16.05.2021, Credit for all installation views: Ph. Roberto Marossi © Collezione Maramotti
La programmazione 2021 vede due importanti progetti principali, la prima personale in Italia di Ruby Onyinyechi Amanze, e, in autunno, quella del duo TARWUK, oltre alla
prosecuzione dei progetti legati all’archivio e alla biblioteca. Come queste due mostre si collocano nel percorso di ricerca della Collezione?

«Ruby Amanze lavora con una tecnica mista su grandi carte, parte dal disegno, ma interviene poi con acrilici, vernici, inchiostri, quindi si inscrive in qualche modo nella sfera dell’esplorazione del linguaggio pittorico. Ma l’invito a Ruby è stato anche determinato dall’interesse per la ricerca di un’artista di 38 anni, nata in Nigeria, cresciuta nel Regno Unito e poi trasferita a Philadelphia, e nella biografia della quale si legge che considera “casa” molti luoghi. Come si incontrano e si ibridano diverse stratificazioni culturali e visive, quali archetipi attraversano il lavoro di un’artista con radici disseminate? Ruby ha avuto modo di lavorare, per questa mostra, su una dimensione monumentale che non aveva mai sperimentato prima.
Il progetto dei TARWUK si concentrerà invece su sculture-installazioni e una serie di disegni, in cui pure si ritrovano influenze diverse. Bruno e Ivana sono croati, sono nati appena dopo la morte di Tito (hanno quarant’anni), hanno vissuto il processo di disgregazione della federazione socialista della ex-Jugoslavia. Da anni la loro base è New York, lavorano con media differenti, con un approccio libero e allo stesso tempo rispettoso e approfondito con i loro riferimenti storico-artistici. Sono interessati soprattutto alla figura umana, alle sue complesse stratificazioni – fisiche, emotive, esistenziali, politiche. In questo caso, l’elemento pittorico non sarà centrale, ma ricordo che in Collezione ci sono, ad esempio, anche sculture di Huma Bhabha, Mark Manders, Enrico David, tutti artisti di cui abbiamo presentato anche esposizioni personali.
Ciò che rende un progetto per noi interessante è soprattutto legato a intercettare un momento di sviluppo importante nel percorso di ricerca di un artista. E anche la possibilità di condividere con il pubblico lavori nuovi, di artisti che molto spesso non hanno ancora avuto mostre personali in Italia». 

Collezione Maramotti, Veduta di sala, open space 2° piano / Exhibition view, open space 2nd floor
opere di / artworks by: Erick Swenson, Barry X Ball, Tom Sachs, Mark Manders, Kiki Smith, Ph. C. Carlo Vannini © Collezione Maramotti

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui