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Addio a Carlo Ginzburg: è morto a 87 anni lo storico che insegnò a leggere le immagini
Personaggi
di Redazione
È morto a Bologna, all’età di 87 anni, Carlo Ginzburg, uno degli storici italiani più influenti del secondo Novecento e tra le figure che più hanno contribuito a ridefinire il rapporto tra ricerca storica, antropologia, letteratura e storia dell’arte. Nato a Torino nel 1939, figlio dell’intellettuale antifascista Leone Ginzburg e della scrittrice Natalia Levi Ginzburg, lascia un’opera che ha segnato profondamente gli studi storici internazionali, dalla “microstoria” alle indagini sui processi inquisitoriali, dalle credenze popolari alla riflessione sul metodo indiziario.
Se il suo nome rimane legato soprattutto a libri come I benandanti (1966) e Il formaggio e i vermi (1976), che hanno trasformato figure marginali della storia in strumenti per comprendere interi universi culturali, una parte significativa della sua ricerca ha riguardato anche le immagini, la loro interpretazione e il rapporto tra storia e rappresentazione. Una tappa fondamentale della sua formazione è stata il Warburg Institute di Londra, centro di ricerca sull’immagine fra i più importanti al mondo, che avrebbe influenzato profondamente il suo modo di guardare alle immagini come documenti storici complessi e stratificati.
Carlo Ginzburg e la storia dell’arte
Pur non essendo uno storico dell’arte, Ginzburg ha sviluppato un dialogo costante con la disciplina, spesso mettendone in discussione metodi e gerarchie. Lo fece soprattutto attraverso l’attenzione all’iconografia, ai committenti, ai contesti sociali e politici che danno forma alle opere, contrapponendosi a una tradizione di studi concentrata prevalentemente sulle questioni stilistiche.
Questa impostazione trovò una delle sue espressioni più note in Indagini su Piero (1981), libro dedicato ad alcune delle opere più celebri di Piero della Francesca. Attraverso una minuziosa analisi di dettagli apparentemente marginali – gesti, attributi, figure secondarie, riferimenti storici – Ginzburg propose nuove interpretazioni del Battesimo di Cristo, del ciclo della Leggenda della Vera Croce ad Arezzo e soprattutto della misteriosa Flagellazione di Urbino. Il volume, costruito come una vera e propria indagine storica, metteva al centro il rapporto tra iconografia, committenza e contesto politico, aprendo un dialogo serrato con la tradizione critica rappresentata da studiosi come Roberto Longhi e Kenneth Clark.
L’interesse per le immagini attraversa in realtà tutta la sua opera. Già nel saggio Spie. Radici di un paradigma indiziario (1979), uno dei suoi testi più influenti, Ginzburg individuava nella capacità di leggere tracce minime e dettagli apparentemente insignificanti un metodo comune alla storia, alla medicina, alla critica d’arte e all’investigazione. Un paradigma che trovava uno dei suoi punti di riferimento proprio nella connoisseurship di Giovanni Morelli, figura centrale per la storia dell’attribuzionismo artistico.
Il confronto con Warburg
Tra i contributi più importanti di Ginzburg agli studi sulle immagini occupa un posto centrale il saggio Da A. Warburg a E. H. Gombrich. Note sul problema di un metodo, pubblicato originariamente nel 1966 e successivamente raccolto nel volume Miti emblemi spie. Morfologia e storia.
Il testo rappresenta una delle prime e più influenti riflessioni italiane sul cosiddetto “metodo warburghiano”. Ginzburg vi analizzava la figura di Aby Warburg, fondatore di una disciplina che attraversava storia dell’arte e delle religioni, antropologia e psicologia della cultura, interrogandosi sul modo in cui le immagini conservano e trasmettono nel tempo formule espressive, simboli e memorie collettive.
Attraverso il confronto con Ernst H. Gombrich, autore della fondamentale biografia intellettuale di Warburg, Ginzburg cercava di chiarire le tensioni interne a quell’eredità metodologica: da un lato la volontà di ricostruire genealogie culturali rigorose, dall’altro l’attenzione per sopravvivenze, ritorni e migrazioni delle immagini che sfuggono a ogni linearità storica.
Il saggio contribuì in modo decisivo alla diffusione del pensiero warburghiano in Italia e rimane ancora oggi un riferimento per chiunque si occupi di iconografia e iconologia.
Una ricerca tra immagini, tracce e memoria
L’interesse di Ginzburg per la cultura visuale non si esaurì con Warburg o con Piero della Francesca. In Miti emblemi spie trovano spazio anche studi dedicati a Tiziano, alla figurazione erotica nel Cinquecento, alle relazioni tra immagini e miti, fino alle riflessioni su Freud e sulla costruzione delle narrazioni simboliche.
Questa attenzione alle immagini nasceva dalla convinzione che esse costituissero una fonte storica al pari dei documenti scritti, capace di rivelare strutture profonde della cultura e della memoria collettiva. Per Ginzburg le immagini non erano semplici illustrazioni della storia, ma luoghi nei quali confluiscono conflitti, credenze, ideologie e sistemi di pensiero.
Nel corso della sua carriera ha insegnato nelle università di Bologna, Harvard, Yale, Princeton, UCLA e alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Tra i numerosi riconoscimenti ricevuti figurano il Prix Aby Warburg nel 1992, il Premio Feltrinelli dell’Accademia dei Lincei nel 2005 e il Premio Balzan nel 2010.
Con la sua scomparsa viene meno una delle voci che più hanno contribuito a costruire un terreno di confronto tra discipline. Storico delle credenze popolari, teorico della microstoria e interprete delle immagini, Ginzburg ha mostrato come un dettaglio, una traccia o un frammento iconografico possano aprire prospettive inattese sulla complessità della storia.














