31 agosto 2020

Casa Spina: Natura, Uomo, Covid-19. Intervista a Francesca Romana Pinzari

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Un emozionante racconto che utilizza, come parole, spine e cristalli è andato in scena a Casa Vuota, facendo riflettere sulla Natura quando prende il sopravvento sull’uomo. Alcune considerazioni a margine

Francesca Romana Pinzari, è stato solo un incidente, 2020, cristalli di solfato di rame su sedie, misure ambientali (particolare)

Si conclude oggi la mostra “Casa Spina”, una personale di Francesca Romana Pinzari (Perth, 1976) a cura di Francesco Paolo Del Re e Sabino de Nichilo, negli spazi espositivi domestici di Casa Vuota a Roma. Ecco alcuni spunti di riflessione e un bilancio di una mostra che si è dipanata tra lockdown, fasi 2 e 3 della pandemia, attraverso le parole dell’artista, che abbiamo intervistato.

L’intervista a Francesca Romana Pinzari

Per oltre un anno hai lavorato a questa mostra incentrata sul tema della Natura che si autogenera e che prende il sopravvento sull’operato dell’uomo. Poi è sopraggiunto il Covid-19. Che effetto ti ha fatto?

«Da quando, circa un anno e mezzo fa, mi è stato chiesto di progettare la mostra a Casa Vuota, fin da subito ho avuto ben chiara l’atmosfera nella quale avrei voluto proiettare il visitatore all’interno di un tempo sospeso e dilatato, in una casa dove gli oggetti avrebbero mutato forma e utilizzo.

Abbiamo inaugurato una decina di giorni prima della chiusura di tutte le attività a causa Covid-19 e, quando finalmente abbiamo riaperto i battenti, sia io che i curatori Francesco Paolo del Re e Sabino de Nichilo ci siamo sorpresi di come e quanto la mostra Casa Spina fosse stata premonitrice delle atmosfere e sensazioni che il lockdown aveva fatto vivere a tutti noi e di come i visitatori successivi la percepissero con ancora più pathos.

Gli oggetti trasformati, aggrediti, impreziositi e preservati dalle concrezioni cristalline che ho fatto crescere sulla loro superficie, hanno aumentato inevitabilmente la loro carica simbolica dopo questa esperienza collettiva.

Le lunghe spine degli arbusti che sembrano uscire direttamente dagli oggetti e dalle pareti della casa ricordavano le foto che abbiamo visto in tv e sui social delle città deserte e delle piazze, dove le erbacce si sono fatte strada sull’asfalto e sui monumenti in poche settimane di abbandono.

Entrare di nuovo nella mia mostra a distanza di quasi tre mesi ha avuto un forte impatto psicologico anche su me stessa. Ho avuto la sensazione che le opere che avevo realizzato durante l’anno precedente non mi appartenessero più, ma che fossero oramai parte di una dimensione atemporale, e che si fossero effettivamente autogenerate e fossero mutate all’interno di quegli spazi domestici. Gli oggetti della mia famiglia come le scarpe da sposa di mia madre cristallizzate e le posate d’argento del servizio di casa sulle quali sono cresciute le spine, avevano assunto forme archetipiche ancora più definite».

Scarpe, 2020, cristalli di cromo di potassio su scarpe, vassoio d’argento

Sul concetto di Natura che riprende il suo ruolo di madre generatrice anche sull’uomo reo di averne alterato – forse irrimediabilmente –  gli equilibri, è incentrata la ricerca che porti avanti già da alcuni anni. Mi riferisco a quella sulla cristallizzazione della materia. Come è cominciato questo tuo percorso?

«Sono arrivata gradualmente alla cristallizzazione, tra le varie tecniche che utilizzo nella mia ricerca. Lavoravo già da anni con materiali naturali come i crini di cavallo, gli esoscheletri di cicale e i rami spinosi. A questi elementi tra l’organico e il vegetale sentivo la necessità di aggiungere anche il mondo minerale. Ci pensavo oramai da tempo ma, come spesso mi capita tra l’idea iniziale, lo studio e poi la realizzazione effettiva dell’opera, possono passare anche diversi anni. Non sapevo quasi nulla di chimica e, dopo alcune ricerche, ho scoperto che potevo produrre e sviluppare io stessa degli elementi minerali attraverso le procedure di saturazione e precipitazione di alcune soluzioni. Il tutto si sposava perfettamente con la mia passione per l’alchimia, sia da un punto vista filosofico che chimico, e anche a una parte della mia ricerca artistica che riguarda la leggera perdita di controllo sul risultato finale dell’opera d’arte. Ho così iniziato a far letteralmente “crescere” i cristalli sulle mie sculture spinose. I tempi di cristallizzazione sono molto lunghi, e per completare una sola opera possono volerci mesi interi. Per questo i primi lavori con questa tecnica li ho iniziati nel 2015, ma sono riuscita a esporli solamente nel 2017 in una mostra nella quale gli elementi vegetale, minerale e organico si fondevano dando vita a opere totalmente naturali.

Il titolo di alcuni lavori è “Natura Naturans”, termine usato anche da Baruch Spinoza per descrivere la natura talmente perfetta da potersi autogenerare. Con queste opere intendevo restituire alla Natura il suo ruolo di madre generatrice».

Hunger, 2020, Posate d’argento, rami e spine di rose su tovagliolo vintage

Dall’evoluzione spontanea della tua ricerca deriva il progetto espositivo “Casa Spina” per Casa Vuota. Come lo hai pensato e di cosa parla?

«Per Casa Vuota mi è stato chiesto di pensare un progetto interamente site specific, e quello che è venuto fuori è l’evoluzione spontanea della mia precedente ricerca. Il tema era diverso, ma non si è spostato di molto dal fulcro del mio pensiero. Così sono passata con disinvoltura dalla Natura che si autogenera alla Natura che prende il sopravvento sull’operato dell’uomo.

La mostra parla quindi della Natura che invade prepotentemente gli spazi che gli abitanti della casa hanno abbandonato. Non ci è dato sapere per quale motivo, ma la loro assenza si percepisce con forza, e la cristallizzazione ne ferma il tempo sospendendolo in una attesa infinita. La cristallizzazione in questo caso non rappresenta solamente la Natura che si riappropria dei suoi spazi, ma simboleggia anche il tempo sospeso e apparentemente infinito che preserva e distrugge l’oggetto rendendolo inutilizzabile e, a volte, persino pericoloso. Una cristallizzazione che non è da intendersi solo naturale, ma anche psicologica, che ferma nel tempo l’oggetto e il suo significato, caricato di un’energia mistica allusiva di volta in volta di scenari fiabeschi o violenti».

Trappola per sogni, 2020, cristalli di allume di rocca su tela e telaio cm 60X40

La tua è stata una mostra partita con il lockdown e proseguita nella cosiddetta fase 2 e 3 della pandemia: scandita, pertanto, tra fruizione virtuale sul web e i social, e su visite contingentate “in presenza”. Siamo al giorno del finissage. Qual è il bilancio di questa tua esposizione necessariamente “slow”?

«Questa mostra ha vissuto le due settimane precedenti all’emergenza nazionale, tutto il lockdown e le fasi 2 e 3. Debbo dire che, dopo un iniziale smarrimento e alcuni attimi di puro terrore, siamo riusciti a tirare fuori comunque una grande grinta grazie a un buon lavoro di squadra. Casa Vuota è uno spazio molto particolare rispetto ai tanti spazi indipendenti e “alternativi” presenti su Roma: mantiene infatti una sua identità molto caratterizzante ed è sempre stata molto attiva sui social. Ha quindi continuato a pubblicare una foto nuova al giorno per tutta la durata della mostra, anche durante il lockdown. In questo modo le persone che avevano partecipato al vernissage hanno potuto rivedersi nei social, e i futuri visitatori prendere informazioni e sbirciare le opere in foto prima di poterle vedere dal vero. Il cambiamento drastico e la momentanea paralisi delle programmazioni espositive ci hanno permesso di recuperare i mesi passati inermi prorogando la mostra fino a oggi, organizzandoci con visite su appuntamento per un massimo di tre persone alla volta. Questo nuovo metodo di fruizione dona un’ulteriore sensazione di intimità con lo spazio e le opere, che normalmente si perde durante le affollatissime inaugurazioni o le visite in gruppo alle quali eravamo abituati in precedenza. La riapertura è stata forse la parte più complicata. Le persone, inizialmente ancora molto spaventate, non capivano se fosse visitabile e con quali modalità, ma gradualmente abbiamo ripreso un buon ritmo, anche durante il mese di agosto siamo riusciti ad avere numerosi visitatori».

Sacro Sale, 2020, cristalli di allume di rocca su dipinto su tela cm 43X37

Progetti futuri?

«Durante il lockdown mi sono avvicinata alla fotografia, un mezzo che finora ho utilizzato poco, e ho realizzato una serie di autoscatti sulla mimetizzazione e sulla metamorfosi che sto continuando a produrre e a studiare. Ora bisogna riorganizzarsi seriamente. Molte mostre che erano già in programma sono slittate a data da definirsi, ma tanti nuovi progetti sono nati proprio grazie a questo strano periodo. Il modo di fare arte e quello di fruirla saranno ormai irreversibilmente diversi».

e’ stato solo un incidente, 2020 cristalli di solfato di rame su sedie misure ambientali

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