29 maggio 2013

L’Intervista/Mariagrazia Pontorno L’illusione della natura

 
L'artista ha dato poco pubblicato la monografia Roots(Charta), che è stata presentata a Pisa nell’ambito del ciclo Artiste Contemporanee. Al centro vi è l'idea di una natura senza limiti ma anche molto ingannevole, un po' come sono i suoi lavori video in 3d. Che costruiscono mondi paralleli e sognanti. Il libro ha dato occasione per una chiacchierata a largo raggio

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Mariagrazia Pontorno, Volincielo, still da video animazione 3D, 2011, courtesy Bianca Attolico

Roots è tra i progetti più complessi di  Mariagrazia Pontorno, prodotto a New York durante la residenza per artisti internazionali all’Harlem Studio Fellowship a cura di Raffaele Bedarida, costituito da un erbario digitale e un video, realizzati in grafica 3D. Legando la propria pratica alla nozione di sperimentazione, con la volontà di superare barriere tecniche e concettuali dell’immagine, fissa o in movimento, Pontorno si avvale della tecnologia digitale per approdare a un genere di video che si relaziona al fare pittorico, più che alla ripresa. Il suo è un universo simbolico attinto soprattutto dalle forme della natura che privilegia un impatto visivo che comunica con il fruitore attraverso una successione di dettagli e indizi. L’abbiamo intervistata per parlare di questo e di molto altro.
Per primo il mito, poi la religione, di seguito la scienza e infine la tecnica, ci hanno raccontato il ‘mondo’, descrivendocelo per scenari confezionati: una rappresentazione in cui fluttua instabile il confine che separa la realtà dalla finzione. Realtà e finzione sono anche il tessuto connettivo della tua arte. E se aggiungessi l’inganno e l’illusione? 
«L’inganno e l’illusione s’inscrivono nella tradizione pittorica occidentale e, per quanto mi riguarda, sono molto affascinata dai panorama, dagli affreschi di epoca romana, dai trompe l’oeil. Il giardino di Maresa ad esempio, un lavoro iniziato nel 2007 e ancora in fieri, al quale continuano ad aggiungersi tasselli, parte dall’osservazione del Triclinio di Livia, un affresco commissionato dall’imperatrice Livia per avere l’impressione di essere circondata da un giardino. La pittura mimetica ha sempre cercato di creare delle illusioni di realtà, una realtà virtuale ante-litteram, analogica. I quadri sono finestre su mondi possibili, che manifestano al contempo la somiglianza con il mondo, ma anche la loro volontà di esistere a prescindere. Con il mio lavoro compio la stessa operazione, ma con la differenza che lo scarto con il reale diventa incolmabile. Perché non c’è più alcun nesso, l’immagine è del tutto autoreferenziale dato che ha origine in un universo di sintesi, numerico, altro. A partire dal 2005, anche in lavori come I Papaveri d’inverno, La Finestra, Acitrezza vista da Acicastello, Still life, Volincielo, Spighe Comete, Axis, ho tentato di riprodurre in 3D scene quotidiane, legate alle iconografie del passato, in cui si crea una tensione visiva tra ciò che è e ciò che appare, portando inevitabilmente a non riconoscere quello che un attimo prima ci era apparso familiare. In Roots, il lavoro che citi, l’illusione si svela nella parte finale, scardinando così l’aderenza al naturale scorrere della vita e degli eventi. Un vento sempre più forte inizia a soffiare sulla vegetazione di Central Park, sradicandola e facendo volare via piante e alberi. Nel frattempo il vento (un elemento sempre presente nei miei lavori, anch’esso puramente artificiale e mentale, di derivazione warburghiana) diventa potente più di un uragano e sradica anche i grattacieli, che si scoprono avere le radici. A pensarci bene, anche questo potrebbe apparire “un fatto inevitabile, che stupisce per un attimo, ma subito dopo appare un evento logico, perfettamente coerente”, come ha scritto Valentina Tanni in un bel saggio dedicato a Roots». 
Mariagrazia Pontorno, Roots, still da video animazione 3D, 2010, courtesy Ines Musumeci Greco
Alice Hair Deflector fu nel 2004 il video con cui hai iniziato la tua esperienza in ambito di grafica tridimensionale, tecnica che ti permetteva di «inventare universi percorribili e visionabili da ogni punto di vista, potenzialmente illimitati», per citare le tue parole. Puoi raccontarci il percorso delle tue riflessioni su una tecnica che è anche estetica? 
«Esattamente dieci anni fa, visitando un grande studio di post produzione televisiva, un tecnico stava lavorando a una pubblicità in 3d e rimasi dapprima in silenzio, osservando con attenzione i passaggi da lui compiuti nell’ambiente software che utilizzava, poi iniziai a tempestarlo di domande; infine gli chiesi se gli andava di realizzare un progetto in collaborazione con me. Accadde tutto in pochi minuti, e capii allora che il 3d poteva essere il mio linguaggio. Raccoglieva e conteneva, infatti, istanze e urgenze che sentivo appartenermi, presenti ancora oggi nel mio lavoro. La tecnica in questo senso è anche parte della mia poetica e quindi diventa estetica: non fa solo parte del processo produttivo e di realizzazione, ma diviene elemento fondante dell’opera. Alice Hair Deflector è stato il mio primo lavoro, e guardando indietro vi ritrovo elementi che poi si sono evoluti negli anni, ma che conservano ancora il nucleo iniziale di quel video. È una specie di mappa in cui senza rendermene conto ho individuato dei tracciati che continuo a seguire, e che adesso mi sono chiari, ma che allora erano frutto di una sintesi d’immagini che portavo dentro di me e su cui non mi ero ancora fatta troppe domande». 
Mariagrazia Pontorno, Roots, still da video animazione 3D, 2010, courtesy Ines Musumeci Greco
Da New York sono arrivati esempi di come la crisi finanziaria abbia prodotto iniziative intorno l’arte contemporanea, attivando collaborazioni tra importanti istituzioni museali e associazioni, realizzando mostre in strutture non in uso. Qual è la tua opinione? 
«Manco da New York da qualche tempo, ci sono tornata per brevi periodi, ma sono in contatto con diversi amici e in particolare con Raffaele Bedarida. Da ciò che mi racconta, pare si tratti di un fenomeno di tipo che riguarda una politica culturale intesa in senso ampio che ha preceduto la crisi finanziaria del 2008. È un processo iniziato già dopo l’11 settembre quando il Lower Manhattan Cultural Council che aveva alcuni studi nelle Twin Towers, dove nel crollo hanno perso la vita anche alcuni artisti, iniziò a organizzare mostre in spazi vacanti nella zona sud di Manhattan per riportare vitalità e cultura nel Financial District, desolato e deserto dopo gli attentati. La cosa è continuata con l’operazione New Museum, che è riuscito a rilanciare il Lower East Side da un punto di vista immobiliare e a farlo diventare un nuovo polo d’arte contemporanea con l’apertura di molte gallerie nel quartiere. Diversa è la costruzione della High Line e della nuova sede del Whitney che hanno un ruolo notevole nell’economia e sviluppo urbanistico del Meatpacking district. In questo caso non si tratta certo di una zona abbandonata, ma la crisi finanziaria ha contribuito sia qui sia altrove alla scelta di Bloomberg di migliorare la vivibilità della città costruendo aree verdi e pedonali: è prevista anche una zona pedonale a Midtown, vicino Grand Central Station per rilanciare un’area di grattacieli storici con alto tasso di spazi vacanti. Altro progetto più recente che si muove in questo senso è No Longer Empty. L’arte contemporanea ha avuto un ruolo importante e da sempre ha avuto il potere di influenzare la geografia urbana e la rivalutazione di interi quartieri di New York». 
Cambiamo scenario, sei docente all’Accademia di Belle Arti di Frosinone, attualmente stai svolgendo un semestre d’insegnamento presso l’Accademia Albertina di Torino, che valore attribuisci alla funzione dell’insegnamento?
«Penso che insegnare in Accademia sia il più grande privilegio per un artista, permettendo di fare un lavoro che è la normale prosecuzione della sua ricerca e che quindi non lo allontana dal proprio universo. Inoltre, condividere la propria esperienza con studenti pieni d’idee e di voglia di fare e indirizzarli nel loro percorso di studi, è una pratica che arricchisce tutti, su un piano dove l’entusiasmo e la sperimentazione non sono ancora condizionati dai meccanismi del mondo del lavoro e dal sistema dell’arte e quindi risultano più liberi, sebbene spesso più ingenui. Questo non significa però che non si debba essere consapevoli di quei meccanismi, durante le lezioni parlo sempre di gallerie, istituzioni, curatori, e cerco per quanto possibile di organizzare il lavoro in modo da creare un ponte con realtà esterne».
Mariagrazia Pontorno, Il Giardino di Maresa, still da video animazione 3D, 2007-2012, collezione privata
Pensi che la forte presenza di donne nel mondo dell’arte contribuisca a creare un potere “alternativo”? 
«Maschile e femminile sono due energie completamente diverse, e non c’è dubbio che la prima abbia configurato il mondo per millenni. Anche in Italia i ruoli di potere non sono più a esclusivo appannaggio degli uomini. Nel mondo dell’arte le donne occupano posti chiave nella direzione di musei e centri d’arte, fondazioni e importanti mostre, ma sul fronte delle artiste, sono poche quelle consacrate rispetto agli uomini. L’importante è che le energie non siano snaturate, le donne devono offrire al mondo la ‘propria via’ nel declinare la leadership, non trasformarsi in uomini, valorizzando pertanto la diversità». 
Quali sono i tuoi prossimi impegni?
«Sto lavorando a un progetto in collaborazione con l’Orto Botanico di Pisa, che spero di poter connettere con l’Orto Botanico di Rio De Janeiro, città in cui risiederò per diversi mesi a partire dal prossimo luglio. Inoltre parteciperò a una mostra presso la Fondazione Noesi e sto ultimando un lavoro intitolato La Luna Azzurra di Petrolo, un video lungo un intero anno, dedicato ai ritmi della natura e ai venti di Petrolo, un luogo meraviglioso dove la produzione del vino è un’operazione artistica. E poi un nuovo video in 3d, in cui ancora una volta sarà presente il tema del volo e del vento».

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