25 luglio 2012

L’intervista Una visione per l’Arte Ambientale

 
Grazia e Gianni Bolongaro raccontano la loro storia nell'arte. Che coincide con il progetto La Marrana, tra Liguria e Toscana. La differenza tra questo e un parco di sculture, gli ostacoli legislativi e le acrobazie per aggirarli, i criteri che devono caratterizzare l'opera e il pubblico che un'impresa del genere raccoglie. Ma anche la soddisfazione per contribuire a diffondere la conoscenza dell'arte contemporanea. A patto che ci sia una visione

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Quando nasce il Parco di Arte Ambientale La Marrana e perché avete investito in questo progetto così ambizioso?

«Avendo deciso di essere parte attiva della vita culturale del territorio di La Spezia, entro cui ricade Montemarcello dove ci troviamo fin dal 1980, nel 1995 e 1996 abbiamo fatto due mostre, contribuendo a creare, più che arricchire, l’offerta culturale, decisamente inesistente a livello internazionale. Le mostre erano dedicate al pittore di Parma Carlo Mattioli, amico da anni, frequentatore di Montemarcello dove aveva casa e che era deceduto l’anno prima. Volevamo mostrare che il paese aveva ospitato un grande artista, insignito anche del Premio Internazionale del Disegno alla Biennale di Venezia del 1956. Dopo la mostra successiva dedicata a Fausto Melotti, mia moglie ed io abbiamo deciso di iniziare il percorso dell’Arte Ambientale, invitando artisti a realizzare opere concepite specificamente per il luogo in cui siamo».

Qual è la differenza tra un parco di sculture e uno di Arte Ambientale? Spesso il pubblico confonde le cose.

«Le opere che commissioniamo agli artisti debbono trovare la loro ragione d’essere nella memoria del posto, nel paesaggio o nelle sue caratteristiche naturali. Se il pubblico confonde i due tipi di parchi, è perché non vengono adeguatamente illustrate le differenze! L’Arte Ambientale è molto più facile da comprendere in quanto i visitatori si rendono subito conto del significato dell’opera».

In che senso, secondo voi, vi distinguete dal Parco del Pollino, dal Giardino di Daniel Spoerri a Seggiano o da Fiumara d’Arte in Sicilia?

«Sono scelte concettualmente diverse: la nostra proprietà è relativamente piccola (circa quattro ettari) ed è visitabile in poche ore, passeggiando nel giardino, nell’orto e nell’oliveto oltre che nel bosco. Nel Pollino, le opere sono disperse su un ampio territorio e non sono legate tra di loro da un concetto così preciso come da noi. Spoerri ha spesso invitato artisti a lui vicini e che tendono a realizzare sculture all’aperto, non necessariamente legate al luogo. Fiumara d’Arte ha sculture ma poche installazioni, a parte quella di Nagasawa».

Che bilancio fate del rapporto con le istituzioni locali?

«Nel 2001 venne modificata la legge regionale istitutiva dell’Ente Parco Montemarcello Magra che doveva tutelare un ampio territorio (comprende sedici comuni) onde preservarne le caratteristiche naturalistiche ed ambientali. La modifica che la Regione introdusse (Art. 51 della Legge) permise – solo nell’area dove noi siamo e per soli cinque ettari (di cui ne possediamo ormai circa quattro) – l’installazione di opere d’arte, purché non modificassero l’ambiente. Ottenemmo l’inserimento dell’Art. 51 dopo una denuncia penale in quanto l’opera dell’artista israeliano Philip Rantzer fu confusa con un gruppo di bungalow (di cui l’opera stessa aveva le caratteristiche ma che, in realtà, erano “memory boxes”). In quell’occasione, l’Amministrazione Regionale Ligure colse l’importanza della nostra iniziativa e la difese. Purtroppo, l’Amministrazione Comunale, invece, in più di dieci anni non ha ancora emesso il Regolamento attuativo della legge regionale (specificatamente di quell’articolo 51) e, così facendo, non ci permette di avere ciò che occorre a un museo all’aperto: ad esempio, recinzioni per difendere le opere da vandalismi e invasioni di cinghiali, servizi per i visitatori, viabilità interna alla proprietà».

Quali sono le condizioni che gli artisti invitati a realizzare un’opera site specific devono rispettare?

«Devono ispirarsi agli elementi caratterizzanti il nostro luogo, ma devono anche rispettare i vincoli posti dalla Legge costitutiva del Parco Regionale: non opere che alterino il terreno, che determinino modifiche alla vegetazione, che necessitino di strutture inamovibili».

Quante opere ospitate attualmente e chi sceglie la collocazione?

«Attualmente sono 35 opere, di 17 artisti di varie nazionalità e linguaggi ed il luogo scelto è il risultato della loro ispirazione».

Chi è il vostro pubblico e siete soddisfatti della vostra attività espositiva?

«È molto composito; da interessati all’arte contemporanea a persone che vengono, convinte di visitare un giardino, facendo anche una passeggiata nel bosco (ma sapendo, ovviamente, che vi sono opere d’arte contemporanea). Sì, siamo soddisfatti; nel corso di questi anni molte migliaia di persone sono venute da noi e crediamo di avere contribuito in modo significativo alla diffusione dell’arte contemporanea, soprattutto perché la “contaminazione” a volte non è prevista in quanto i visitatori incontrano le opere, come se fossero le stesse a andare incontro al visitatore e non viceversa».

Come si colloca  in questo scenario l’installazione sonora di Vedovamazzei e altre opere “immateriali”, come i video esposti dal  2011?

«Siamo interessati all’evoluzione del linguaggio dell’arte e riteniamo che non si debbano porre limiti, pur ammettendo che talvolta questo ci crea problemi non facili di manutenzione! I video sono già pronti per essere presentati al pubblico. Inoltre anticipiamo quello che sarà la collocazione futura della Marrana (così come la vorremmo): un centro di diffusione della cultura dell’arte contemporanea, in quanto vi sarà un esaurimento fisico del territorio disponibile per opere di tipo installativo, difficilmente spostabili, per loro stessa natura».

Perché avete scelto di aprire la stagione espositiva con la proiezione all’aperto del film di Marina Abramović The artist is present, realizzato in occasione della sua personale al MoMA nel  2010? Cosa c’entra l’imperatrice della Body art con il vostro parco ambientale?

«Marina Abramović è stata nostra ospite alcuni anni fa e rimase colpita dal luogo. Ma allora decidemmo di non avere una sua perfomance/installazione in quanto ne sarebbe rimasta solo la memoria. Magnifico per noi, avendone vissuta l’esperienza, ma riduttiva per i successivi visitatori. Però, ci faceva piacere ricordare questa visita, la magia che lei trovò in un luogo poco distante da noi, nei Monti di San Lorenzo, sito megalitico datato 6.000 A.C. dove al solstizio d’estate un raggio di sole, passando tra le pietre, crea la figura della farfalla e dove vi è un forte elettromagnetismo che lei sentì in modo particolare (anche da noi alla Marrana, vicino all’opera di Jannis Kounellis vi è un intenso elettromagnetismo). Anche i video che abbiamo scelto con lei toccano l’elemento energia. La proiezione del film documentario The artist is present è stata anche l’occasione per far conoscere la nascita del linguaggio artistico di Marina, mostrando la sua storia personale. Vi è stata una straordinaria presenza di pubblico, soprattutto locale, che così ha avuto l’opportunità di conoscere bene una grande artista».

Di recente avete annunciato che La Marrana rischia di chiudere. Fate un appello: cosa serve per far vivere il Parco, per migliorarlo e per sensibilizzare, non soltanto le persone del luogo, verso un agire estetico come politica di riqualificazione del territorio?

«Dobbiamo prevedere il futuro de La Marrana arteambientale e costruirlo, soprattutto. Ciò sarà possibile, però, solo dopo che l’Amministrazione comunale avrà definito – con la nostra partecipazione – il regolamento della zona museale onde permetterne una gestione nell’ottica di un valore “pubblico” e non più di un’iniziativa di due privati, come la nostra. Occorre una “visione” che negli ultimi dieci anni non c’è stata; ma speriamo che il dimostrato successo de La Marrana, possa facilitare la nascita del regolamento e che La Marrana arteambientale possa proseguire la sua attività di formazione anche dopo di noi».

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