26 gennaio 2011

SERPENTI PARTENOPEI

 
Galleristi con l’“arteteca”. La tipica irrequietezza partenopea calza a pennello nel caso di Marco Izzolino e Manuela Esposito, gl’infaticabili direttori di quella che fu la NOTgallery. Sì, perché lo spazio più sperimentale di Napoli cambia pelle e diventa Lithium Project. Un nome che è di per sé sinonimo di energia, all’insegna del nuovo che incalza. Scopriamo con loro tutte le news...

di

Lo scorso settembre
annunciavate tramite comunicato stampa il passaggio da NOTgallery a Lithium.
Quali sono i motivi che vi hanno indotto a ripartire, dopo cinque anni di
attività, con questo nuovo progetto?

Risponderemo parafrasando una scena di Matrix: questo passaggio è avvenuto
perché intuisci qualcosa che non
riesci a spiegarti. Senti solo che c’è. È tutta la vita che
hai la sensazione che ci sia qualcosa che non quadra nel mondo [dell’arte]. Non sai bene di che si tratta, ma l’avverti. È un chiodo
fisso nel cervello, da diventarci matto. È questa sensazione che ti ha portato
[a Lithium]. Tu sai di cosa sto parlando
“.

Vivi una vita nella quale tutto sembra andare avanti
senza cambiamenti; le gallerie fanno le gallerie nello stesso modo da
vent’anni; nascono nuovi musei con il nome di un gelato Algida o Motta e
sembrano ciascuno la fotocopia dell’altro (in realtà sono esternamente un
monumento all’architetto che li realizza, internamente un’estensione del
bracciolo della poltrona del loro direttore). Non ti diverti più, non ti
emozioni più. Poi accendi il pc e scopri l’inimmaginabile: la rete ti mette in
contatto con esperienze che fanno sembrare i “coni gelato” le
cerimonie di comunione di famigliole di provincia (senza offesa per le
famigliole) e le gallerie degli uffici arredati con gusto.

Hai mai fatto un sogno tanto realistico da sembrarti vero? E se da un
sogno così non ti potessi più svegliare, come potresti distinguere il mondo dei
sogni da quello della realtà?
“.
Abbiamo deciso di mettere in discussione il sistema dell’arte ma, per
farlo, è necessario prima di tutto permettere al proprio lavoro di circolare in
rete.

La scelta di
promuovere soltanto videoanimazione è, come dichiarate, legata a una più agevole
diffusione attraverso la Rete, a una maggiore fedeltà tra la resa espressiva e
gli intenti creativi, alla capacità di condensare immagine e suono. Tuttavia il
video è da sempre considerato il fanalino di coda delle vendite. Dunque vi
siete votati al suicidio economico volontario oppure l’esperienza vi ha
permesso di confutare questo mito?

Il termine videoanimazione è
riduttivo. Fa venire in mente un unico significato: il “cartone
animato”. Mettere fotografie in sequenza, allargare o restringere
l’obiettivo della macchina da presa sono per noi forme di animazione. Tutto ciò
che fa vivere come esperienza reale ciò che non si può osservare dal vero
significa dare “anima”. Già con la seconda mostra di Lithium 1, quella di Sebastiano Mauri,
mostreremo come si può fare videoanimazione con tecniche tradizionali: tante
microstorie che possono essere considerate micrometraggi, eppure il vero
soggetto del film è lo zoom, come fosse un personaggio esso stesso. Ma non
vorremmo svelare troppo!

Per quanto riguarda la questione
del suicidio, beh, circa 140 anni fa, a Parigi, quando i più grandi
collezionisti compravano quadri presso gli Ateliers de Beaux Arts, ci fu un
gruppo di artisti che “scapparono” dalle accademie, “rifugiandosi”
nello studio di un fotografo. Molti addetti ai lavori pensarono che questi
artisti si stessero suicidando e perciò li chiamarono “avanguardia”.

Maria Grazia Pontorno - Roots - 2010 - still da videoanimazione in 3d - 2’36’’ - courtesy Lithium Project, Napoli
Avete inaugurato Lithium 1 Edition con la mostra di Maria
Grazia Pontorno. Coinvolgerete 12 artisti in instant show bisettimanali che si
misureranno con un format prestabilito. Perché lo definite un “progetto editoriale”? In cosa consiste
la piattaforma web?

Come definisci chi pubblica e diffonde libri, musica, dvd-multimediali?
Non è forse attività editoriale? La piattaforma web consente al pubblico di
entrare in contatto con gli artisti e il loro lavoro e, se interessato, anche
di comprarlo.

Quali saranno i prossimi artisti e curatori coinvolti nel progetto?

Le prossime mostre saranno: Sebastiano Mauri, Rita
Casdia, Christopher Coleman, Michael Salter. Lithium 1 è una campagna di sensibilizzazione al cambiamento; la
cosa più difficile da far capire agli artisti e ai curatori è come funzionerà
il meccanismo di presentazione e vendita dei lavori e chi saranno i nuovi
interlocutori. Alessandra Troncone ci ha seguiti sin dall’inizio. Crediamo che
presto altri curatori vorranno collaborare al progetto e, come abbiamo fatto
già con NOTgallery, saremo disponibili al confronto. Cosa cambierà con Lithium?
Sicuramente non l’entusiasmo che da sempre caratterizza il nostro lavoro e le
nostre proposte.

Fin dai tempi di NOTgallery
vi siete distinti sul territorio per una “politica culturale” poco
tradizionale. Più che una galleria in senso stretto, il vostro spazio è una
centrifuga d’idee ed energie fresche e innovative. Quanto costa, in una città
come Napoli, in cui le gallerie fanno (bene) le gallerie, i musei fanno (male)
i musei, e gli spazi non profit semplicemente non esistono, essere
l’alternativa?

Abbiamo sperimentato tanto. Su
certe cose siamo stati i primi in Italia a indagare, come è successo con la
Street Art, con Second Life, col Lucid Player, con le cornici digitali. Forse
se molti dei nostri esperimenti li avessimo fatti a New York o a Londra avremmo
attirato maggiormente l’attenzione degli addetti ai lavori… Questo è il
problema di Napoli: nessuno pensa che per trovare innovazione in ambito
creativo o tecnologico possa guardare alla propria città, ma solo alle metropoli
internazionali, perché solo lì ci può essere scambio e interazione tra menti e
culture diverse. Con internet non è più così! Una delle più grandi rivoluzioni
culturali degli ultimi anni è partita da Seattle, una città prima definita
“di provincia”.

Sebastiano Mauri - Immanence - 2009 - still da video - 53’ - courtesy Lithium Project, Napoli
L’anno nuovo è
sinonimo di bilanci: giovani imprenditori a Napoli… Lo rifareste?

Se potessimo tornare indietro partiremmo direttamente dal
progetto Lithium. Ci rendiamo conto però che sei anni fa il contesto non era
pronto a considerare un progetto artistico che puntasse così tanto alla
diffusione in Rete. Ma non può esserci Lithium senza NOTgallery…

a cura di mara de
falco


dal 14 al 28
gennaio 2011

Lithium 1 Edition –
Maria Grazia Pontorno – Roots

a cura di
Alessandra Troncone

Lithium Project

Piazza Trieste e Trento, 48 – 80132 Napoli

Orario:
da lunedì a venerdì ore 10.30-13.30

Ingresso
libero

Info: tel. +39 0810607028; fax +39
0812140986;
info@lithiumproject.it; www.lithiumproject.it

[exibart]

36 Commenti

  1. Caro Damiano,
    la risposta alla domanda che hai posto è molto semplice: non sono una collaboratrice della NOTgallery.
    Credo non ci sia bisogno di aggiungere altro.
    Saluti,
    Mara De Falco

  2. alla faccia del conflitto di interessi!
    la redattrice (di uno dei giornali più obbiettivi dell’universo dell’arte voi dite, vero???) che intervista e (dunque) promuove i galleristi per cui fa la collaboratrice…

  3. Ma quando mai è stato lo spazio più sperimentale di Napoli ?
    Se la vogliamo dire proprio tutta, le mostre che finora hanno fatto facevano puntualmente venire l’abbiocco.

  4. Signorina De Falco puo’ spiegare la presenza del suo nome nel sito della Not-gallery?
    sembra sussistere un suo personale coinvolgimento.
    Ovviamente non vedo nessuna incompatibilita’ ma per la dovuta chiarezza verso i lettori mi pare opportuno, da parte sua, spiegare.
    La saluto.

  5. Ragazzi questo è un “Triangolo”: Irene Tedesco, Mara De Falco (entrambe di exibart)e Not gallery collaborano da tempo e si promuovono a vicenda. Non lo dico io, lo dice google! Lo possono verificare tutti.

  6. combriccole incestuose, basta un po’ di attenzione e di questi casi se ne trovano a palate.
    alla bevilacqua gli artisti hanno ingannato sulle residenze, ma cosa fanno i curatori? vogliamo parlare di certe “prassi” curatoriali? combriccole incestuose tra curatori, critici, artisti e pseudo gallerie e noprofit…

  7. Non ho intenzione di entrare nel merito dell’ennesimo innocuo caso di autopromozione, di autoreferenzialità. L’arte contemporanea in italia vive di autoreferenzialità perchè non esiste un pubblico realmente interessato, non esiste reale interesse (forse ci sono solo alcuni collezionisti feticisti e un po’ distratti). Quasi nella consapevolezza condivisa (ma inconfessabile) che i contenuti siano poveri poveri (esempio lampadario dei zimmerfrei presentato a bologna). Come biasimare il critico in buona fede che è costretto a fare tante e tante cose, e semmai scrivere sulla rivista rispetto una galleria X e aver collaborato con quella stessa galleria X. Poi in questa italia berlusconiana, chi vuoi che si possa scandalizzare? Tutto è permesso ,no?

  8. gentili lettori,
    mara de falco ha curato si delle mostre, ma queste curatele non la identificano come nostra collaboratrice.
    io e marco ci siamo conosciuti grazie ad exibart e al direttore tonelli.
    Negli anni abbiamo frequentato e frequentiamo anita pepe, irene tedesco, massimo mattioli, diana gianquitto e non me ne vogliano gli altri che non cito, ma non credo abbiamo ricevuto un trattamento diverso rispetto agli altri spazi espositivi.
    L’intervista è stata una scelta della redazione, che ringrazio anche per il titolo che mi ha fatto sorridere e che ha scatenato i commenti inviperiti per restare in tema di rettili… lavorate lettori, commentate, presentateci progetti e chissà…

  9. si ok, però Gianquitto, Pepe e tutti quelli che vuoi possono essere amici, aver scritto di voi ma non hanno collaborato assiduamente a progetti della galleria,non vi hanno seguito in fiera o se è capitato è stato un fatto assolutamente episodico. De Falco e Tedesco invece hanno creato e portato avanti progetti (e quindi collaborato) con Not gallery in maniera continuativa -vedi google o anche iloro profili con foto su myspace. C’è di peggio, però non è molto professionale soprattutto nei confronti dei lettori di Exibart.
    Facciamo tutti un gran sorriso e ammettiamolo: avete toppato !

  10. sarà che ho fatto le classi basse ma non ho capito la chiosa del commento della Esposito:
    che un lettore sia invitato a commentare o al contrario ad andare a lavorare (nel senso di non commentare ma fare altro ) ci può stare ma perchè debba sottoporle dei progetti proprio non si capisce !

  11. Sarei felice di discutere con i lettori in merito ai contenuti della mostra o del progetto e non sulla professionalità della signorina De Falco e dello staff di Exibart.
    Preferirei che commentaste il “quadro” piuttosto che affermare che la “cornice” non si intoni al colore delle pareti.
    Grazie

  12. Se un curatore avesse recensito un evento da lui stesso curato sarei stata daccordo con le vostre opinioni.Questa è un’intervista.

  13. Gentilissima Signorina Esposito,
    ho posto la domanda alla Signorina De Falco in qualita’ di lettore della rivista Exibart e non per partito preso o peggio ancora per deliberata e gratuita insolenza.
    Pertanto, la ringrazio per avere saputo da Lei che la Signorina De Falco non solo è autore dell’articolo ma anche il curatore del progetto che la galleria promuove.

    Da lettore avro’ la possibilita’ di leggere e pesare il medesimo “cum grano salis” .

    Non commento quelli che non posso che definire suoi personali sfoghi dettati da evidente e giustificata emotivita’, ma , le suggerisco una condotta piu’ serena per il fatto di rappresentare una realta’ che sicuramente è positiva.
    La saluto , Esposito.

  14. Come i lettori sanno bene stiamo attentissimi all’aspetto del conflitto di interessi. Però converrete che in contesti piccoli piccoli, in cui gli operatori, in tutto, sono tuttalpiù una trentina come a Napoli, è assai facile che vi siano sovrapposizioni e scambi di ruolo.

    In questo caso specifico non ci vedo sinceramente la minima malizia. Non credo che per aver curato delle mostre alla NotGallery, la De Falco debba essere condannata a vita a non parlare dei progetti di Izzolino&Esposito. E poi, come Esposito ha spiegato, i due galleristi sono “nati” professionalmente su Exibart, qui si sono conosciuti, con noi hanno a lungo collaborato… Cosa dovevamo fare allora, non parlare mai più di loro per non farci accusare di promuovere nostri protegé?

    Comunque mi gusta il “veleno” di alcuni lettori. Ci stimola ad essere sempre più rigorosi, no?

  15. Condivido quello che ha scritto Tonelli e Marras. Aggiungo, non vedo nessun conflitto di interessi. Qui si parla di artisti e non di investimenti finanziari.

  16. Direttore, mi perdoni ma i fatti non depongono a favore della sua tesi secondo la quale i lettori “conoscerebbero bene” il rigore che Exibart pone in merito al conflitto d’interesse. Quando un giudice o un magistrato conoscono “le parti” sono tenuti a non occuparsi della causa e se la cosa si ripete vengono assegnati ad altra sede.
    Si lo so, qui si tratta di poca cosa,si tratta di scrittura, non è che vogliamo mandare la De Falco al confino, però la professionalità è determinata dalle scelte che si fanno.Per la De Falco è lecito fare il Curatore e il cronista (super partes ?) il problema dovrebbe essere di Exibart ma se tutto va bene perchè il territorio è piccolo allora ok! Probabilmente sono tante le gallerie che pur proponendo cose altamente professionali, faticano a far parlare della propria ricerca o a far conoscere le proprie iniziative e magari rispetto al trafiletto di fortuna che riescono ad ottenere sulla stampa italiana,è probabile che s’incazzano vedendo su un giornale di tutto rispetto un’intervista promozionale di grande rilevanza fatta tra conoscenti.Lei poi gode del fatto che s’incazzino , come la vogliamo chiamare in modo che non si offenda, “una situazione poco elegante” (?)

  17. mah io sinceramente credo che ( oramai da annni) exibart nno abbia più chissà quali nomi rappresentativi, competenti e di professionalità medio-alta che collaborano da napoli…

    direttore tonelli, lì a napoli dovrebbe cercare di ricostituire un tantino la squadra dei collaboratori.

  18. giusto per citare un caso dovuto all’ammore:
    su exibart tempo fa avevo notato che alla cura di mostre da parte di una curatrice corrispondevano recensioni particolarmente positive da parte di un redattore di exibart(si trattava di mostre non importanti, per cui la cosa appariva anomala).

    lo stesso redattore curava a sua volta mostre le cui recensioni venivano spesso fatte dalla curatrice di cui sopra.

    incrociando i nomi, e cercando in internet, ho scoperto che i due erano fidanzati.

    il piccolo contesto non sempre c’entra (tra l’altro abitavano i regioni diverse).
    si tratta proprio di scambio di favori.

    mi meraviglio di luca rossi che li definisce
    “innocuo caso di autopromozione”, quando si tratta di mistificazione.

  19. Capita spesso di dover scrivere di mostre organizzate da conoscenti o persone con cui si ha collaborato. Questo effettivamente è un problema se mettiamo l’obiettività al primo posto (come dovrebbe capitare con una recensione), ma nel caso di un’intervista per una nuova apertura davvero non c’è differenza.
    Piuttosto ragioniamo sul fatto che in Italia molto più che altrove i critici d’arte debbano fare pure i giornalisti di settore per sopravvivere, e che un giornalismo puro di arte, come quello che faceva Jerry Saltz al Village Voice, non potrebbe esistere…

  20. in effetti non capisco l’accanimento: contestate i contenuti? non sono all’altezza dello spazio dedicato? io ho trovato interessante l’inziativa, certo sono curioso di vedere anche il seguito e come il progetto si evolverà, se insomma lo spazio riuscirà a mantenere ciò che anticipa e promette. Ma per il resto non ci trovo nulla di grave. E, come dice lo stesso Tonelli, in un contesto piccolo come quello di Napoli è facile conoscersi tutti e aver collaborato insieme, sarebbe una rigidità precludersi la possibilità di parlare di qualcuno o qualcosa soltanto perché lo conosciamo personalmente. E, infine, leggendo l’intervista, non mi pare che la giornalista usi dei toni enfatici o promozionali. forse non ho colto qualcosa…

  21. in effetti non capisco l’accanimento: contestate i contenuti? non sono all’altezza dello spazio dedicato? io ho trovato interessante l’inziativa, certo sono curioso di vedere anche il seguito e come il progetto si evolverà, se insomma lo spazio riuscirà a mantenere ciò che anticipa e promette. Ma per il resto non ci trovo nulla di grave. E, come dice lo stesso Tonelli, in un contesto piccolo come quello di Napoli è facile conoscersi tutti e aver collaborato insieme, sarebbe una rigidità precludersi la possibilità di parlare di qualcuno o qualcosa soltanto perché lo conosciamo personalmente. E, infine, leggendo l’intervista, non mi pare che la giornalista usi dei toni enfatici o promozionali. forse non ho colto qualcosa…

  22. Izzolino mi permetta una domanda , ho letto l’articolo e ho avuto una certa difficolta’ a immaginare le opere che la Vostra galleria promuove; premetto che la video animazione è un qualcosa che suscita il mio interesse a patto tuttavia che i contenuti che porta con se non abbiano una connotazione meramente estetica; mi spiego in quale ambito le opere ricavano i medesimi (contenuti) : quello sociale? quello ambientale ? quello politico ? quello architettonico ? quello di costume ? e sopratutto dette opere , se dovessero avere una collocazione domestica (ho letto di cornici digitali) quali vantaggi porterebbero alla vivibilita’ della stessa?
    l’Ultima domanda riguarda la piattaforma web da cui queste opere avrebbero la diffusione
    vorrei sapere i compratori di queste opere verrebbero in possesso delle stesse attraverso un down load? oppure riceverebbero a casa un DVD ?
    la ringrazio della eventuale risposta.

  23. Gentile Marras, mi scuso del ritardo nella risposta, ma sono rientrato da poco da Bologna.
    Allora cercherò di rispondere alle tre domane che mi fa nel modo più chiaro possibile.

    1) In quale ambito le opere ricavano i contenuti: quello sociale? quello ambientale ? quello politico ? quello architettonico ? quello di costume?
    Noi non cerchiamo di selezionare gli artisti o le loro opere in relazione ai contenuti da loro espressi. Sono convinto che un’opera ben riuscita riesca ad esprimere il punto di vista dell’artista sul complesso degli ambiti che lei cita (sociale, architettonico/ambientale, politico, costume, ecc.). Tuttavia il nostro intervento è a monte, è di natura per così dire “linguistica”: lasciamo all’artista la libertà di esprimere i propri contenuti a patto però che lo faccia in modo da stimolare l’intelligenza “simultanea” dell’osservatore (tipica delle discipline basate sul disegno o sulla fotografia) e non quella “sequenziale” (tipica delle discipline narrative: scrittura, cinema). Chiediamo all’artista di esprimersi in un tempo condensato come è quello della pittura, piuttosto che in un tempo in cui sia chiara la successione degli accadimenti.

    2) Se le opere dovessero avere una collocazione domestica (ho letto di cornici digitali) quali vantaggi porterebbero alla vivibilita’ della stessa?
    Sinceramente non ho a cuore quali vantaggi porterebbero arrecare alla vita domestica delle opere di videoanimazione. Potrei suggerirle in che modo è possibile fruire delle opere che proponiamo, ma la fruizione è sempre un fatto personale (spero tuttavia che non venga scelta un’opera perché s’intoni al colore di un divano!). Quello che m’interessa suggerire è che la pittura prima e la fotografia poi hanno sviluppato dei modi di vedere e comunicare attraverso le immagini, cioè in sostanza un linguaggio. La videoanimazione può (e secondo me deve) rinnovare questo linguaggio. Facendo l’esempio della fotografia le pongo io alcune domande: Che senso ha stampare su carta una fotografia, se è prodotta con una macchina digitale e la sua stampa ne riduce la qualità in termini di dpi? Che senso ha che un artista stampi una fotografia se il 95% delle persone comuni non si stampa più le proprie (gli artisti compiono allora operazioni antiquarie)? Se è bene che la foto contemporanea rimanga su supporto digitale, perché limitarsi a selezionarne solo una e non una serie… e creare così una successione fotografica, che è già una forma di videoanimazione?

    3) l’Ultima domanda riguarda la piattaforma web da cui queste opere avrebbero la diffusione, vorrei sapere i compratori di queste opere verrebbero in possesso delle stesse attraverso un download? oppure riceverebbero a casa un DVD?
    Se legge attentamente il sito del progetto lithium (pagina “colleziona”) vedrà che abbiamo previsto entrambe le modalità di possesso, ma non solo…
    Le modalità proposte costituiscono però una fase di passaggio. Personalmente non condivido che si debba dare alle opere riproducibili un valore estrinseco, limitandone il numero di esemplari. In letteratura un bel libro rimane un bel libro indipendentemente dal numero di stampe che se ne fanno. In musica una bella canzone rimane tale indipendentemente dal numero d dischi in cui è incisa. E l’opera d’arte? Forse oggi, con la tecnologia l’arte è cambiata rispetto ai tempi di Vasari.

  24. Izzolino è stato molto preciso nella sua risposta.
    Forse ho usato in modo maldestro il termine vantaggi , non, pero’, quello di vivibilita’ perche’, Izzolino, sono una persona che in casa propria desidera sempre vivere bene (ovvero in un atmosfera accogliente non solo estetica ma
    anche situazionale ed al video penso da diverso tempo); Non ho comunque un approccio feticistico verso le cose.

    Gli ho fatto quella domanda come avra’ sicuramente compreso da Fruitore (io non sono artista) ; alla luce delle spiegazioni (chiarissime) che mi ha dato ho immaginato meglio l’opera in video e su un punto particolare sono d’accordo con lei : laddove argomenta di riproducibilita’ della stessa a proposito dell’esempio Libro in cui i contenuti dell’opera raggiungono una platea di fruitori molto piu’ estesa rispetto alla tradizionale opera.
    Ho sempre infatti considerato L’OPERA nell’orizzonte della sua comunicazione non in quella del suo mero possesso (con tutte le implicazioni che nascono da queste : in primis la sua declinazione in merce di investimento e niente altro…. niente ALTRO) e la Vostra idea è al riguardo emozionante e suggestiva poiche’ in quella veste, vedo l’opera “pericolosa” al pari di un libro.

    A questo punto puo’ immaginare cosa pensi riguardo la domanda che mi ha posto in merito alle fotografie.

    Izzolino è stato un piacere parlare con Lei, sentitamente la ringrazio.
    Buona serata.

  25. vipere e serpenti, strisciano ma non lasciano il segno. tutti attenti alla forma ma non alla sostanza. Chi scrive è sempre condizionato, l’oggettività allo stato puro non esiste, e non c’è manuale di giornalismo che possa dire il contrario. in questo caso poi non mi sembra che le parti abbiano concordato o inscenato una tresca, se questo strisciagate si risolve con 2 nomi su google… ma ho una curiosità ma del contenuto nessuno dice niente? alla fine sono in gamba o meno? hanno un minimo lasciato il segno fino ad oggi? questo progetto com’è?

  26. Le opere pittoriche,scultoree o fotografiche che chi sposa le nuove tecnologie dichiara morte, hanno una forza che la video arte non avrà mai che consiste proprio nella capacità di trasmettere emozioni attraverso la propria fisicità. Il limite del video che non sia specificatamente mirato a luoghi deputati ( un film al cinema o un’installazione in un museo) risiede nell’imprescindibile legame con il fattore tempo e cioè deve avere un avvio,quindi una volontà di cominciare e una fine. Quante opere digitali possiamo tenere davanti agli occhi senza avere il nauseante effetto “screensaver “? Mi vengono in mente solo i giochetti video di Opie ma giusto perché appartengono ad una linea di confine non ben definita. Per quanto facili da far circolare e figli delle nuove tecnologie, questi video sono fuori dalla realtà quotidiana perchè fruibili solo in determinati contesti e circostanze. Un’opera materica può essere emozionante , raccontare il nostro presente e star bene “dietro al divano” più di una sequenza di immagini che dopo una decina di minuti genera nausea costringendoci a tenere in casa delle cornici , fatte a mano o no, con all’interno dei monitor spenti.Altro è se la ricerca è mirata al marketing , all’allestimento di stand o ad eventi fini a se stessi.In tal caso,vi prego, un po’ più di rispetto per l’Arte che Voi chiamate tradizionale!

  27. Per fortuna ci sono artisti, galleristi e curatori che non la pensano come V. Sabelli. Altrimenti saremmo fermi al 1960.
    Inoltre trovo molto fastidiosi commenti come quello di un GD che dall’alto del suo anonimato, e quindi senza che nessuno possa contestare la sua eventuale mancanza non dico di talento ma anche solo di capacità di fare, si chiede sprezzante se i protagonisti della vicenda abbiano (addirittura) lasciato o se lasceranno un segno…

  28. Cara Saccani, il problema non è quale arte emozioni di più o sia degna di essere considerata tale, ma il fatto che chiunque sposi una nuova tecnologia si senta l’unico Vivo nel mondo dei Morti. i Social network e le nuove tecnologie hanno rivoluzionato il mondo (qualche volta letteralmente,vedi la rivolta in Egitto) sono una realtà importante del nostro presente ma non è che chi è iscritto a Facebook Esiste e gli altri no! Fuori dal trend “caprino” del seguire tutto ciò che il mondo virtuale ci sottopone esistono milioni di persone che produco, creano, raccontano e fanno cultura ed è offensivo e quantomai antipatico sentirsi dire dal primo fesso che si converte al virtuale spesso solo per abbattere i costi, che lui è il presente e tutti gli altri fanno cose inutili e superate.Io non ho ancora trovato nessuno che nonostante iPed e tablet vari, dichiari morti i libri o trogloditi chi gode di essi e della loro fisicità.
    L’arte non risponde a esigenze , non è la Posta che con l’avvento delle e-mail è cambiata inesorabilmente. L’arte risponde sul piano emozionale e nessuno che non sia un emerito imbecille può veramente pensare che i video sostituiranno l’arte “concreta”.
    Coesisteranno, ci sarà una fusione, è questo che sta accadendo con la sperimentazione ma non si può parlare “al passato” di cose che fanno parte della nostra vita contemporanea.
    Un esempio un pò estremo:Si modificano le forme di comunicazione ma non è che diventerà inutile “parlare”!

  29. Caro Sabelli nel post precedente lei sosteneva tutt’altro: e cioè la superiorità dell’arte “non video” (“Le opere pittoriche,scultoree o fotografiche che chi sposa le nuove tecnologie dichiara morte, hanno una forza che la video arte non avrà mai”). E’ lei quindi a sostenere la superiorità di un media sull’altro e non si capisce contro chi si scaglia, chi è che sostiene che l’arte digitale è l’unica degna di essere chiamata tale? Faccia nomi e cognomi, per piacere.

  30. non c’è contraddizione!
    Giù è scritto:
    “Se è bene che la foto contemporanea rimanga su supporto digitale, perché limitarsi a selezionarne solo una e non una serie… e creare così una successione fotografica, che è già una forma di videoanimazione?”
    Appunto,ma chi dice che “sia un bene”! ma perchè considerare meno chi fa uno scatto in favore di chi elabora sequenze di foto o videoanimazioni ? e’ questo che è fastidioso, il fatto che si dia per assunto ad esempio che un fotografo per appartenere alla classe dei VIVI debba “aggiungere cose” come se la sua arte da sola non avesse peso.
    Lei Saccani di foto se ne intende, crede davvero che esista un’evoluzione delle forme d’arte che determini un superamento di una sull’altra? Per me è una sciocchezza immonda!
    E poi magari ci si vede, sennò sto spazio diventa un forum!

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