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L’allarme, anche se forse non è propriamente definibile in questi termini, visto che non se n’è accorto nessuno, o tutti hanno fatto finta di nulla, l’ha lanciato il Manifesto, Left e L’occidentale. Che succede? Succede che dal Comitato tecnico scientifico nazionale per le biblioteche si sono dimessi 4 membri: Mauro Guerrini, ordinario di biblioteconomia a Firenze, Luca Bellingeri, direttore della Biblioteca nazionale di Firenze, Paolo Matthiae, archeologo orientalista e Gino Roncaglia, docente all’Università della Tuscia, forse il maggiore esperto italiano di informatica e new media nel settore dell’editoria e delle biblioteche. E si è dimesso anche Giovanni Solimine, ordinario alla Sapienza e autore di numerosi saggi sulla situazione della lettura in Italia, dal Consiglio superiore dei beni culturali e paesaggistici.
Il motivo dell’abbandono? I cinque non sarebbero d’accordo con diverse questioni legate alle varie “riforme” lanciate da Franceschini e supportate dal governo Renzi, tra cui l’accorpamento delle biblioteche alle sovrintendenze archivistiche – come se i due campi fossero la stessa cosa – e, riporta L’Occidentale, “per la beffa dei numeri nel reclutamento di professionisti bibliotecari”, ovvero i 25 sui 500 del concorsone. Un numero esiguo, per una situazione dove le professionalità non sono “professionalizzate”, e dove l’informatizzazione del patrimonio librario italiano – data la scarsità di personale addetto – ha richiesto anni e anni di lavoro, che ancora è in progress, ovviamente.
Solimine, con un comunicato, ha espresso il dissenso generale e generalizzato che ha portato all’abbandono dell’incarico, per le scelte del Mibact: “Da tempo avvertivamo un certo disagio, dovuto al fatto che agli organi consultivi del Ministero non è stata data l’occasione per esprimersi sulle scelte di fondo e sulle principali questioni che nel recente passato hanno toccato il settore delle biblioteche”.
Insomma, anche questa complicata vicenda la dice lunga su uno stato politico che, rimarcato spesso, ha calato una serie di riforme dall’alto senza tenere conto del seminato, quasi una ricostruzione senza guardare alle “rovine” che si sarebbero potute forse in maniera eccellente restaurare e utilizzare come tesoro d’esperienza e storia, giusto per usare una metafora.
In questo caso, i libri “evidentemente non si prestano tanto all’hashtag facile o al tweet di tendenza come altri manufatti culturali più visibili e mostrabili”, scrive Renato Tamburrini. E come mai, dalle casse di risonanza del Mibact queste notizie sono ampiamente taciute?














