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Siamo a Bruxelles in una delle mattinate più nere. Sono da poco passate le otto e il risveglio è dei peggiori. Si parla di un’esplosione all’aeroporto, lo Zavantem. Lo stesso dove siamo sbarcati ieri per quelli che dovevano essere due giorni di un tour serrato tra musei. Prima il Bozar, dove è in corso la mostra di Daniel Buren, poi al nuovo ADAM (Art and Design Atomium Museum), il Botanique, il MIMA Millenium Iconoclast Museum of Art e, infine, Centrale for Contemporary Art per la mostra “Connected” e un passaggio anche tra la street art nella Capitale belga.
Nulla di fatto, tutto bloccato. Allerta terrorismo a livello 4, ovvero la più alta in assoluto, e anche l’arte ci rimette in questa nuova pagina di sangue che colpisce l’Occidente, per ora con una dozzina di morti accertati e oltre 30 feriti. Bloccati i treni, mentre si cerca di capire come dirottare tutto il traffico aereo allo scalo di Charleroi. Ma questa è la cronaca che potrete trovare su tutte le agenzie, mentre la sensazione ancora una volta – da qui – è quella di essere impotenti di fronte ai fatti. Nessuno vi riuscirà a spiegare precisamente cosa si prova: è un po’ come entrare in uno strano loop. Le azioni vanno in tilt, si replicano le mosse del quotidiano pervasi da una strana paranoia. Ci si chiede “Che si fa ora?”. E non è trovare un passatempo il problema, né di essere confinati in un albergo, o di vedere il proprio programma cancellato: è una domanda retorica ad ampio spettro che riguarda il nostro modo di intendere la vita. E mentre si sentono solo ambulanze (la nostra base è a poche centinaia di metri da uno dei principali ospedali cittadini) tra il traffico in tilt, le parole fluiscono a fatica in questa situazione che non è semplicemente una nuova Parigi, ma un’altra dimostrazione di come il terrore – di qualsiasi tipo – d’un solo colpo può mandare a rotoli qualsiasi pensiero, ogni vecchia certezza, ogni stramaledetta abitudine. Compresa quella di viaggiare, per immaginare e scoprire cultura.




















