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Iscrizioni, graffiti e disegni. Arte tra espressione e reclusione. È questo il titolo del progetto curato da Giulia Ingarao per l’Accademia di Belle Arti di Palermo, che prevede due giornate di studio sul tema con interventi della stessa Ingarao, di Margherita Mancuso, Alessandro Mininno, Nicola Valentino, Alessandro dal Lago, Serena Giordano, Simone Lucido, Claudio Collovà, Wunder k.
Un’intera giornata che prende il via con una visita alle antiche carceri di Palazzo Steri accompagnata da letture dell’attore Alberto Nicolino, seguita dalla presentazione – a villa Alliata Cardillo – del libro Ergastolo, di Nicola Valentino, creatore dell’Archivio di scritture, scrizioni e arte ir-ritata, che custodisce oltre 600 opere, tra dipinti e disegni, provenienti da istituzioni manicomiali e carcerarie.
Conclusione, sempre a villa Alliata Cardillo, con la presentazione della video-installazione Palinsesti dal carcere del collettivo milanese Wunder K, che raccoglie i disegni, le scritte e le incisioni lasciate dai detenuti sulle pareti di antiche carceri in tutto il territorio italiano.












Lodevoli iniziative, se lo scopo fosse di eliminare il carcere come concetto e come istituzione. I malviventi di mestiere sanno fare buon uso della detenzione, i delinquenti occasionali al massimo riescono a diventare professionisti, se no restano segnati tutta la vita. Fra l’altro, non vedo riferimento alla raffinata arte del tatuaggio, quello “serio”, con aghi, lametta o pezzo di vetro, argomento su cui esistono abbondanti elucubrazioni però inorganiche e lacunose, terreno fertilissimo per qualche accademico delle crusche.
Malviventi di mestiere, delinquenti occasionali… che linguaggio da perbenista forcaiolo…
Adesso si va a curiosare e fare conferenze per farsi belli e cercare di far passare per arte le scritte di disperati che furono e sono prigionieri in certi ambienti.
Mi spiace esser frainteso, causa linguaggio necessariamente sintetico dato mezzo e situazione. Preciso quindi che quanto dico nel mio precedente intervento viene da vita vissuta e non da letture o conferenze, o, peggio, da pensiero unico. Conferenze che comunque penso si possan tenere su qualunque cosa, così come si può scegliere di seguirle o meno. Del resto,l’argomento in questione, ha illustri predecessori, si parlava di “Art Brut”…
L’art brut… bisogna parlarne ancora? e in che modi… c’è bisogno? forse non è stato detto o “prodotto” abbastanza?
ci si è cimentato anche Sgarbi, anche lui si è distinto nel parlarne… fa molto chic e non si rischia niente.