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Buone pratiche vengono da lontano. Il comune di Chicago commissiona a uno dei gruppi più sperimentali della sua scena musicale un intero lavoro in studio. È quello che è successo ai Tortoise e al loro nuovo album, The Catastrophist, che arriva in questi giorni in Italia: sarà presentato stasera a Bologna, il 20 a Roma al circolo Monk e il 21 al Magnolia di Milano.
Committenza pubblica agli occhi di un europeo non aggiunge molto a quello che sa già: in fondo la quasi totalità del paesaggio urbano del Vecchio Continente nasce così. Ciò che è degno di nota in questa cronaca americana è la predisposizione della città all’ascolto dei fenomeni artistici in pieno divenire e per questo potenzialmente soggetti a sperimentazioni e, perché no, urti e battute d’arresto: si immagini un momento un nuovo Auditorium di Roma progettato da un architetto under quaranta.
I Tortoise festeggiano quest’anno il loro 25esimo anno d’attività, una carriera che ha fatto un indirizzo di lavoro: veste i panni del leader una minuziosa opera di taglio, sintesi e cucito tra i membri della band (e il volto che campeggia in copertina lascia pochi dubbi in proposito). Come hanno affermato in un’intervista al The Guardian, The Catastrophist è frutto della collaborazione musicale con le comunità jazz di Chicago: quindi ascolto del materiale altrui, selezione e riadattamento di ciò che incontra le linee sonore del gruppo. La comunità diventa “track”, cioè musica, oggetto palpabile, e “trace”, traccia e timbro per la creatività.
Gli esempi a noi vicini potrebbero essere infiniti, ma per un rapido flash mentale restringiamo volontariamente il campo a due artiste italiane, donne, agli estremi di una generazione che adottano un simile metodo fatto di scambio e innesto: Marinella Senatore (1977) e Elena Mazzi (1984). Buone pratiche: composizione-improvvisazione, confronto-studio e ritorno alle comunità. (Eleonora Minna)




















