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Masticano amaro gli art-lovers che nei giorni dell’Armory hanno deciso di allungarsi per una passeggiata tra le gallerie di Chelsea, nell’art-district che si dipana dalla 19esima su su ormai fino alla 28esima strada. La crisi si fa sentire, non tanto nell’atmosfera e nella magniloquenza di questi spazi enormi, perfetti, iperprofessionali, affollati di personale e spesso più estesi di un nostro museo, quanto nella scelta delle mostre. Tutte, o quasi, assai prudenti, lontane dal rischio, rassicuranti e adatte ad un periodo di crisi e di incertezze.
Qualche esempio? Bhe, Gagosian si presenta con una personale di… Alexander Calder, non propriamente un giovane artista; da Mary Boone grande mostra di Peter Halley; Olafour Eliasson da Tanya Bonakdar; Keith Haring da Shafrazi; Joan Jonas da Yvon Lambert; Robert Adams da Matthew Marks e Joseph Beuys da PaceWildenstein, che però nell’altra sede squaderna una bella personale di Sterling Ruby.
Insomma, girando per Chelsea si respira ormai più un’atmosfera museale e paludata che altro. Le gallerie che fanno ricerca si sono tutte definitivamente trasferite nel Lower East Side?
[exibart]
Qualche esempio? Bhe, Gagosian si presenta con una personale di… Alexander Calder, non propriamente un giovane artista; da Mary Boone grande mostra di Peter Halley; Olafour Eliasson da Tanya Bonakdar; Keith Haring da Shafrazi; Joan Jonas da Yvon Lambert; Robert Adams da Matthew Marks e Joseph Beuys da PaceWildenstein, che però nell’altra sede squaderna una bella personale di Sterling Ruby.
Insomma, girando per Chelsea si respira ormai più un’atmosfera museale e paludata che altro. Le gallerie che fanno ricerca si sono tutte definitivamente trasferite nel Lower East Side?
[exibart]












Scrivo da new york e anche io ho notato questo. Seppure si tratti di una tendenza che permane da qualche mese (questa estate scrivevo su flash art di una mostra di picasso da gagosian). Però bisogna stare attenti che se si “ricerca” nel posto sbagliato, meglio quelli che sono i valori consolidati.
Ogni ricerca (senza diventare banale istitution critic o smaterializazzione dell’oggetto) non può prescindere da una profonda riflessione riguardo ruolo e format. Elementi che rientrano in una più generale riflessione sul linguaggio. Ma quante vole scriverò in una settimana ruolo,format e linguaggio???
si chiama crisi, mostre di magazzino (invidiabile naturalmente)…con i giovani Gagosian non si paga la struttura che ha, oltre a costare in produzione e eventuale acquisto…per cui meglio Calder che con un solo lavoro gli paga un mese di attività…
Non è certo Chelsea che deve mostrare coraggio in queste circostanze. Il periodo di crisi, ma anche i pur sempre buoni risultati di vendita che ottengono gli artisti brandizzati, portano le grandi gallerie a scelte quasi obbligate, e direi anche giustamente. Sono le piccole gallerie (Lower ma anche Williamsburgh) che dovrebbero essere più aggressive ed osare di più nel tentativo di accaparrarsi una fetta sempre più significativa di mercato attento alle nuove ricerhe artistiche. Ciò che è paradossale è vedere proprio le gallerie del Lower o di Williamsburgh proporre artisti dai lavori poco originali, troppo spesso strutturati su gusti ampiamente condivisi e perfettamente riconoscibili.
Ero proprio tre mesi fa per lavoro a New York ospite del Chelsea Hotel (quello degli “artisti” pieno di opere contemporanee alcune bellissime).
Girellando tra le “Big Gallery” era già evidente questa scelta di lavorare con opere anche datate e con la O maiuscola.
Ma la grande mela non e’ solo Chelsea.
In giro nel Lower East Side ho notato con sorpresa “il tutto venduto” in una galleria che esponeva opere molto colorate di dimensioni fino al 3×6 metri di un giovane artista americano con prezzi intorno ai 100.000 dollari.
Forse il mercato per l’arte contemporanea è più vasto di quello che immaginiamo?