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Prendiamo un museo a caso, per esempio il Louvre. La fila per il biglietto e per lasciare borse e giacche nel guardaroba, gli addetti vestiti in maniera impeccabile, le luci della giusta gradazione, i rumori nei quali confluiscono una buona percentuale degli idiomi parlati. Insomma proprio tutto lascerebbe pensare che nell’esperienza che si sta vivendo c’è un fondamento di verità. Se tante persone da tutto il mondo si raccolgono proprio in quelle sale, se ci sono sistemi di sicurezza, didascalie precisissime, pannelli informativi, nomi, date, riferimenti, l’argomento non può essere fraintendibile, ciò che stai esperendo corrisponde senza dubbio al vero, definitivamente rinforzato dalla insindacabile autenticità delle opere custodite in teche anche esse preziose. Non c’è spazio per le fake news che, in questa situazione, sono relegate nella memoria dello smartphone al quale hai dimenticato di levare il flash prima di fare la foto, attirando il rimprovero del solerte custode. Anche questa esperienza non propriamente piacevole dimostra in maniera lampante l’esistenza della verità. Almeno qui, nello spazio costituzionalmente delegato di rappresentare la storia per come si è realmente svolta.
E invece no. Anche il museo nasconde la sua post verità. Ed è una questione sulla quale, già da qualche tempo, alcune ricerche dell’arte contemporanea hanno concentrato la propria attenzione, incrociando museologia e archivistica, per una metanarrazione espositiva che scardina l’idea di affidabilità di certi luoghi e di tutta la semantica a questi connessa. Per esempio, Walid Raad, da anni, ci mette di fronte alla vulnerabilità del temine verità, alla sua fondamentale inconsapevolezza, con progetti che negano la propria consistenza di opere oppure la affermano. Per quanto la ricerca di Raad sia approfondita, rimane nell’estetica, un esperimento realizzato in un contesto reso ideale dalla consapevolezza di tutti. Tutti sanno che Raad ci sta prendendo un po’ in giro.
Infatti, come al solito, la finzione viene superata dalla realtà – ostinandoci a mantenere la separatezza tra le categorie – perché un recentissimo studio, intrapreso dall’autorevole Smithsonian Institute e costato la bellezza di 80.000 dollari, ha dimostrato che il 96% degli artefatti conservati al Mexican Museum di San Francisco è falso o non può essere autenticato. «Lo spirito delle arti e delle culture del Messico e delle Americhe sono strettamente connessi. Con il suo programma, il Mexican Museum vuole dare voce alla complessità e alla ricchezza dell’arte Latina», si legge sul sito ufficiale del museo, fondato nel 1975 da Peter Rodríguez e in procinto di cambiare sede, in un nuovo spazio più grande che costerà circa 20 milioni di dollari. Su poco più di 2.000 pezzi della collezione di arte precolombiana, solo 83 possono essere autenticati. Questa situazione piuttosto singolare deriva dai primi anni della fondazione, quando l’istituzione iniziò a mettere su la propria collezione, accettando praticamente ogni tipo di donazione, senza andarci troppo per il sottile. E infatti il numero totale potrebbe aumentare, poiché il rapporto pubblicato è solo il primo e la collezione completa comprende 16.500 opere. Che potrebbero essere vere o false, dipende da quanto vogliamo crederci. (MFS)
In alto: Walid Raad, THE ATLAS GROUP (1989-2004), I Might Die Before I Get A Rifle_Device II, 1989. Courtesy l’artista e Galerie Sfeir-Semler, Beyrouth / Hambourg © Walid Raad


















