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La loro mostra “It’s Even Worse in Europe” si è appena aperta alla Whitechapel Gallery, consacrazione di una carriera che – comunque – va avanti da trent’anni. Parliamo del collettivo delle Guerrilla Girls, che quest’anno hanno deciso di entrare nella tana del lupo, Frieze, e che sono anche alla Tate Modern, in residenza per una settimana.
Che hanno fatto queste “coscienze del mondo dell’arte”? Si sono vendute l’anima al diavolo? Non proprio, anche perché il discorso critico, stavolta, è ricaduto sulla questione degli oligarchi che, in lungo e in largo nel mondo, hanno aperto i loro mausolei, con il rischio – nemmeno troppo nascosto – di oscurare tutte le pratiche “controcorrente”.
Sì, perché ci sono i Broad a Los Angeles, Vuitton a Parigi, Zhukova con Garage a Mosca, e anche il vecchio Peter Ludwig, con il suo museo di Colonia, dove le ragazze guerrigliere, però, hanno un’installazione in facciata.
“Non credo che siamo le uniche persone del mondo dell’arte a preoccuparsi del futuro dei musei in via di sviluppo nelle mani di oligarchi”, ha riportato Frida Kahlo, una delle fondatrici del collettivo statunitense, che ha protestato contro le disuguaglianze nel sistema dell’arte dal 1985.
Fosse solo questo: nel mirino c’è anche il machismo che contagia il sistema, come aveva riportato anche poco tempo fa proprio la direttrice della Tate, Francis Morris. E The Artnewspaper, dati alla mano, non ha perso tempo con i sondaggi: a Londra le gallerie, durante questa Frieze Art Week, ospitano il 67 per cento di mostre di artisti uomini; in fiera, invece, sono il 54 per cento delle gallerie quelle ad essere fondate da donne. Il problema, però, è che solo il 28 per cento degli artisti sono “quote rosa”. La più “femminile”? Hauser & Wirth (34 per cento di artiste); la più “maschile”: Gagosian, con l’84 per cento di artisti uomini. That’s it!
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