18 febbraio 2011

La cultura ai tempi di Bondi? Noi (del Fatto) l’andiamo a fare su Saturno…

 

di

79281
L’elenco è molto
lungo, da Antonio Tabucchi a Umberto Eco, a Franco Battiato, giusto per citare
qualcuno. Sono gli intellettuali di varia estrazione, ma di certo non
propriamente affini al berlusconismo, che ad ogni tornata elettorale del
recente passato hanno minacciato (o promesso, dipende dai gusti) di emigrare
dall’Italia se avesse vinto il Cavaliere, preferibilmente alla volta di Parigi.
Senza poi peraltro tenere fede ai bellicosi propositi, in molti casi.
Ora c’è qualcuno che si spinge ben oltre, scegliendo – metaforicamente, salvo improvvise
quanto improbabili accelerazioni nelle sperimentazioni interplanetarie – di andare
a fare cultura su Saturno. È questo infatti il nome scelto dal nuovo inserto
culturale de Il Fatto Quotidiano in uscita da venerdì 25 febbraio, settimanale con
otto pagine dedicate a libri, arti, cinema, scienze. A dirigerlo un vero
specialista del genere: quel Riccardo Chiaberge per dieci anni alla guida di
quello che è stato – oggi lo è sempre meno, dopo le sue dimissioni – uno dei migliori inserti culturali
del pianeta, il Domenicale del Sole 24 Ore. Ed a sancire un atteggiamento che
si annuncia fortemente critico – vivaddio – nei confronti della politica
culturale del governo, testimonial del primo numero sarà il professor Salvatore
Settis, a lungo presidente del Consiglio
Superiore dei Beni Culturali, carica dalla quale si è dimesso in aperto
contrasto con il ministro Sandro Bondi, soprattutto per i tagli al bilancio del
ministero.

[exibart]

6 Commenti

  1. Il “Domenicale” è ormai in mano a CL. Con la scusa dello svecchiamento editoriale hanno abbassato la guardia (ed il livello). Peccato.
    Un sincero inboccallupo al “Fatto quotidiano” che si arricchisce di nuovi contenuti dei quali si sentiva la mancanza.

  2. In Italia, quasi tutti coloro che si occupano di cultura e di arte, amano morbosamente e spasmodicamente il potere: gli incarichi pubblici, la poltrona damascata messa a disposizione del potente di turno. In sostanza la critica culturale italiana, serve soltanto a demolire l’avversario del momento. Un atteggiamento, facilmente prevedibile che si è trasformato in una farsa simile alla commedia dell’arte. In sostanza agiscono in questo modo perchè sanno di essere figure scarse, così insignificanti, che senza l’aiuto del “Dio Denaro” (bendetto dallo Stato), non riuscirebbero mai a produrre e a far produrre la cosiddetta cultura salottiera, quella radical schic di sinistra e di destra, quella che fa il solletico di risveglio ai dormienti, benpensanti borghesi. Non riuscirebbero richiamare su di sé un pò di attenzione mediatica. Costoro, sentono e s’illudono che senza il potere dei soldi, non susciterebbero nessuna attenzione, nessun interesse o condivisione da parte di quell’esiguo pubblico che segue oggi le vicende dell’arte e della cultura. Non è vero che la cultura si fa sempre e solo con i soldi. Dobbiamo sfatare questo luogo comune. In tutte le epoche storiche, grandi artisti: pittori, scultori,architetti, musicisti, scrittori, filosofi,scienziati, hanno prodotto opere meravigliose che erano espressione e testimonianza del bello, del vero e del giusto. Tutti questi capoloavori dell’ingegno umano che ci hanno tramandato e che possiamo ancora ammirare, sono stati realizzati, con la condivisione e partecipazione attiva dell’intera collettività. Questi signori “acculturati” di oggi, dalle facce di carta stampata e dalla smania di potere a tutti i costi, invece di perdere tempo dietro la chiaccherologia del Ministro Bondi, si occupassero, concretamente di risvegliare le coscienze addormentate della maggioranza degl’italiani (che vivono solo di calcio di donne bunga bunga e di insipede canzonette di San Remo), allora otterrebbero risultati diversi, non solo di partecipazione attiva alle vicende culturali, ma di presa di coscienza sulla funzione sociale che esercita l’arte e la cultura sul benessere psico.fisico della collettività.
    C’è un sacco di artigiani, di artisti, scrittori che lavorono onestamente in silenzio, senza gli aiuti di Stato. Eppure, producono istanze culturali interessanti che nessuno di questi noti notabili della comunicazione e della informazione hanno mai avuto interesse a diffonderle. La comunicazione autentica, non falsa, e l’educazione artistica diffusa, non solo accresce la capacità del pubblico di conoscere, ma affina anche la cultura della partecipazione.

  3. Gli intellettuali di varia estrazione, in realtà, sono di matrice unica.
    Avete dimenticato Andrea Camilleri ed Arnoldo Foà, campioni del trasferimento all’estero a parole ma, si sa, con l’età va via pure la saggezza.
    Questa gente non vuol capire che la pacchia è finita. Da noi il “finanziamento della cultura”
    si risolve in tante greppie alle quali sono “attaccati” partiti, sindacati e morti di fame.
    Posso capire l’aiuto iniziale per incentivare i giovani, ma il fallimento poi, è indice sicuro della mancanza di genio, per cui è meglio non insistere.
    Per il resto non ci sono soldi, il piatto è povero e ci sono iniziative più urgenti da prendere per mandare avanti la barracca.
    Gli artisti, gli attori, i cinematografari, se non hanno pubblico cambino mestiere.

  4. Ma sì come dar torto a quest’analisi di Marseglia….mai come di questi tempi nel nostro paese la “cultura” è sempre inevitabilmente espressione di un certo potere : politico-mafioso, economico, di relazione nel senso che sono gli inciuci personali a costituire gli eventi. Scandagliando “l’offerta” spesso ci si interroga proprio sul suo valore innovativo, di progetto con risultati deludenti…nel senso che non è questo che conta ma tutto il contorno….e cosa fa il pubblico?? subisce, semplicemente non ha scelta, non ha alternative se le sue richieste sono minimamente esigenti…come stare sempre chiusi in una piccola stanza senza mai aprire la finestra….

  5. caro angelo libranti, se gli artisti non hanno pubblico cambino mestiere? e se ci fosse un van gogh dei nostri giorni cosa dovrebbe fare? cambiare mestiere perchè i galleristi, i critici e il pubblico tutto non hanno gli strumenti per giudicarlo? ma sei sicuro? non ho mai sentito una sciocchezza di tale levatura.

  6. piero, la questione non è legata solo al pubblico assente, o al giudizio degli addetti ai lavori… Ci vuole ben altro per smantellare l’attuale sistema autoreferziale dell’arte. In questo, la casta culturale italiota ha grosse responsabilità sull’educazione sull’ partecipazione del pubblico: per rendere più colta e più libera la società. E’ arrivato il tempo di mandarla a casa! Bisogna voltare pagina, come sostiene Savino Marseglia. Per questo ci vuole una spallata. Questa casta baronale, occupa da troppo tempo, troppi posti nelle istituzioni culturali pubbliche. Ben coscienti di non assolvere al loro dovere di coinvolgimento educativo e partecipativo del pubblico. Ben coscienti di difendere privilegi di casta e di stare seduti, comodamente sulle poltrone. E’ una questione etica: se ne devono andare!!!

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