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La polizia di Lione porta brillantemente a termine una maxi operazione antidroga. Durante un pattuglia di routine, gli agenti hanno scoperto un appezzamento di oltre 4000 metri quadrati, interamente dedicato alla coltivazione di marijuana, proprio nel cuore de La Confluence, quartiere che sorge nel punto di confluenza tra il Rodano e la Saône, prima adibito ad attività industriali e portuali e, da alcuni anni, al centro di un ampio progetto di rivalutazione. La gendarmerie non ha perso tempo e, con la consueta solerzia, ha estirpato tutte le piante e le ha bruciate, con grande soddisfazione della folla di curiosi, accorsi numerosi. L’illecito accadeva a pochi passi dalla Sucrière, il complesso industriale costruito negli anni ’30 e, dal e 2012, rifunzionalizzato come centro d’arte contemporanea.
La notizia sarebbe stata più o meno questa, da riportare nelle pagine di cronaca se non fosse che le piante in questione non sono di marijuana ma di canapa, senza il principio attivo incriminato del THC, oltre che di lino e orzo, particolarmente adatte alla pulizia del terreno. E il barone della situazione non è un emulo di Pablo Escobar, magari giusto un po’ più raffinato, vista la posizione della piantagione, in uno dei nascenti quartieri culturali europei. L’autore del crimine fake infatti è Thierry Boutonnier. L’artista francese, nato nel 1980 e da sempre interessato al linguaggio estetico e ai risvolti sociali degli ecosistemi naturali, non avrebbe mai pensato a un epilogo del genere per la sua partecipazione alla prima Biennale di Architettura di Lione, organizzata proprio per riflettere sui grandi cambiamenti urbanistici che, negli ultimi anni, stanno trasformando il paesaggio della città francese, molto attenta ai temi della sostenibilità. La manifestazione avrebbe dovuto chiudersi il 9 luglio, con una festa nell’area esterna della Sucrière, un terreno ancora senza destinazione d’uso, trasformato da Boutonnier, con la collaborazione dello studio d’architettura Fabriques Architectures Paysages, in Aire d’Attente, una zona d’attesa, in cui il ciclo vitale delle piante e degli animali si sovrappone alla temporalità urbana. E infatti l’opera non ha resistito molto, complice la superficialità delle forze dell’ordine, che si giustificano: «Avrebbero dovuto lasciare una segnalazione». Insomma, un classico frainteso da museo d’arte contemporanea. Serviva la didascalia.


















