12 aprile 2016

L’opera d’arte? Deve essere un “protocollo corale”. Julien Friedler e i suoi progetti sbarcano in Italia

 

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Nato nel 1950, francese, Julien Friedler ha una formazione come psicanalista e scrittore. Da oltre vent’anni, con la creazione di “La Moire”, luogo di riflessione sull’apparato psichico che esce dai confini della materia per abbracciare altre discipline, ha iniziato una produzione pittorica e una serie di opere “corali” e in qualche modo pubbliche, che appartengono alla sfera delle possibilità “umane” e umanitarie dell’arte.
Dopo la mostra alla Fondazione Mudima di Milano e gli incontri di Torino, fino al 22 aprile l’artista francese sarà al Museo Civico di Abano Terme in collaborazione con la galleria CD STUDIO d’Arte di Padova, per poi spostarsi a Palazzo Collica di Spoleto.
La sua pittura, che lui stesso definisce “rock’n’roll”, è anche una sorta di tentativo di avvicinamento all’altro, utilizzando una modalità quasi ipnotica, senza vincolo di soggetti o di materiali, ma è proprio forse nelle opere “collettive” che si intende meglio l’ambizione di questo artista atipico: quello di mettere a fuoco la vita degli altri. Lo abbiamo incontrato, e ci siamo fatti raccontare di più sulla sua filosofia creativa. 
Ha deciso di realizzare una serie di installazioni lasciandole creare dal pubblico, innescando un meccanismo. Perché?
«Se l’arte si limita a uno spettacolo e non entra nella vita poco serve. Il mio problema è rompere questo strano “cerchio magico” del sistema. Non sono contro il mercato, ma voglio avere una voce non solo autoreferenziale».
Ci racconta di questi progetti a più voci?
«Si possono definire Protocolli. Sono tre idee che hanno una specificità: fanno intervenire migliaia di persone e a lungo termine. Come ad esempio La foresta delle anime, progetto che durerà 80 anni e che parte da un questionario di 6 domande: la prima chiede chi è dio e l’ultima è “Chi sono?”. Le persone rispondono in modo loro, in maniera libera, con una parola, un testo, un disegno…L’idea è quella di un’installazione finale che metta qualcosa come 5mila “risposte” in una serie di colonne di vetro, La foresta, appunto: centinaia di migliaia di voci che hanno “reagito” e che ci hanno donato i loro sogni. In qualche modo c’è una redenzione, un riscatto, come è accaduto ad un carcerato della Bulgaria, che ci ha dichiarato che voleva diventare musicista. Su lungo termine questi progetti possono diventare una mappa umana».
Ha lavorato anche con “situazioni difficili”?
Si, con il progetto Il barbone celeste siamo andati dappertutto nel mondo e abbiamo chiesto agli homeless di lasciare il loro segno su un foglio di carta, così come ai bambini che vivono per le strade. Cerchiamo di documentare la vita degli invisibili, che hanno a loro volta sempre una creatività. Sono situazioni che, a lungo termine, possono creare sinergie tra gli umani». 
Pensa che l’arte debba avere una funzione sociale?
«Credo che l’arte abbia una vocazione sociale, specialmente perché oggi sono finiti tutti i riferimenti, anche politici. E poi tutti abbiamo una vena “del fare”, un fondo creativo, che spesso resta chiuso perché la vita e la società non danno possibilità per sviluppare queste inclinazioni: bisogna scoprirle come avviene con l’oro».

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