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“La casa degli artisti napoletani”. Questo l’assessore
Nicola Oddati, mesi addietro, aveva auspicato che il PAN divenisse, dichiarando
un’intenzione programmatica di maggior dialogo col territorio, pur puntualizzando
il permanente, parallelo interesse per uno sguardo verso le realtà estere. Infatti
da adesso il Palazzo delle Arti Napoli è “casa” anche per la creatività
internazionale. E, almeno a giudicare dalle premesse iniziali, il programma di
residenze per artisti Pan Studios – Artists residency / Space in
transformation, presentato oggi a Palazzo Roccella, sembra tradurre in realtà
proprio questa doppia vocazione: guardare con un occhio al locale, e con l’altro
all’internazionalità.
Missione ambiziosa, auspicabile e spinosa, che per
non tramutarsi in indesiderabile strabismo istituzionale richiede continuo
baricentro, scambio e comunicazione tra i due poli d’interesse, cui Oddati pare
ispirarsi palesando il desiderio di “far lievitare lo spazio creativo partenopeo
con artisti napoletani, ma anche con artisti di tutto il mondo messi in
relazione con la città”. Equilibrio ricercato anche nella formula progettuale,
che ha selezionato, attraverso il vaglio di Daniel Buren (direttore artistico
del programma), Maria Gloria Bicocchi, Graziella Buontempo, Giuseppe Merlino e
Marina Vergiani, due autori stranieri e due italiani, di cui uno napoletano. La
caustica indagine di Salvatore Elefante (Napoli, 1980) sull’identità e sulla
sottile demarcazione tra pubblico e privato, l’interpretazione sociologica
dello spazio architettonico di Michael Just (Francoforte, 1979), l’analisi sui
processi creativi di Leo Marz (Guadalajara, 1979) e la riflessione su memoria,
narrazione e stereotipi linguistici di Luana Perilli (Roma, 1981) dovranno,
nell’arco dei sei mesi di durata della residenza, confrontarsi con lo specifico
partenopeo – in particolare con la sua difficile area occidentale – e confluire
in progetti di arte pubblica per la città, da esporsi poi nel contesto del
Forum delle Culture al PAN. Che in cambio offrirà spazi per la ricerca e la
creazione, l’accesso a strumenti quali la sua biblioteca e il proprio archivio
digitale, l’organizzazione di workshops e incontri con visiting professors.
E che in tal modo, per la direttrice Marina
Vergiani, intende “presentarsi come centro di produzione, e per farlo guarda al
mondo”. La relazione col sistema ospitante sarà assicurata anche da incontri
aperti tra gli artisti residenti e il pubblico, allo scopo di tessere una
comunicazione il più possibile incisiva col territorio. Perchè nessuna “casa”
degna di questo nome può mai trasformarsi in una “torre d’avorio”… (diana
gianquitto)
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