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Inizia domani “Milano Scultura”, alla Fabbrica del Vapore di Milano. Ormai una manifestazione consolidata nel panorama cittadino, che Valerio Dehò dirige da diverse edizioni, da quando la piccola kermesse si chiamava ancora “Step Art Fair”, e debuttava nella “cattedrale” di via Procaccini.
Oggi un po’ di cose sono cambiate, e la vecchia “Step” – da due edizioni – è diventata una fiera sulla “scultura nel campo allargato”, ovvero intesa come medium possibile per unire codici e linguaggi, e che quest’anno si svolgerà per la prima volta nei locali delle Ex Cisterne della Fabbrica. “Ormai per gli artisti la terza dimensione è un corredo genetico, siamo abituati a vivere un senso di partecipazione all’esperienza artistica totale. La scultura è diventata un riferimento indispensabile cui fare riferimento per tutto ciò che non è architettura, non è paesaggio e non è immagine bidimensionale”, scrive Dehò nello statement. E noi lo abbiamo intervistato.
Milano Scultura, che prosegue l’attività di Step Art Fair, ha ormai preso piede da diverse edizioni. Ci racconta della sua evoluzione e ci può dare qualche numero realizzato, anche negli scorsi anni? Mi riferisco agli ingressi, agli incassi generali, al numero di gallerie presenti etc…
«La nostra è una piccola mostra-mercato in cui non si paga biglietto per entrarvi: è importante che dal pubblico sia vissuta come un’occasione per incontrare l’arte. Personalmente trovo che far pagare per entrare ad una fiera, spesso costando più dell’entrata ad una mostra, non sia etico. Ci sono già i galleristi che pagano, il pubblico dovrebbe entrare sempre gratis o con un biglietto simbolico. Detto questo noi siamo fissi come presenze sui 5mila visitatori, con Milano Scultura abbiamo incrementato le presenze di circa il 15 per cento. Anche con la neve di due anni fa è stato lo stesso. Per le gallerie siamo sempre attorno alla trentina, poi ci sono le mostre, l’Accademia di Brera, etc. Ma per noi la Fabbrica del vapore è il luogo perfetta e lo spazio consente questi numeri che ci consentono di lavorare bene e senza affanni».
Come si pone Milano Scultura nel panorama delle fiere oggi, che da una parte all’altra del mondo sono sempre più numerose e sempre più dedicate a settori specifici?
«La mia idea di convertire una piccola fiera generica in una fiera che fosse tematica e legata ad un linguaggio ampio della contemporaneità, è nata proprio da questa consapevolezza. Moltissime fiere sono dei mercatini rionali a cui partecipano anche gallerie di fantasia. Questo è stato determinato dalla “fame” che hanno i galleristi di incontrare il pubblico e gli acquirenti, visto che in galleria si girano i pollici. Si cercano altri pubblici, altre possibilità di vendita, è normale. Ma una fiera dedicata alla scultura non c’era, mentre ora a Lugano hanno dedicato una fiera alle opere su carta. Mi fa piacere, vuol dire che abbiamo ragione noi. Le grandi fiera vanno per conto loro, ma le piccole devono dare qualcosa di particolare, devono costruire un riferimento per una tecnica, un linguaggio artistico. Il low price ha stancato, non si può andare ad una mostra mercato solo perché c’è un tetto ai prezzi. Alla lunga è mortificante per gli artisti e il pubblico».
A proposito di questo, pensa che il futuro delle fiere d’arte (e dunque anche della sua economia) sia da ricercare più che in un mercato globale in una serie di “segmenti” di un sistema più ampio?
«Il futuro delle fiere sta nelle idee e nella capacità di organizzazione dei direttori artistici. Servono idee e piccoli cambiamenti continui. Art Basel & co. è un altro pianeta: noi ci accontentiamo della Luna. Le fiere generiche sono sempre dei grandissimi investimenti con poco ritorno. Nel budget generale di un Ente Fiera una fiera dell’arte in perdita più o meno ci sta. Quindi se le gallerie hanno l’esigenza di “farsi vedere” fuori dal loro contesto cittadino o regionale, bisogna far crescere delle fiere intelligenti, con costi limitati, con grande capacità comunicativa, fornendo una scelta di qualità oculata e non legata all’idea di pagare intanto i costi dello stand. I galleristi se hanno dei costi contenuti sono liberi di portare gli artisti in cui credono e non quelli che è “più facile vendere”. Molte fiere generaliste sono diventate tristemente dei discount, e ci va solo il pubblico che vuole fare degli affari. Nessuna voglia di vedere qualcosa di nuovo e di diverso. Anche nella crisi, ci vuole una certa dignità».
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