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“Bowie non è mai stato banale, c’era rigore artistico oltre la trasgressione”. Non l’ha scritto un giornale qualunque, ma l’Osservatore Romano, in una pagina di cordoglio per il grande musicista inglese. E ancora: “Si potrebbe affermare che, aldilà degli eccessi apparenti, l’eredità di David Bowie, morto il 10 gennaio a 69 anni, è racchiusa proprio in una sorta di personalissima sobrietà, espressa finanche nel fisico asciutto, quasi filiforme”. Sembra quasi incredibile. Sarà l’effetto “bontà” di Jorge Bergoglio? Sarà che i tempi cambiano? O sarà che quando si muore, che si sia stati lupi o chierichetti, tutto viene ridimensionato alla dimensione dell’omaggio?
Intanto anche Monsignor Giancarlo Ravasi, che è Presidente Pontificio per la cultura, su Twitter ha postato i versi di Space Oddity e prima di lui c’è stato, giustamente, un inglese: l’Arcivescovo di di Canterbury, Justin Welby, ha riportato: «Ricordo di aver ascoltato ininterrottamente le sue canzoni, soprattutto negli anni Settanta e sempre ho apprezzato quello che era, quello che faceva e l’impatto che aveva». E se lo dice la massima autorità religiosa della Chiesa anglicana, non possiamo che gridare al “Miracolo Bowie”.



















