30 marzo 2016

Musei d’arte contemporanea, ottime performance nella comunicazione “social”. Lo dice l’ultimo rapporto di Civita, anche se gli italiani che si “connettono” con la cultura sono ancora pochi

 

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L’indagine, stavolta, è stata condotta da Civita e viene presentata oggi in una lunga giornata all’Auditorium dell’Ara Pacis di Roma. Il tema? Ancora una volta quanto sono “social” gli italiani e quanto sono, di conseguenza, “connessi” i nostri musei; le modalità di fruizione dei canali virtuali della cultura e gli effetti che ne derivano, giusto per fare qualche esempio.
Il rapporto si intitola #SocialMuseum Social media e cultura, tra post e tweet, e dimostra come siano quasi 9 milioni (e sono pochi, visto che rappresentano il 36 per cento degli intervistati) a usare i social media per arrivare il museo. 
Un gap di cui avevamo parlato anche in altre occasioni, e dove ad avere la meglio sono teatri ed enti lirici e musicali ad avere un pubblico online più fedele e affezionato, e non i musei.
Già, perché se dai social e dai siti dei musei si scaricano materiali, la semplice prenotazione o l’acquisto del biglietto d’ingresso non è una pratica diffusa. Tantomeno la funzione “creativa”.  
Ma se dal lato del pubblico le cose non vanno particolarmente bene, anche dal fronte dei musei non ci siamo del tutto: l’indagine mostra che l’utilizzo di questi strumenti come mezzo per entrare in relazione con i propri pubblici o per attrarre visitatori non costituisce ancora, per le nostre istituzioni, un obiettivo strategico e rilevante. Eppure, udite udite, c’è una felice eccezione: i musei d’arte contemporanea, al contrario, sono capaci di richiamare non solo i giovani (i cosiddetti “nativi digitali”)  ma anche un pubblico più trasversale e meno assiduo.  
I consigli degli esperti? Per esempio, mettere in atto mirati investimenti sulle professionalità addette alla comunicazione museale e prevedere per i luoghi più visitati, in genere statali, di destinare le entrate aggiuntive alla formazione di personale qualificato (almeno 3 o 4 unità), al fine di migliorare l’interazione “social” con il pubblico, o attivare eventuali collaborazioni con le imprese operanti nella comunicazione e, per musei con minore affluenza, incentivare una gestione a rete dei servizi dedicati alla comunicazione. Per superare un po’ la visione “conservatrice” e conservativa del proprio ruolo, vincendo le diffidenze di coloro che temono di sminuire le capacità conoscitive e formative della tradizionale museologia attraverso una app o un profilo.

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