20 aprile 2008

Napoli, da una mostra Rosa ad una soprintendenza in rosa?

 

di

Mariella UtiliÈ il suggerimento sull’individuazione di un dirigente femminile come prossimo soprintendente al Polo Museale Napoletano. Nicola Spinosa, in carica dal 1984, ha indicato Mariella Utili – attuale direttrice del museo di Capodimonte – come figura ideale ad accogliere il passaggio di testimone tra la fine del 2009 e la primavera del 2010, allo scadere dell’incarico da Soprintendente. Oggi, durante la conferenza stampa di presentazione della mostra su Salvator Rosa, è scaturita un’altra novità: accordo trovato tra i musei Capodimonte e Madre, tra Spinosa e Cycelin dunque, dopo le accese polemiche dei mesi scorsi (e puntualmente registrato da Exibart). Il concordato, hanno assicurato all’unisono il Soprintendente e Antonio Bassolino, presidente della Fondazione Donnaregina–museo Madre oltre che della Regione Campania, “sarà firmato nei prossimi giorni”. Risultato finale? Un’unica data di apertura “a distanza di poche ore”, per le mostre di Louise Burgeois nel palazzo borbonico e quella di Robert Rauschenberg in quello ripristinato da Alvaro Siza nel prossimo autunno caldo. Nel congedarsi, Spinosa ha anticipato inoltre l’organizzazione di una grande esposizione puntata su “un ritorno al barocco” prima del pensionamento (sicuramente da combattimento), così come era iniziato il suo percorso all’interno della soprintendenza con la storica mostra Civiltà del ‘600 nel 1984. (irene tedesco)

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Napoli città spinosa

[exibart]

5 Commenti

  1. pietà! due superinaugurazioni nello stesso giorno! ma li volete mandare al manicomio questi poveri giornalicristi?

  2. Le disposizioni degli ultimi imperatori romani [modifica]
    Già alla fine del IV secolo Arcadio e Onorio avevano riconosciuto alla sentenza emanata dalla episcopalis audientia pari dignità rispetto a quella pronunziata dal tribunale pubblico. Attorno al vescovo cominciarono a gravitare i fedeli bisognosi di aiuto di natura materiale, oltre che spirituale.

    Subito dopo la guerra gotico-bizantina (535-553), l’imperatore Giustiniano incapace di ricostruire le strutture di controllo statale, promulgò nel 554 la Prammatica Sanzione, che contiene anche direttive che dettero ai vescovi prerogative proprie di altri funzionari imperiali. Da quel momento in poi le disposizioni dei vescovi ebbero forza di legge con valore vincolante per tutta la popolazione, anche se in contrasto con le decisioni prese da altri funzionari imperiali romani come i prefetti, anche se appoggiati da tribunali laici.

    Interazione tra Germani e Latini [modifica]
    I nuovi conquistatori barbari avevano bisogno dell’appoggio ecclesiastico, se non altro perché i chierici erano gli unici -durante l’alto medioevo- a saper leggere e scrivere. Ne è prova il fatto che le consuetudini barbare subirono forti modifiche a contatto con l’antico bagaglio tecnico-giuridico di stampo latino, di cui la chiesa rimaneva ultima depositaria. Codici scritti soppiantarono ben presto le arcaiche usanze tribali (assemblee generali con votazione a maggioranza). Un esempio è il Codex Longobardorum, emanato da re Rotari ed esempio di armonizzazione del diritto germanico con quello latino.

    Inizio del potere temporale dei Papi [modifica]
    Indipendentemente dal loro status, i vescovi erano funzionari dipendenti da Bisanzio così come lo era la diocesi romana. Teodorico il Grande, che governò l’Italia come funzionario dell’impero romano e come re, fu forse l’ultimo funzionario imperiale a tenere il potere dei vescovi entro i limiti originari.

    Con Gregorio Magno le cose cambiarono parecchio: il Praefectus urbi si era trasformato in un funzionario pontificio e prendeva ordini direttamente dal Laterano, mentre il magister militum era ufficiale dell’esercito pontificio; tutti i dipendenti civili furono sostituiti con altri di natura ecclesiastica, compresi i diaconi adibiti alla riscossione delle imposte.

    Il re longobardo Liutprando, in cerca di un accordo che rinforzasse il suo stato, fece dono a Papa Zaccaria della cittadina di Sutri. Con questa donazione e il falso documento riguardante la così detta donazione di Costantino, i Papi cominciarono ad rivendicare il controllo spirituale e temporale delle terre dell’Italia centrale e dell’Europa ad ovest della Grecia.

    La Chiesa Imperiale degli imperatori sassoni [modifica]
    Durante l’impero di Carlo Magno il potere civile era forte e i vescovi tornarono ad essere considerati dei semplici funzionari, sulla cui nomina i sovrani potevano interferire pesantemente. L’impero carolingio, però, fu diviso in tre tronconi (Italia, Germania e Francia), il potere statale perse autorità ed efficacia, soprattutto in Italia e Germania. Il fatto più grave, però, fu il riconoscimento dell’ereditarietà dei feudi (Capitolare di Quierzy, 877), che privava l’imperatore di gran parte dei suoi poteri. Nel caos post-carolingio crebbe anche l’autonomia di molte città, guidate inizialmente dal loro vescovo, ma destinate a trasformarsi in liberi comuni.

    Nel X secolo, il potere imperiale passò ai re di Germania, di stirpe sassone. Il primo di loro, Ottone I, non volendo ricadere negli errori dei carolingi, basò sistematicamente il proprio potere politico sull’assegnazione di importanti poteri civili a vescovi, che egli stesso aveva nominato. I vescovi, infatti, non potevano avere prole legittima, a cui trasmettere i benefici ricevuti. Inizialmente Ottone assegnò poteri di districtus, ossia di comando, polizia ed esazione, sulla città e sul territorio circostante. In seguito i poteri furono estesi ad interi comitati, a spese del conte laico e creando dei veri e propri vescovi-conti.

    In pratica la funzione vescovile ne fu snaturata, perché l’assegnazione della carica non era più basata sulle doti morali o sulla cultura religiosa del candidato, ma esclusivamente sulla sua fedeltà all’imperatore. La pratica, inoltre, degradò rapidamente nella simonia, cioè nell’assegnazione del titolo vescovile a laici, che erano in grado di versare cospicue somme di denaro all’imperatore, certi di recuperarle tramite i benefici feudali che ormai accompagnavano il titolo vescovile.

    Lotta per le Investiture nel XI secolo [modifica]
    La decadenza morale dell’episcopato stimolò una reazione di riforma, di cui furono protagonisti i monaci della Lorena. Ufficialmente la lotta tra papato e impero cominciò con Papa Niccolò II, eletto nel 1059: egli condannò l’investitura laica dei vescovi ed escluse l’imperatore dalla partecipazione attiva all’elezione del pontefice, diritto che Enrico III era riuscito a imporre a Papa Clemente II.

    Papa Gregorio VII, nell’ambito di un’azione più ampia che va sotto il nome di Riforma gregoriana, emise nel 1075 il famoso Dictatus Papae, che sottraeva completamente i vescovi al controllo imperiale. La lotta divenne aspra tra lui e l’imperatore Enrico IV, che radunò i vescovi a lui fedeli i quali deposero il Papa. Gregorio a sua volta scomunicò l’imperatore.

    A causa della ribellione dei grandi feudatari tedeschi, Enrico IV si recò nel 1077, in gennaio (si dice vestito di semplice lana), davanti al castello di Canossa per ottenere il perdono del Papa con la mediazione della contessa Matilde (giovane vedova che aveva ereditato il feudo dal marito). La vicenda viene ricordata come l'”umiliazione di Canossa”: si narra che l’Imperatore dovette aspettare tre giorni e tre notti prima di essere ricevuto.

    Ottenuto il perdono, la questione non fu risolta e i due avversari continuarono a osteggiarsi fino alla morte di Gregorio VII (1085). Nel frattempo Enrico IV aveva eletto un antipapa, Guiberto di Ravenna e il Papa l’aveva nuovamente scomunicato. Successivamente Enrico IV tentò più volte di fiaccare la resistenza di Matilde di Canossa minacciando le sue terre, ma nel 1089 Matilde sposò in seconde nozze Guelfo V, principe Germanico, il che la rese molto più potente. Il Papa Urbano II continuò a osteggiare Enrico IV e la lotta per le investiture continuò ancora.

    I successori di Gregorio, fra cui va ricordata l’opera di Pasquale II (disposto ad una radicale rinuncia della chiesa ai beni terreni), furono più inclini al compromesso, limitandosi a pretendere che i sovrani laici non attribuissero uffici spirituali, mentre per i regnanti era fondamentale che i vescovi investiti del potere temporale riconoscessero l’autorità del sovrano.

    Il Concordato di Worms del 1122 concluso tra Papa Callisto II ed Enrico V rappresentò un modello per gli sviluppi successivi delle relazioni tra la Chiesa e l’Impero. Secondo il concordato, la Chiesa aveva il diritto di nominare i vescovi, quindi l’investitura con anello e pastorale doveva essere ecclesiastica. Le nomine, tuttavia, dovevano avvenire alla presenza dell’imperatore, o di un suo rappresentante, che attribuiva incarichi di ordine temporale ai vescovi (appena nominati dal Papa) mediante l’investitura con lo scettro: un simbolo privo di connotazione spirituale.

    Nonostante il concordato di Worms, la Chiesa nel Medioevo non ottenne mai un controllo completo nella nomina dei vescovi. Ma le basi per la progressiva divisione dei poteri erano state gettate.

  3. ciao anna!
    oggi era venerdì, quando c’è stata la conferenza stampa. c’è stato un piccolo refuso…exibart è piena di speednews, può capitare un leggero slittamento!

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