09 maggio 2016

“Negus”, ovvero come una strana storia di provincia, che attraversa i confini, diviene un film firmato da Invernomuto. In scena al Beltrade di Milano

 

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Fino all’11 maggio, alla Sala del Cinema Beltrade di Milano, è in scena il primo lungometraggio di Invernomuto, una collaborazione che nasce dal 2003 tra Simone Bertuzzi e Simone Trabucchi, chiamati anche “I Simoni”. 
Questa proiezione è il primo appuntamento di Limbo, Luoghi tra Arte e Cinema; un serie di incontri destinati a produzioni d’artista e alla comunicazione tra arte e cinema, curati da Davide Giannella.
La scelta degli artisti è quella di portare in scena un progetto iniziato nel 2013 di un fatto accaduto realmente a Vernasca (PC), loro terra d’origine, tra gli anni ’30 del ‘900, durante l’occupazione fascista in Etiopia. In questo paese della provincia di Piacenza, venne accolto un soldato ferito di ritorno dell’Etiopia ed in suo onore venne bruciato nella piazza l’effige di Negus, imperatore Haile Selassie I nonché ultimo Negus di Etipoia e portatore del Rastafarianesimo, fede religiosa che si sviluppò in Giamaica durante il movimento politico nazionalista.
Storia che viene raccontata e tramandata dagli abitanti vernaschini e che fa rientrare nel loro dialetto locale il termine “Negus” che designa una persona dal ridicolo aspetto eccentrico, da definirsi quasi “goffo”. L’immagine del fuoco, a cui si da molta importanza con una performance, nella parte finale del film intitolato appunto Negus, rileva la volontà di rappresentare un bruciare simbolico, quasi purificatore, dal culto sacro e intenso, il tutto reso ancora più coinvolgente dalla presenza di Rainford Hugh Perry meglio conosciuto come Lee “Scratch” Perry, precursore  della musica dub e seguace del raggae, una delle figure più importanti della cultura giamaicana.
Il film girato tra l’Italia, Etiopia e Giamaica, parte con un progetto iniziale ma poi prende forma durante gli anni in cui vengono utilizzati diversi linguaggi d’espressione; si passa dal video all’installazione, dalla scrittura al suono e alla performance. Non rientra sotto la specifica dicitura di documentario ma sicuramente facente parte del cosiddetto cinema sperimentale, un nuovo modo di parlare di un fatto storico accaduto, in cui gli avvenimenti si sviluppano in modo tortuoso, le location si mescolano costantemente, facendo perdere le coordinate geografiche volutamente.Il risultato è quello di un lavoro artistico in cui la musica è la chiave che conduce l’intero lungometraggio, si parte da un fatto reale per poi prendere sembianze diverse, in cui le persone narrano il loro pensiero senza alcun tipo di restrizione e le coordinate geografiche si mescolano incessantemente, sovrapponendosi in continuazione. (Gaia Tonani)

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