05 dicembre 2015

Qui Miami/10. Milano, che figura! All’hotel Victor il Belpaese incontra la Florida. E ne esce più che una mostra, un mostro

 

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Fa un po’ male scrivere certe considerazioni, specialmente perché da sempre siamo sostenitori dell’Italia, del suo sistema, del suo mercato, e ci rammarichiamo quando si vede chiaramente che all’estero i nostri artisti funzionano poco. Colpa delle istituzioni? Dei nostri musei? Della mancata conoscenza delle lingue e dunque del poco appeal per vendersi? 
Ne abbiamo discusso tanto e ora non è questa la sede per dare consigli o tirare somme. 
Stavolta ci limitiamo a guardare una mostra “italiana” in scena all’Hotel Victor a Miami. Si chiama proprio Miami meets Milano ed è ospitata nella suite presidenziale all’ottavo piano della struttura su Ocean Drive. 
Bella vista, orribile mostra. Lo diciamo senza mezzi termini, perché se potevamo averne il sospetto dopo aver visto la grafica e aver letto la sfilza di nomi che la compongono, occultati dalle prime righe riservate alla “partecipazione” di Schifano, Boetti, De Dominicis, Accardi e pure il povero Pasolini (se solo sapessero…), dopo averla vista ne abbiamo la certezza. 
Si tratta semplicemente di un’esposizione dove va in scena un’Italietta (pensando proprio alle parole di Pasolini) rimasta al peggiore figurativo, a un’astrattismo d’antan, dove di Boetti non si è messo in scena nemmeno un multiplo ma una stampa su tela, appoggiata orizzontalmente su una mensola. E dire che se ne trovano di piccoli arazzi dell’artista torinese, sempre presenti anche nelle più povere fiere di provincia e nelle gallerie meno blasonate. Ma qui no, qui va si mostra non tanto il secondo mercato, ma quel che esiste  solo nei circuiti amatoriali e, probabilmente, clientelari. 
Verrebbe da dire che si tratti di una mostra politica tout court, visto che compaiono le firme “patrocinanti” di Giuliano Pisapia, Sindaco di Milano, Roberto Maroni, Presidente della Regione Lombardia, del figlio di Salvador Dalì (in mostra, of course), di Vittorio Sgarbi per la consulenza (appellato come “very famous critic”) e anche del “famous opera trio” Il Volo. Quelli che hanno vinto a Sanremo, sì, che qui vanno forte e chissà perché. Quel che è certo è che non si tratta di un buon motivo per mettere in piedi una “manifestazione” del genere.
Se insomma l’arte italiana promossa dalle istituzioni politiche è questa, e per certi versi è così, di che vogliamo lamentarci se poi all’esterno non ci vedono? Speriamo, a tal proposito, che questa accozzaglia resti ben nascosta nell’angolo in cui è stata scaricata! 

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