07 dicembre 2015

Qui Miami/15. Dopo la fiera resta il museo, e il Pérez si avvia a diventare davvero globale. Sperando guardi ancora ai propri confini

 

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Se a Miami si è “gentrificato” il mercato dell’arte contemporanea, almeno in questa settimana pienissima di occasioni, bisogna dire che il Pérez Art Museum ha aperto anche le porte alla città sul fronte più istituzionale della comunità. 
Nato ad ogni modo da una collezione privata, il museo progettato da Herzog e De Meuron e aperto alla fine del 2013, è uno degli spazi più attrattivi per la cultura in città. Complici il bellissimo parco, il grande dehor esterno e una serie di mostre di cui Nari Ward, Sun Splashed, è solo la punta dell’iceberg.
Per carità, la mostra è davvero notevole, un mix tra New York (Harlem) e la Jamaica, tra gli Stati Uniti e il rapporto con l’immigrazione, solo per fare due esempi, ma è forse ancora più notevole è come si stia costruendo, qui, un nuovo mondo fatto di relazioni, di sguardi alla politica, al costume, alla società, alle influenze che i Caraibi hanno esercitato sugli Stati Uniti e viceversa, specialmente ora che Cuba aprirà le sue frontiere. 
Il Pérez Art Museum così si colloca come un vero e proprio museo di confine non tanto tra due nazioni, quanto tra due mondi: il nord, il sud e tutti gli annessi e connessi che vi abbiamo già elencato e che ci aveva qualche tempo fa raccontato anche il neo direttore, Franklin Sirmans.
Elencarvi le opere, in questo caso, forse ha decisamente poco senso: il Pérez sta diventando un’esperienza, un attraversamento, un incubatore che – nonostante la promessa di riservare spazio a grandi personalità, e dunque forse ad una nuova omologazione, come promesso ma non dichiarato da Sirmans – speriamo mantenga alta questa temperatura quasi tropicale dei progetti, non lasciandosi raffreddare troppo dai colossali ghiacci del Nord America, non solo in termini di mercato.

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