20 settembre 2010

RSQ-Rassegna Stampa Quotidiana del 20 settembre di Francesco Sala

 

di

Peter Greenaway (foto © 2010 ELR)
Sesta tappa, su L’Unità per la serie a puntate Cos’è il contemporaneo, che dopo gli incontri con il lavoro di Kiefer e De Dominicis, ricorda attraverso la penna di Paolo Colagrande L’intellettuale, performance che nel ‘75 Pier Paolo Pasolini e Fabio Mauri condussero in quel di Bologna. La proiezione de Il Vangelo Secondo Matteo direttamente sulla camicia bianca di Pasolini, che in una intervista raccolta prima della morte – avvenuta nel 2009 – Mauri ricorda così: “quando si andava a cena con Pasolini, sembrava di cenare con Cristo. La sua arte cinematografica, non era un testamento ideologico, ma una mimesis profonda”.

Aggiornamenti su quanto succede dalle parti della Mole: La Stampa presenta Exhibition, Exhibition, la collettivona firmata Adam Carr che apre oggi a Rivoli, con nomi come Penone e Pistoletto. Un viaggio che nasce nell’Arte Povera e arriva al più stretto contemporaneo, significato da due lavori di Giulio Paolini: in mostra il Disegno Geometrico del 1960 e il site specific fresco fresco Dopo tutto.

Non spenderò una lacrima per piangerli” dichiara sempre su La Stampa Peter Greenaway, riferendosi nell’intervista firmata Alessandra Comazzi a cinema e televisione, che il nostro – fulminato sulla via della multi visione – da già per spacciati. A Torino per elaborare un intervento al Museo del Cinema, Greenaway dipinge scenari da apocalisse post-mediatica: “Sempre meno persone vanno al cinema. In Olanda, dove vivo, la media è di una volta ogni due anni. Ma non guardano nemmeno più la TV. […] la generazione del lap top è convinta che non esista pittura prima di Pollock né cinema prima di Tarantino”.

Grandi firme sul Corriere della Sera, con Luciano Canfora che racconta dell’attualità di Euripide; ma soprattutto con Robert Storr, direttore della School of Art di Yale che in occasione della prossima apertura – mercoledì – della retrospettiva milanese su Dalì, analizza con rigore e straordinaria sintesi il lavoro del maestro spagnolo. Mettendo in luce le ben note genialità, focalizzandosi su come “mostrò la via che portava dal Surrealismo allo spettacolo commerciale”; ma senza tralasciare note e punti di critica seria e pungente: “all’immaginazione di Dalì è sempre mancato un ingrediente […] quell’intimità che deriva dall’aver radici, e la cui specificità è l’imperfezione esistenziale trasmutabile, piuttosto che una prfezione passiva, incorporea”. (selezione a cura di francesco sala)

[exibart]

23 Commenti

  1. Il 21 settembre aprirà al Castello di Rivoli una mostra collettiva curata da Adam Carr e dal titolo “Exhibition Exhibition”. La mostra, dalle premesse del comunicato stampa, vorrebbe stimolare lo spettatore, o meglio riflettere su percezione e interpretazione. Verrà costruito un muro a dividere lo spazio in modo tale da creare due spazi simmetrici e speculari: ogni opera installata dialogherà necessariamente con la sua corrispettiva nella seconda stanza. Mi sembra che il ruolo di curatore tenda ad avvicinarsi a quello di regista, e quello degli artisti al ruolo di attori. Non è banale. Forse il primo grande curatore-autore, Harald Szeemann, riusciva a mantenere maggiormente definiti il ruolo di artista e curatore. Anche M.Gioni lavora come “ottimizzatore” dell’artista. Alcuni curatori giovani (ricordo la dichiarazione di autorialità esplicita dei tre curatori in residence nel 2009 da Sandretto) diventano come “artisti scaltri” che hanno molte più possibilità rispetto ai codici dell’artista tradizionale, per quanto giovane. I Claire Fontaine, in mostra con Carr, sono ottimi artigiani rispetto un certo stereotipo di arte contemporanea. Il loro standard si adatta perfettamente a questo tipo di mostre, perchè è fluido e può consistere in una monetina fino ad un neon grande come una parete. Il rischio in questi progetti è che ci sia un vuoto autoriale: perchè il curatore non è del tutto artista e l’artista riveste comunque un ruolo relativamente marginale.

    A livello internazionale è in atto un acceso dibattito scaturito da un articolo di Anton Vidokle dal titolo” Art whithout artists” (arte senza artisti). Il dibattito e l’articolo (ripresi nel mio blog) si interrogano sul ruolo del curatore. E in particolare su quanto questo filtro diventi assolutamente autoriale e determini una sorta di censura rispetto a quelli che chiamiamo artisti. In italia evidenzio il lavoro di simone menegoi che all’interno di gallerie private sviluppa progetti che hanno una loro forte personalità autoriale. Ogni opera inserita sembra un frammento.

    In italia la cosa è particolarmente evidente, perchè una certa omologazione del linguaggio rende centrali le pubbliche relazioni (altro elemento affrontato da Vidokle). Le PR e la possibilità di esporre in un determinato luogo creano una differenza che diventa assolutamente linguistica e sostanziale. Esempio: appena Andreotta Calò ha tenuto una personale da Zero a Milano il suo lavoro è stato visto con altri occhi, subito c’è stato approfondimento e questo fa la differenza.
    Altro esempio: il semplice fatto di uscire dal corso di Garutti a Brera fornisce tante “opportunità di esporre”. E’ sufficiente proporre un buono standard. Queste opportunità conferiscono interesse al lavoro e permettono all’artista di turno di sperimentare e quindi migliorare il suo lavoro.

    Poi, va detto, che in italia queste cose non contano nulla e servono solo per autoglorificare alcuni campioni nazionali. Gli artisti italiani hanno ruolo di comparse sulla scena internazionale, ci piace illuderci. Basta guardare le principali mostre, la top 30 di Obrist o anche lo stesso Creamier di fresca uscita.

  2. -Il rischio in questi progetti è che ci sia un vuoto autoriale: perchè il curatore non è del tutto artista e l’artista riveste comunque un ruolo relativamente marginale.-

    il curatore è come un dj, se i pezzi che mette fanno schifo ne risente in prima persona, o almeno dovrebbe essere così e non basarsi tutto sulle relazioni e sui nomi

  3. chiedo scusa ma non ho ben capito che cosa si intenda nel passaggio seguente: “In italia evidenzio il lavoro di simone menegoi che all’interno di gallerie private sviluppa progetti che hanno una loro forte personalità autoriale. Ogni opera inserita sembra un frammento”.
    ho visto un certo numero di mostre collettive curate da Menegoi (ma non ancora l’ultima al Centre Culturel Francais di Milano) e l’impressione che ne ho ricevuto è piuttosto diversa da quella che immagino proverò visitando quella di Adam Carr al Castello di Rivoli.. ovvero, c’è un tema molto preciso (il tempo, la scultura, ecc.) e una scelta di opere che, mentre propongono ognuna un esempio di ‘trattazione del tema’, allo stesso tempo non ‘schiacciano’, e nemmeno obliterano, la personalità dell’artista, che viene fuori sempre con chiarezza (ciò che, effettivamente, è il problema di molte collettive curate dal nuovo tipo di curatore/artista di cui disserta Luca Rossi).
    faccio un esempio fra molti, anche perché è recente: la mostra “It rests by changing” da Raffaella Cortese, dove era ben chiaro, a chiunque l’abbia visitata con attenzione, quali opere fossero di Walther, quali di Kovanda, quali di Julius, o di Signer (credo di averli citati tutti..) anche se – e questo si deve considerare molto positivamente, direi – ogni opera era in qualche modo complementare alle altre, perfettamente nello spirito del progetto.
    insomma, le opere erano state scelte bene, e altrettanto bene allestite, e quello rimane un esempio di collettiva di alta qualità, intellettualmente onesta.
    ma forse L Rossi non la pensa così..

  4. anche io ho apprezzato la collettiva da Cortese. Questa al centro culturale la trovo meno a fuoco, ma sono dettagli. Non critico Menegoi e nemmeno i curatori-artisti. Se i contenuti sono buoni chiunque può fare la mostra o l’opera.

    Però da Cortese la regia curatoriale aveva un grosso peso. Quindi si deve ammettere un impronta artistica del curatore, senza tanti tabù. Da Cortese c’erano artisti storici, il problema nasce con i giovani. Perchè in questo caso il curatore-regista può veramente arrivare a censurare alcuni artisti o a influenzare l’artista che “per partecipare” preferisce fare scelte in linea con il curatore. E questo è un pericolo in epoca di sovraproduzione di artisti e di opere. Esattamente come gli operai cinesi mettono a repentaglio la qualità dei manufatti italiani. Questi lavorando per meno denaro escludono gli operai italiani specializzati.

    Nel caso dell’arte assistiamo ad un omologazione-appiattimento del linguaggio. Il curatore diventa un PR, DJ, regista centrale. Anche perchè, nella sua veste di critico (assente in italia) “dovrebbe spiegare perchè un ‘opera ha più valore di un altra”.

    Il blog diventa una piattaforma che lavora sulla distanza dal sistema e dall’arte. Se ogni ruolo del sistema confluisce su questa piattaforma abbiamo bypassato queste problematiche. Ma non per fare critica istituzionale fine a se stessa, ma per poter lavorare liberamente su i contenuti.

  5. L Rossi dice “Però da Cortese la regia curatoriale aveva un grosso peso”, e quel ‘però’ salta all’occhio, evidente come si consideri non così positivamente il fatto che ci sia una visione e, appunto, una regia, come se ciò fosse ‘il’ problema. Per me invece è un problema quando mancano, visione e regia.
    Fra gli anni’60 e i ’70 ci furono una serie di grandi mostre collettive, messe insieme da curatori ‘forti’, Harald Szeeman, Jean-Cristoph Amman, Renè Block, lo stesso Germano Celant (per citare solo alcuni fra i più noti) che vengono tuttora ricordate e citate ad esempio, perché sapevano cogliere quel che fluttuava nell’aria in quel momento, scegliendo veramente gli artisti più interessanti e innovativi (non tutti, ma quasi) e mettendoli insieme in modo tale che ognuno, pur parte di un tutto (peraltro assai variegato di suo), venisse fuori con le sue reali, autentiche caratteristiche, e il lavoro così fatto era onesto, e nessuno allora poteva nemmeno pensare al concetto stesso di ‘artista/curatore’.
    Beninteso, si tratta di un problema reale, ora come ora, e L Rossi non è certo il primo a metterlo in luce (i primi sono stati gli stessi artisti, o almeno i più avvertiti e lucidi). Ma bisognerebbe stare molto attenti a fare nomi e cognomi, altrimenti si aumenta la confusione, invece di diradarla. Menegoi, secondo me, non funziona come esempio, perché, tanto per dirne una, non “influenza l’artista che per partecipare preferisce fare scelte in linea con il curatore”, anche perché, per quanto ne so, sceglie sempre opere già realizzate, e sta anche attento a non scegliere quella che in qualche modo costituisca un’ eccezione rispetto al percorso ‘maestro’ dell’artista. Credo di poterlo dire perché lo conosco personalmente, ho avuto il piacere di conversare con lui e ho pure visitato almeno quattro delle sue mostre, negli ultimi 4/5 anni.
    A me semmai viene in mente un altro curatore, anni fa fece una collettiva sulla scultura in cui, stranamente, la maggior parte delle opere in mostra era dello stesso colore, evidentemente per giustificare il titolo, un acronimo riferito a qualcosa che suggeriva appunto quel colore.. ecco, questo, a parer mio, è un esempio calzante, c’era palesemente l’intenzione di forzare le cose, e i lavori non sempre (anzi..) erano quelli più rappresentativi di ogni singolo artista, e sostanzialmente portavano a travisarne la poetica.
    Preferisco non rivelare il suo nome, ma di sicuro egli ha ben poco dell’artista, secondo me semplicemente non è un bravo curatore. Mentre, oggettivamente (per tornare a bomba sull’argomento dell’articolo) Adam Carr è davvero un artista e un curatore, fa entrambe le cose.

  6. Credo che una discriminante importante sia che il curatore tende a selezionare alcuni artisti RELATIVAMENTE ad un suo progetto, mentre il critico procede maggiormente per valori assoluti: questo artista è interessante a prescindere dai miei interessi e dal mio lavoro. Ne parlo e cerco di evidenziarne luci ed ombre.

    Entrambe le figure sono legittime ed importanti, anche se in italia, specificatamente, manca totalmente il critico, perchè quelli che ci sono sono in realtà curatori impegnati nel sostenere le loro carriere (es. lorenzo bruni). Quindi il curatore-autore entra quasi in competizione con l’artista. Ed è l’artista che a questo punto dovrebbe porsi alcuni interrogativi.

    Spesso poi, è un certo sistema di relazioni che lavora in modo “critico”, selezionando (ma non argomentando) il giusto e scartando lo sbagliato. In questo modo però non c’è argomentazione e anche gli artisti “selezionati” finiscono per subire questa situazione.
    Esempio: Matteo Rubbi ora con una personale da Guenzani a Milano. Rubbi (come Tadiello e Angioletti) è uscito dall’ultima classe di Garutti a Brera. E se esci con una buona sensibilità standard, hai subito (a prescindere) diverse opportunità espositive. Rubbi in questi mesi ha sviluppato alla perfezione quello che chiamo smart relativism: passare da una buona idee a quell’altra facendo riferimento ad una sensibilità specifica e standard non diversa dai tempi della prima classe garutti ( anni 90). Non si capisce quale sia il filo conduttore se non una certa impostazione poetica data dal buon senso e da una certa “arte che scende dal piedistallo” (in questo l’impronta di Garutti è moooolto evidente). Scende dal piedistallo per poi ritornarci perchè lo stesso Rubbi è protetto e supportato da un insieme di luoghi e relazioni ben definiti (basti solo pensare che anche lo stesso Garutti è artista di Guenzani).

    Rubbi ha occupato a prescindere e per via di una sensibilità standard e “intelligente” diverse opportunità; ha potuto sperimentare senza però avere una reale ostacolo al suo lavoro. Questo corsus honorum “protetto” è matrigno perchè non gli permette di sviluppare e migliorare realmente il suo linguaggio. Se guardiamo il progetto a Milano ci rendiamo conto di questo. C’è una pretesa poeticità e una resa formale che hanno bisogno di tutta una cornice di relazioni per essere evidenziate. Queste dinamiche sono finalizzate a creare interesse di mercato, ma sono destinate a deludere e illudere gli stessi collezionisti. A meno che non si tratti di menager distratti che scendono il venerdì sera per l’aperitivo e la mostrina coool. Dinamiche legittime, però,allora, si pone anche il problema dello spettatore e del ruolo dell’arte contemporanea. Per questo penso sia utile e SALUTARE recuperare un vuoto e una distanza reale dall’arte e dal sistema.

  7. Il caso Luca Rossi è significativo. Perchè non solo viene criticato da coloro che lui stesso critica ma anche dai vari “luca rossi” d’italia che stanno vedendo il loro simbolo avere successo. Quindi fondamentalmente non rimangono che coloro che leggono oggettivamente quello che scrive senza tanti pregiudizi. Lo trovo un modo efficace per serrare le file.

  8. Sulla frase che chiude l’ultimo commento di L Rossi, “(..) penso sia utile e SALUTARE recuperare un vuoto e una distanza reale dall’arte e dal sistema”, non ho problemi a concordare, è un atteggiamento che pratico (e consiglio a tutti di praticare) da anni.
    Il distinguo che fa fra la figura (e il ruolo) ‘critico’ e quella del ‘curatore’ invece mi sembra un po’ tirato per i capelli, non so se sono io a non capirlo o se piuttosto è perché viene spiegato in modo abbastanza confuso.
    Certamente è vero che in Italia latita la figura del critico, o meglio, non è sotto i riflettori della cosiddetta stampa specializzata (compreso questo sito). Ma qualcuno c’è, e penso che faccia buone cose, un po’ nel senso illustrato da L Rossi: mi vengono in mente la Mola, o la Disch, ma anche Grazioli, prima che si intestardisse su questa storia della polvere nell’arte..
    I curatori ci sono sempre stati, direi almeno a partire dal periodo fra la fine degli anni ’60 e i primi ’70 (che è quello che ci interessa, da lì è partito tutto quello che domina tuttora la scena) e spesso hanno cominciato come galleristi (Block, la stessa Gianelli).
    Per me sono ‘quelli che si sporcano le mani’, che seguono un progetto dall’inizio alla fine, fino all’allestimento (fase importantissima, punto debole di moltissimi anche fra i più celebrati) e nel frattempo si confrontano continuamente con l’artista, o gli artisti. Quando Ammann curò Arte Natura, il padiglione internazionale della Biennale di Venezia nel 1978, fu visto, a poche ore dall’inaugurazione, col martello in mano per dare una mano ai tecnici che stavano allestendo non so che opera. Un italiano, uno a caso, di qualsiasi epoca, non ci penserebbe nemmeno, hanno tutti le mani piccole, bianche e delicate.. So che L Rossi ora alzerà un sopracciglio, perché gli sembrerà “retorica del fare” (cit.), ma per me invece è una cosa molto importante: il distacco, in senso proprio fisico, degli operatori (compresi gli artisti, anzi, soprattutto loro) dall’opera, che viene ‘fatta fare’ o ‘fatta allestire’, è alla base di molti dei maggiori problemi dell’arte attuale, e già da svariati lustri..
    Rubbi lo conosco soltanto di nome, e tutto ciò che dice di lui L Rossi mi interessa poco, oltre a deragliare dall’argomento principale di questo forum, peraltro messo sul tavolo, acutamente, da lui stesso.

  9. Rubbi è l’esempio di come ci sia un sistema di relazioni che funge da “critico impersonale” che non argomenta le scelte che fa. Ma le fa. Perchè non serve a nulla argomentare visto che QUALSIASI lavoro standard (vediamo il sito art daily per capire cosa intendo) presentato allo studio guenzani diventa automaticamente “interessante” per una ristretta cerchia di operatori. Ma queste sono banalità per dire che in italia mancano figure, persone, che si prendono l’onere di definire alcuni punti di riferimento. Di argomentare serenamente le luci e le ombre dei lavori e semmai anche l’inutilità dell’arte contemporanea. Non c’è interesse e non ci sono i denari e gli sapzi per farlo.

    Se ci sono critici e curatori bravissimi ma chiusi nella loro stanza, questi non servono. E forse non servono nemmeno altri critici e curatori, e nemmeno altri artisti. Forse servirebbe una figura nuova che sia in grado di mettere tutto in discussione.

  10. L Rossi chiude il suo ultimo intervento sparigliando (come mi pare di capire gli sia abituale, a leggere alcuni dei suoi commenti) le carte sul tavolo della discussione.
    Avevo citato alcune figure di critici come esempi positivi, ho fatto i primi nomi che mi sono venuti in mente, evitando di citare ancora una volta Menegoi, e i suoi lucidi Focus su Mousse (brevi analisi di artisti, generalmente non più giovani, o addirittura già deceduti, che sono, o sono stati per lungo tempo, trascurati o sottovalutati, nonostante la qualità spesso molto alta del loro lavoro) perché si potrebbe anche pensare che gli faccia da agente.. senza contare che troppi elogi possono far male.
    Avevo anche detto che certi critici non sono “sotto i riflettori della cosiddetta stampa specializzata”, espressione che L Rossi, scorrettamente, trasforma in “chiusi nella loro stanza”, stravolgendo in parte il senso del mio discorso.
    Non intendevo predicare una sorta di settarismo (fra l’altro, i nomi che ho fatto non sono così sconosciuti, sicuramente non a lui stesso) o ascetismo da stiliti, ma volevo bensì sottolineare come il lavoro di qualità, sia che si tratti di un curatore, di un critico, di un artista o di un gallerista, è la conseguenza di una scelta cruciale. Ossia: voglio portare avanti una ricerca, senza compromessi e con la minor quantità possibile di concessioni ad agenti esterni come, ad esempio, il mercato e l’attenzione dei media, oppure voglio conseguire il Successo? Per me, a parte trascurabili eccezioni, ognuno dei due percorsi esclude l’altro, non si possono fare insieme, bisogna scegliere, e quando si abbandona il primo per imboccare l’altro, la qualità del lavoro cala, inesorabilmente (vedi gli esempi di Kapoor e di Cragg, fra i tanti) e tornare indietro diventa quasi impossibile.
    Mi spiace farlo notare, ma L Rossi si comporta allo stesso modo di molti che lui stesso stigmatizza, e si accanisce a parlare (anche in modo giustamente assai critico, e talvolta condivido quel che dice) sempre e soltanto dei ‘privilegiati’ dall’occhio del riflettore, snobbando un po’ tutti gli altri, siano artisti o critici. Perché, è chiaro, se parli di uno sconosciuto, magari bravissimo, nessuno ti presta attenzione, se invece parli di uno sulla bocca di tutti (sia pure all’interno di un ambiente molto ristretto, come quello dell’arte contemporanea) allora è garantito che riesci a suscitare un vespaio, e i commenti proliferano, finché si crea un polverone che copre l’orizzonte, a 360° come si suol dire..

  11. Francamente Menegoi non mi sembra sotto i riflettori. Parlo di ciò che seguo. Chi sarebbero questi critici sconosciuti ma bravi???????

    Per “bravo” intendo un atteggiamento lucido sul presente. In Italia vedo artisti più attenti a fare gli amici di tutti che a sviluppare il proprio lavoro. Per molti sembra già sufficiente “fare”, la retorica del fare. Sostanzialmente fra artisti e curatori si cercano definire alleanze, semmai escludendo il diverso, senza reale analisi dei contenuti ma attenti alla strategia internazionale. Strategie che non funzionano da almeno 15 anni. Il punto e’ solo il linguaggio. Gli artisti dovrebbero dimenticare la definizione di artista e capire come rendere efficace il proprio ruolo. Vista la posta in gioco non mi sembra il caso di parlare di invidia, successo e fama ( cose da veline e calciatori). Testo ad una mano.

  12. “La tecnica del critico in tredici tesi”

    1. Il critico è uno stratega nella lotta letteraria.

    2. Chi non può prendere partito, deve tacere.

    3. Il critico non ha niente a che fare con lo storico dei periodi artistici passati.

    4. La critica deve parlare nella lingua degli artisti. Infatti i concetti del “gruppo di avanguardia” sono parole d’ordine. Solo nelle parole d’ordine risuona il grido di battaglia.

    5. Si deve sempre sacrificare l’«oggettività» allo spirito di partito, se la causa è degna di lotta.

    6. La critica è un fatto morale. Se Goethe ha disconosciuto Hölderlin e Kleist, Beethoven e Jean Paul, questo non riguarda la sua intelligenza artistica, ma la sua morale.

    7. Per il critico, i suoi colleghi sono l’istanza più alta. Non il pubblico. Tanto meno, poi, la posterità.

    8. La posterità dimentica o dà fama. Solo il critico giudica in faccia all’autore.

    9. Polemizzare è distruggere un libro su pochi dei suoi passi. Meno lo si è studiato, tanto meglio. Solo chi distrugge può criticare.

    10. Autentica polemica è mettersi di fronte a un libro con l’amore di un cannibale che si cucina un lattante.

    11. L’entusiasmo per l’arte è estraneo al critico. L’opera d’arte è in mano sua l’arma bianca nella lotta degli spiriti.

    12. L’arte del critico in nuce: coniare slogans senza tradire le idee. Gli slogans di una critica inetta svendono alla moda i pensieri.

    13. Il pubblico deve sempre aver torto, e deve sempre sentirsi rappresentato dal critico.

  13. questo Lucarossi che mi risponde con tutti quei punti interrogativi non è, chiaramente, il lucarossi a cui mi rivolgevo, e che ha scritto almeno un commento prima di questo (insieme, se non sbaglio, a luca rossi e a lucaz rossiz).
    questo è meno lucido dell’altro (o degli altri) e devo fargli notare che ha letto malissimo il mio commento precedente, se ha inteso che io sostenessi essere Simone Menegoi “sotto i riflettori, e i nomi dei critici che pretende li avevo fatti, bastava leggere con attenzione..
    peccato, ma non è la prima volta che una discussione, secondo me, interessante, viene vanificata da questi interventi proditori e scritti di getto, senza riflettere.
    ma è chiaro, si preferisce la confusione alla chiarezza, e questo mi conferma in quanto ho affermato alla fine del mio precedente (e ultimo, a questo punto) commento.

  14. Menegoi è colluso con il sistema quanto gli altri ma viene fatto passare per alternativo… ma per favore. Non fa passo che non sia mirato al suo inserimento nel sistema e non ha coraggio nel proporre nulla di innovativo.

  15. Simone Menegoi fa parte di quei critici e curatori che aspirano legittimamente ad un ruolo auroriale colto e proiettato fuori Italia. Le scelte che fa sono misurate rispetto le proprie ambizioni, quindi il recupero di artisti storici dimenticati e artisti giovani che propongono un buono standard che bene può integrarsi con il proprio film.
    Emanuele Becheri e’ perfetto per questo, anzi il suo lavoro assomiglia tanto a quello degli artisti storici che Menegoi recupera nei suoi pezzi su Mousse. Il lavoro di Menegoi e’ assolutamente artistico, mentre gli artisti, storici e giovani che siano, diventano accessori e sfumature del dipinto di Menegoi. E ci sono centinaia di artisti e opere che risultano sovraprodotti; gli artisti come gli operai in fila per il lavoro tendono ad uniformarsi ad uno standard per sperare di entrare nel dipinto, nel film del curatore.Testo ad una mano.

  16. a me sta storia di lucarossi di uniformarsi allo standard però mi sta facendo venir l’ansia, cioè di cosa si sta parlando? io ho provato a proporre a un tot di gallerie quello che mi interessava senza uniformarmi e nessuno mi ha cagato, inoltre se si guarda al passato (gli ultimi 1000 anni più o meno) ci si rende conto che la storia dell’arte è un insieme di ritratti di maddone col bambino e robe del genere, santi, barbe, preti e rabbini vari che scendono dal cielo, pedofilia e gerontologia assortita etc ripetute in loop per secoli con tuttora gente adorante disposta a fare la fila per guardare un da vinci restaurato qualsiasi, quindi forse è meglio chiedersi chi ci sia dietro questo gusto uniformato globale ossessivo che ora vuole leggerezza giocosità e citazioni pseudocolte varie. io lo so benissimo.

  17. sono sempre più convinto che l’arte ufficiale corrisponda ad UNIFORMARSI, dai disegnini sui muri nichilisti bolscevichi finto gangstastreetlife mentrenoisiamonline che piacciono a riva alle boutade ironiche e spigliate che cattelan faceva all’inizio dopo pesante lavoro di PieRaggio con galleristi e critici assortiti, quindi va bene un discorso simile sull’uniformità però bisogna anche fare attenzione agli esempi perfettamente inseriti nel sistema che poi si lodano

  18. l’arte decorativa non va bene per il giro giusto perchè è unfair decorativa e leggera nonchè COLMA DI INOPINATA MISCONCEPTION (cit.) quindi se sei un mostro di tecnica e bravura per essere considerato come minimo devi parlare di morte distruzione disagio assortito apocalisse cristogiudaica asteroidi che volano su papi etc, l’arte ufficiale concettuale di base deve riflettere in modo ironico e spigliato sul motivo per cui esiste, sul perchè si utilizzano certe tecniche o in alternativa parlare in modo asettico di morte e nulla. queste secondo me sono le linee guida dell’arte ironica contemporanea, e puoi essere non standardizzato quanto vuoi ma se non si seguono queste linee base è meglio dedicarsi alla mountain bike oppure a qualsiasi attività che attualmente non viene considerata arte

  19. Caro hm

    inizia a seguire Moussoscope per capire quale sia lo standard che devi seguire. Ti consiglio di ripercorrere immaginari legati alla memoria (foto in bianco e nero, oggetti usurati dal tempo, gira nei mercatini alla ricerca di mobili e libri usati ecc); possibilmente coinvolgi ingegneri e scienziati; puoi partire da un libro: scegli un libro che appartiene a questo immaginario e citalo e poi cerca di formalizzare (in fotografie e sculture) quello che tratta il libro (tenendo presente Mussoscope). Poi certo un po’ di pubbliche relazioni: amico di tutti, tutto può andare bene, ma tu in realtà sai quali sono le amicizie che vanno bene e quelle che vanno male. Quindi dovrai vivere una forma di ipocrisia rivolto solo sul tuo percorso personale. Se ti interessa fallo pure; a me non mi sembra per niente interessante. Certo, se l’alternativa è un lavoro usurante ti posso capire.

  20. no vabbè non penso di essere adatto a fare distinzioni sulle amicizie, non sono abbastanza italo bocchino o forse l’italo bocchino è l’unica alternativa al lavoro usurante?

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