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Quali sono le possibilità che la società dà ai cittadini per diventare uomini? Quanto l’uomo è disposto a tollerare la propria diversità per imparare a comprendersi e in che modo possiamo ri-pensare l’idea di Società nell’era dei social media dove i concetti di essere soli ed essere insieme sono sovvertiti?
Non sono domande retoriche ma quelle che si pone la mostra “A new social contract”, curata da Elena Giulia Abbiatici per la Off Biennale Cairo, organizzata dal DARB1718.
Per l’occasione la curatrice ha stretto una partnership con THE WRONG – New Digital Art Biennale, Pavilion [in]Exactitude in Science, sotto la curatela di Filippo Lorenzin e Kamilia Kard.
La questione è che cosa, insomma, ci fa restare umani tra tecnologia, terrore, paura, voyeurismo e sorveglianza. Provano a rileggere i gradi della libertà una serie di artisti, di cui diversi italiani, da Marco Cadioli a Michelangelo Consani, da Alessandro De Francesco a Zimmerfrei, attraverso una serie di lavori che hanno prevalentemente un carattere collettivo. Per esempio quello di Rä di Martino, che sta attualmente coinvolgendo i diversi artisti che hanno partecipato alla Biennale Off, mentre Zimmerfrei raccontano con il film Mutonia l’omonima comunità di Sant’Arcangelo di Romagna, che sta compiendo un atto di resistenza contro il comune che la vuole sgomberare proponendo un nuovo tipo di comunità possibile ai margini del capitalismo, mentre Mariagrazia Pontorno ha invitato diverse figure per un documentario che intende raccontare quello che è avvenuto dopo primavera araba, e Proto di Marco Cadioli ci spinge a pensare alla nostra posizione non post-moderna, ma “proto”, ovvero prima di quel “Something Else” del titolo che, ancora, non è decifrato nella costruzione e nella visione della società attuale.
Verrebbe da dire che, nonostante tutto quel che di nefasto e misterioso sembra circondarci, il nuovo contratto sociale per la libertà sia da ricercare proprio nell’arte. Talvolta sfinita, come l’universo di cui parla, altre volte invece capace di crescere nei terreni impervi di una geografia difficile ma decisamente da coltivare con il pensiero, come può essere il Medio Oriente oggi. E allora, siamo sicuri, “Something else” uscirà allo scoperto, difficile da contenere, e forse decifrabile.
Avete tempo, se siete da quelle parti, fino al 30 dicembre per andare al vecchio cinema Radio della Capitale egiziana, e magari conoscere anche la sua storia quasi centenaria, prima come luogo simbolo di un quartiere “bene”, poi abbandonato, e ora palcoscenico per un nuovo riscatto.



















