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“Frammenti di storie e minuziose descrizioni che l’artista racconta spesso a bassa voce, come un ragazzo timido in cerca di intimità con l’interlocutore”. Così si presentano le performance del giovane artista inglese Tris Vonna-Michell, cantastorie postmoderno già molto affermato a livello internazionale – nel 2008 ha vinto il Bâloise Art Prize -, già approdato in Italia alla galleria napoletana T293 e alla Gamec di Bergamo.
“Qualunque sia lo spunto per il racconto (le strade della Berlino ai tempi della GDR, un uomo di nome Otto Hahn, il paesaggio post-industriale di Detroit, le rovine delle città tedesche bombardate o il proprio studio in una periferia inglese non più ben definita), il soggetto dei suoi racconti è la storia”. Ed ora la storia che Vonna-Michell si accinge a radiografare è quella di Firenze: è il Museo Marino Marini, infatti, con una nuova performance realizzata in collaborazione con Federica Bueti e il coordinamento di Alberto Salvadori, la prossima tappa del narratore…
Mercoledì 8 settembre 2010 – ore 19.00
Piazza Di San Pancrazio – Firenze
Info: 055219432 – museomarinomarini@tiscali.it
Web: www.museomarinomarini.it
Piazza Di San Pancrazio – Firenze
Info: 055219432 – museomarinomarini@tiscali.it
Web: www.museomarinomarini.it
[exibart]












Curioso che il cantastorie diventi l’ingrediente principale per uno degli esempi giovani più freschi. Ecco, forse, quello sfasamento necessario per essere “contemporanei”. Il suo lavoro si porta dietro anche una dimensione installativa molto stereotipata che per tantissimi suoi colleghi sarebbe semplicemente la mostra finita e corretta.
Paesi fortemente strutturati per il contemporaneo hanno la capacità di formare queste personalità, ma questa struttura poi comunque li limita e non li fa arrivare fino in fondo. In italia non avremo mai potuto formare un artista di questo tipo, sarebbe stato subito tacciato come “balordo”.
Caro Lucarossi,
conosco bene il lavoro di Tris Vonna Michell e lo reputo molto interessante. Indubbiamente la sua ricerca incarna quello sfasamento necessario per essere considerato “contemporaneo”. La sua esperienza narrativa proietta al contempo in una dimensione intima e collettiva.
Ciò che mi sfugge nel post è:
1)a chi si riferisce qunado afferma: “…uno degli esempi giovani più freschi.”
2)in che senso la sua dimensione installativa è stereotipata?
3)e chi ci assicura che in Italia non ci siano personalità artistiche non rinomate che siano all’altezza dell’artista inglese?
Conosco molti “balordi” che continuano a non fermarsi davanti all’ignoranza dei propri connazionali, anche se comprendo dove vuole andare a parare con la sua analisi.
@Fabrizio:
1) mi riferisco a tris vonna
2)nel senso che solitamente dopo le sue performance rimangono installazioni che fanno riferimento ad un certo immaginario fatto di proiettori vintage, giochi di luce, scrivanie ordinate ma ammiccanti…ma si tratta proprio del pelo nell’uovo. Apprezzo questo artista.
3) Forse queste personalità ci sono. Io però non ho in mente artisti italiani che hanno lavorato così bene sul linguaggio (artistico, non verbale) tanto quanto questo artista. Ma si tratta di un problema formativo e di assenza di confronto interno. Per il resto io sto cercando di definire un certo alfabeto, vedremo.
@Lucarossi
concordo con i problemi di formazione e l’assenza di un serio confronto interno in Italia, ma la questione è complessa e ormai consolidata nel dna italiano. Se la politica, l’istruzione, l’economia, l’informazione, le dinamiche sociali di un paese non riescono ad essere “contemporanei” ma soprattutto competetivi in scenari sempre più globalizzati, l’arte non può certo fare gioco a sé.
Per quanto riguarda gli artisti italiani che seguirei da vicino, azzardo due nomi: Giorgio Andreotta Calò e Luigi Presicce, anche se la lista sarebbe lunga e con nomi poco noti al sistema istituzionalizzato (e talvolta miope) dell’arte contemporanea.
Ben venga l’alfabeto, lo attendo.
@Fabrizio:
Non pretendo certo di cambiare il sistema. Ma questo non e’ un buon motivo per non confrontarsi. Presicce lo trovo troppo sbilanciato su un certo spiritualismo sciamanico. Certi immaginari sono certo accattivanti ma poi? Per quanto il recupero di una certa spiritualità artigiana sia una delle poche strade rimaste. Ma si rimane sempre un po’ imprigionati.
A mio parere serve anche una premessa di ruolo che tenga in considerazione la fase storica attuale. Ti rimando al mio blog sul focus relativo al progetto in Corea del Sud.
Anche Andreotta Calo’ lavora su immaginari strapercorsi, come unire matta Clark e Richard long. Questa omologazione e appiattimento necessita di un sistema che sostenga a spada tratta questi standard.
Poi stiamo parlando di ottimi standard. Ma artisti come sehgal, tris vonna o fujiwara stanno facendo un percorso più incidente.
Per il mio alfabeto semmai scrivimi, vedi blog.
Il confronto è determinante, tanto più oggi che gli slittamenti estetici hanno spostato tutto e rese una affascinante unica macedonia il mondo dell’immagine, il suo consumo e il suo valore.
In particolare l’arte italiana contemporanea pare essersi fossilizzata su una copiatura del sistema inglese, soprattutto in lombardo-veneto, un certo slittamento francese nel torinese e il resto veleggia fra non stili e continue riscoperte di poco tempo fà.
Mancano i caratteri, le identità, tutto pare omologato, privo di sforzo e di profondità, forse sono anche solo i tempi?
La cosa che emerge sicuramente è che oggi per l’arte visiva bisogna fare un grande sforzo letterario per vederci qualcosa…
@Lucarossi
ritengo invece che il sistema debba non tanto essere cambiato quanto guastato (nel senso positivo del termine), debba essere trattato dagli artisti, che sentono la necessità di esprimersi, come una pianta difficile da alterare nel suo insieme ma ottima per sviluppare galle (deviazioni genteiche)impreviste.
Poi le critiche si possono fare su ogni singolo artista, anche sui grandi nomi intoccabili. Allora Tris, Seghal e Fujiwara ricadrebbero per certi versi in quella direzione di ricerca artistica relazionale non del tutto nuova e rivoluzionaria. Inoltre, con questo non voglio dare vita a nessuna difesa ad oltranza, ma non ci vedo niente di eretico nel cercare di fare dialogare nel proprio percorso artistico personalità come Matta Clark e Richard Long.
Gli immaginari sono strapercorsi perchè oggi siamo interconnessi e presente passato e futuro (ma anche per lo spazio la storia è la stessa) stanno collassando in una grande dimensione comune e attuale.
Seguo il sito whitehouse ma a volte ottime idee sembrano ammantate da percorsi accidentati e non sempre immediati. Forse come dicevo in un post precedente sarebe anche venuto il momento di rendere il mondo dell’arte contemporanea meno elitario e arcano.
Per la questione alfabeto, la trovo un’ottima idea e spero di non trovarci i soliti nomi.
@fabrizio: non è male riconettere e proporre focus su immaginari già percorsi. Anzi.
Il problema è la reiterazione sistematica di questo, e soprattutto la chiusura del sistema al confronto. Per sistema parlo di una decina di operatori che spesso più che chiusi sono proprio disinteressati e svogliati. Guarda solo l’assenza dei campioncini nazionali sulla scena internazionale; alla fine nessuno riesce ad essere sostenuto adeguatamente. Perchè? Perchè manca una figura autentica di critico-curatore. I curatori sono una sorta di artista: come se stessimo parlando di attori (artisti) e registi(curatori). Gli artisti vengono scelti nella misura in cui possono partecipare ad un progetto (film) interessante per il curatore. Questo è deleterio per tutti. Perchè non vai a parlare con alcuni collezionisti italiani che hanno acquistato i campionicni italiani di ieri…?
Pensa solo che le mostre di riferimento in italia sono praticamente quelle che vengono fatte nelle gallerie private. E quindi la galleria sembra sostituire in toto il ruolo di critica, cura e promozione. Ma ovviamente ha i suoi limiti, essendo solo una galleria.
Per alfabeto intendo un linguaggio. Il blog francamente mi sembra chiaro e diretto. Per il progetto in Corea del Sud ora trovi comunicato e focus di approfondimento (cosa rara in italia).
Buongiorno a tutti. Per tornare alla questione originalità-remixaggio vorrei dire anzitutto che sono d’accordo con la teoria dello sfasamento di Agamben: quelli troppo in sintonia col presente invecchiano subito e già da subito vi si percepisce una certa vacuità. Poi, finita la moda, spariscono dai riflettori, vedi una Mariko Mori, mentre per es. Gabriel Orozco è quasi più attuale ora che nei ’90. Remixaggio: forse che i film di Quentin Tarantino non sono “remixaggi”, per sua stessa ammissione? Ma il risultato finale produce il Nuovo. Se la miscela è altro rispetto alla somma delle parti c’è originalità e arte, purchè appunto 1+1 faccia 3, non 2. Tris Vonna è un grande perchè dà , se non la certezza, almeno la sensazione del nuovo. L’immaginario vintage-standard c’è, ma quale differenza tra le sue installazioni e quelle dei tanti omologhi. Anche senza la sua presenza. Si percepisce quella “pienezza” frutto di un talento non comune dai tempi di Orozco, Barney ecc.
Come nei video di Luke Fowler, altro grande rimanipolatore. Però si può fare ottima arte anche non essendo originalissimi. D’altronde, nel primo rinascimento, i dipinti di Beato Angelico erano di retroguardia rispetto a quelli di Piero della Francesca, ma era pur sempre un gran bell’artista, o no?
@joegalaxy: sono d’accordo. Non si tratta di ripudiare il remix o di cercare l’innovazione come menager dementi. Però ci deve essere un confronto critico e un certa consapveolezza-autenticità dell’artista. Perchè se no si rischia di perdere delle occasioni se accettiamo sempre a testa china il remix, dicendo che tanto tutto è remix.
Tris vonna lo apprezzo e mi piace. Molto interessante la sua indole.
Ma infatti quello di Tarantino non è remix a pappagallo. Guarda il profilmico che usa: sono altri film! Analogamente TVM usa Vito Acconci (e altri) come “sfondo”, ma se ne distacca. E’ un corpo unico tra concetto e forma, mica una citazione attaccata a una forma con lo scotch (e qui gli esempi sarebbero troppi. Ma poi, come dici tu (scusa la confidenza), per chi mastica un po’ d’arte si vede da lontano che è superiore (e di molto) alla media.
Inoltre, scusami, i periodi di transizione sono sempre esistiti. Per tornare al classico, l’epoca manierista è stata una fucina di sublimi decoratori, se si eccettua Caravaggio. Hanno aperto però la strada geni come Rembrandt e Rubens. Idem il neoclassicismo: l’intento di Winckelmann era quello di eliminare gli orpelli formali del rococò tornando ai valori plastici ellenici, senza sapere che Ingres e Canova avrebbero interpretato quell’estetica con uno sguardo ben più moderno. Da Canova a Brancusi il passo non è stato così lungo. Non resta che aspettare, io cose originali ne vedo più ora che 4 anni fa.
sono d’accordo. Tarantino riprende alcuni generi in modo assolutamente consapevole e inedito. Il suo stile, il suo linguaggio finisce per essere originale. Nell’arte contemporanea il livello di saturazione e sovraproduzione è molto più accentuato; ci sono centinaia di “tarantino”.
Però il problema in italia non è questo ma il grado di chiusura e disinteresse. Ti posso assicurare che non c’è approfondimento, non c’è confronto critico. Non ci sono neanche luoghi di confronto critico. Io ci sto provando su flash art italia, nello spazio question time; ma non sono un grande scrittore e non vorrei dedicarmi solo alla critica.
All’estero, oltre ad avere maggiori fondi (e quindi una posta in gioco, in italia la posta è quasi nulla) c’è maggiore serenità negli operatori del sistema; maggiore apertura, non c’è paura del confronto, perchè tutti sono pronti al confronto. E i critici-curatori-galleristi ecc, non si sono formati in contesti in cui il contemporaneo è osteggiato; in italia tutti gli operatori hanno una formazione traumatizzata.
In italia chi raggiunge un posticino di minima importanza ha già finito tutte le energie; e pensa solo a mantenere questo posto compiacendo tutti e seguendo quelle 2-3 scelte che fanno tutti.
Gli artisti che critico sono solo esempi che mi appassionano per potermi spiegare su cosa intendo; se non faccio esempi potrei sembrare qualunquista. Ma quello che chiedo è solo un confronto aperto su i contenuti…
E le scuole italiane dovrebbero essere le prime a raccogliere questa proposta. E invece si mira a campare arroccati su privilegi piccoli piccoli….
@Lucarossi
Assodato che in Italia manca il confronto-approfondimento, un senso critico serio e spazi adeguati per operare in entrambi i sensi sarebbe il caso di ricordare che il nostro paese non è un paese “normale”. L’Italia ha delle peculiarità nel bene e nel male, che lo costringono spesso in situazioni paradossali e stagnanti.
Sono convinto che la famelica macchina della politca abbia strozzato molti possibili percorsi e molte opportunità in questi anni. Quando parlo di politica non mi riferisco solo ai battibecchi quotidiani dei nostri rappresentanti, ma alla politica delle convenienze, delle parentele, delle amicizie e degli equilibri interni attraverso scambi di comodo, in tutti i settori.
Questo assieme ad altri fattori, che non sto qui ad elencare, hanno reso difficile, se non quasi impossibile il percorso che indichi.
La sfida è trovare l’anello debole della catena, invitare ad altre scelte chi può scegliere, far comprendere che il rischio talvolta paga, educare ad altri sguardi.
Resto comunque ottimista e concordo con joegalaxy quando afferma che di cose originali se ne vedono molte più in questi ultimi 4 anni che prima.
Concludendo, io dai collezionisti italiani che hanno comprato i campioncini di ieri non ci vado. Sarà sicuramente un incontro memorabile e comprendo il motivo del tuo invito, ma ho altro da fare. Ho partecipato all’evento di Tris, ben lieto di rivederlo all’opera e ho passato l’intera giornata a spezzarmi la schiena a lavorare con due artisti olandesi per un workshop che si terrà nei prossimi giorni.
Seguo il sito e forse non mi sono spiegato bene, non era una critica qualunquista la mia, ma solo una richiesta di maggiore chiarezza in alcuni frangenti; in un blog non è semplice argomentare, scendendo nei particolari.
@fabrizio: in fondo il blog nasce dall’esigenza di creare spazio di riflessione e decompressione. Se ci pensi è una sorta di taccuino dove confergono tutti i livelli e ruoli del sistema. E quindi permette una certa mobilità bypassando uno scenario stagnante; ma non si tratta di critica istituzionale quanto di un metodo per lavorare meglio su i contenuti, sulla sostanza.