02 settembre 2016

Venezia 73/3. Lo Stato delle Cose, trent’anni dopo, e altre storie. Code senza fine per Wim Wenders, mentre il ritratto del mondo raccontato nei primi film della kermesse mostra la difficoltà del vivere “normale”

 

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Tutti in coda per vedere Wim Wenders, con Les Beaux Jours d’Aranjuez; con il produttore Paulo Branco lo sceneggiatore degli esordi Peter Handke, il regista entra e ci accompagna nella vita abitata da Sarah Berhard a Aranjuez e rilegge i paesaggi di Cezanne, rende omaggio a un suo autore feticcio, Romher, e all’amico, scrittore e sceneggiatore di tutti i suoi film degli esordi, Peter Handke (nello foto due still del film). Un uomo e una donna, in un giardino, cercano di comprendersi e di amarsi: una storia vecchia come il mondo che finisce nella magnificenza del parco che la ospita. Film in 3D presentato con l’eleganza e la grazia di un vero, grande, affermato maestro; un maestro che pensa ai film come una forma di artigianato artistico elitario e molto diverso dall’arte per le folle, per come era nato. Qui la notizia è che Wenders continua a essere un regista fenomeno, non ha bisogno di attori famosi, di superstar, con questa idea elitaria rimane l’autore che fa la storia, capace di rivelare talenti, luoghi, storie anche dove nessuno le cercherebbe, proprio come in questa scena da Genesi.  
A Venezia 73, determinata a ridiventare il secondo festival dopo Cannes e il primo per glamour, non manca nemmeno Franca Sozzani, cui il figlio Francesco Carrozzini dedica un ritratto tra il familiare e il professionale, come è inevitabile con una donna tanto determinata e ambiziosa. Seguendo la sua vita appare il ritratto forse di una intera classe sociale, di quella borghesia milanese globale e illuminata, insofferente delle proprie ottusità e più in genere di tutti i limiti del conformismo, terrorizzata dalla vecchiaia e dalla nostalgia. E per il ritratto familiare non resta quasi spazio, perché la vera famiglia del direttore di Vogue Italia sono stati i fotografi, gli stilisti, le modelle, che grazie alla Sozzani sono diventati Super, incarnando sogni più che vestendo abiti, raccontando storie e offrendo un punto di vista sull’attualità più che ritraendo cartamodelli. Il ritratto di una mamma acchiappa-sogni non può che essere quello della sua carriera anticonformista e irriverente, dove una donna molto intelligente e capace di esprimersi e fare esprimere gli altri, trova uno spazio di libertà, proprio là dove altri trovano solo la misura del proprio conformismo.
Sull’onda di Non Essere Cattivo, presentato lo scorso anno, un film girato ad Anversa, Caffé, realizzato da Cristiano Bortone in Cina fra Pechino e le campagne delle piantagioni del mitico “chicco”, a Trieste racconta le tensioni, l’Odissea quotidiana, a partire dal caffé del mattino; e con il caffé gli scontri di tre giovani uomini che cercano di mettere su casa; la retorica post-Expo, con una pretestuosa tazzina che gira e che Godard avrebbe risolto in trenta secondi di intenso aroma, rovina un possibile grande esordio, peccato.  
Resisteremo comunque, con un bicchiere d’acqua e tanto coraggio. (Irene Guida)

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