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Il festival è entrato nel pieno, di giorno addirittura si saltano le code mentre tutti devono ancora svegliarsi bene per le feste della sera prima. Le signore eleganti d’antan e vagamente ministeriali sono tornate ma si vestono meglio. Sono più giovani, sui cinquanta anni, hanno potere autonomo e si lamentano urlando al cellulare in attesa dei vaporetti se qualcuno, tornata Belén e iniziate le feste, si comporta ancora come ai vecchi tempi dello sberluccichio di Mediaset anni novanta e delle veline/olgettine. Il desiderio segue altri binari, e questa è già una bella notizia. Il Glam è anticonvenzionale, per niente bon ton, e assolutamente austero; dopo anni di sbraco non riusciamo a crederci.
Nel frattempo, sugli schermi va in scena il dilemma di cosa rimane quando si sgretola un mondo di certezze istituzionali o invece si deve iniziare, alla fine del mondo e quasi da soli, a inventarne un altro. El Christo Ciego (nello still di home page), di Christopher Murray, atteso fra le prove autoriali più importanti, racconta esattamente la difficoltà di un uomo, mentre attraversa il deserto cileno, di trovare una fede in qualcosa che sia vicina abbastanza da riempire il vuoto dell’esistenza. La presenza vuota del deserto riempie tutto lo schermo, con un’adesione realistica spinta al limite del visionario. Il Compianto del Cristo Morto, da Mantegna a Pasolini, qui ritorna ma per raccontare il dubbio, più che la fede, nella resurrezione e non solo della carne, ma anche della speranza che qualcosa possa cambiare, nella miseria e nella disperazione delle favelas. Il vuoto del deserto, se non apre le profondità interiori, può riempirsi solo di fantasmi e di superstizioni. Un film difficile che cerca di appropriarsi e rinnovare l’archeologia dei simboli cristologici, lasciandoci però il dubbio che sia, il Cristo, solo un pretesto per farci fare un giro nella disperazione e farci ringraziare di non essere là.
Non c’è invece nulla da dubitare della bellezza e della presenza degli stati generali della moda. Il glam è tornato, insieme con i produttori americani che a Venezia inseguono i Cinesi, un po’ come tutti.
Tom Ford ha presentato Nocturnal Animals (sopra uno still), una storia d’amore narrata per flashback e con storie ricorsive, tratte dal romanzo Tony & Susan, scritto da un maestro dello storytelling, Austin Wright. Dirne è superfluo, non si può perderlo e sarà sicuramente uno di quelle visioni cui sfuggire sarà impossibile, a partire dalla mimesi reale che ne faranno i fans nella vita quotidiana.
Nel frattempo però, il Gigante Rosso, ovvero il capitalismo cinese, è arrivato e noi non sappiamo cosa metterci. Marco Mueller, che si occupa di cinema dell’estremo oriente da più di venti anni, ci ha spiegato che a dispetto di ogni iniziativa diplomatica ministeriale e della migliore buona volontà, il cinema italiano in Cina semplicemente non c’è. Nessuno conosce la nostra lingua, se qualcosa passa, passa attraverso il cinema Hollywoodiano e gli studiosi americani del neo-realismo. Per converso, noi non sappiamo assolutamente nulla e non immaginiamo neanche cosa sia il mercato cinese, cosa voglia guardare un abitante di una metropoli cosmopolita di un grandezza a noi sconosciuta come Pechino. Loro non hanno alcuna nostalgia, non hanno una storia, per loro esiste solo il futuro. Quando si presenta una produzione europea, la prima domanda è se si gira in 3DHiMax o in Virtual Reality. Noi discutiamo ancora di sala e di pellicola.
A chi rimane indietro, senza speranza, rimangono sempre da impegnare delle ultime cose. Le Ultime cose è il titolo di un bell’esordio durante la settimana della critica; Irene Dioniso, giovane regista di meno di trenta anni, racconta con abilità, eleganza e nessuna pietà il paradiso infernale della speculazione sulle ultime cose. Forse ha il potere di una parabola più grande, e il suo grande merito è stato non dirlo, ma solo farcelo immaginare. Non perdetelo. (Irene Guida)














