04 settembre 2016

Venezia 73/5. Di Padri e di figli. Tra giovani papi, vecchi conflitti e madri rese mute, la televisione s’è mangiata il cinema e il suo critico

 

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In una chiesa luterana di coloni belgi negli Stati Uniti di fine ottocento, un uomo con una cicatrice sulla gola e un taglio a forma di croce sul ciglio destro, pontifica di essere il cane da guardia con la missione di riportare le pecore smarrite all’ovile. Le sue armi più efficaci sono le sue parole potenti dal tono apocalittico, capaci di generare l’inferno e la paura nella mente e nel cuore di chiunque le ascolti. Ma all’occorrenza il reverendo sa anche tagliare pance e impiccare i peccatori con le proprie budella. 
Brimstone è il nome del reverendo ed è il titolo di un film che inaugura il genere “birra-belga-e-niente-spaghetti-western” (in home page). Il regista Martin Koolhoven propone la visione della violenza dei padri fondatori, che sono anche padri padroni, che prostituiscono e violentano i propri figli, punendoli e rendendoli afasici. Il punto di vista inedito è quello di una donna, immaginata dal regista in una fuga sena fine, dentro un mondo fatto di gesti, di aiuti a nascere e di sforzi di preservare l’innocenza e la libertà, afasico. Strutturato in capitoli, adatto a essere sminuzzato in episodi per la tv, è un film di genere che dentro la grammatica visiva e morale di Sam Peckinpah, più che di Sergio Leone, racconta la durezza intransigente e violenta di un dramma familiare, civile, di fondazione. Un film iconoclasta e diretto, per chi non teme svenimenti e sopporta la vista del sangue, senza l’epica della dignità degli ultimi di Walker Evans, né dell’eroe di fondazione dello spaghetti western, né della ferita insanabile delle origini cancellate dal mito della frontiera. Quasi un racconto sull’impossibilità di essere liberi in un modo iper-regolato e funzionale solo alle regole competitive dell’odio, dove ogni uomo è un lupo per l’altro uomo.
Di fondazioni, di guerre di conflitti e di fantasmi, di affetti recisi e non sanabili racconta anche Frantz. François Ozon entra con sicurezza e maestria nel mondo ipertecnologico degli effetti speciali, per tornare indietro nel tempo, usando il colore come ai primordi, per sottolineare il tono emotivo delle situazioni drammatiche, consegnando al bianco e nero le fasi narrative di cucitura. Un altro film strutturato in capitoli, divisibile in altrettante possibili puntate, che, nei toni del melo e del fotoromanzo degli anni quaranta, segue il fantasma di un soldato morto, per come vive e trasforma le vite dei superstiti della grande guerra sul fronte franco-tedesco. Frantz è l’altro che non torna indietro, ma lascia un vuoto che costringe tutti a muoversi da casa per cercare gli altri che rimangono, per capire chi siano. Per chiedere perdono o almeno capire le ragioni di un rifiuto. 
Di padri, di madri e di ritorni impossibili a casa parla anche The Eremites di Ronny Trocker. Le montagne e il paesaggio severo dell’Alto Adige, le cave di marmo, i masi di alta quota sono il teatro e il testimone di un dramma quasi non messo in scena, raccontato esaltando la possibilità produttiva di gesti, paesaggi, oggetti, e anche la loro l’impossibilità di perdurare. Le ultime case prima del ghiaccio e le attività necessarie sono cercate ma anche rifiutate come un rifugio ormai inaccessibile.  
Sorrentino presenta i due episodi della sua saga con Jude Law, The Young Pope, prodotta da Sky (sopra uno still), che nasce per essere una serie televisiva ambientata dentro il Vaticano, negli uffici di un giovane, bello, ambizioso e seducente giovane papa. Difficile dire qualcosa di non detto, solito impeccabile modo di riprendere, solito impeccabile modo di dirigere, solita volatile leggerezza, intelligenza e ghigno. Come parlare del lavoro di quello che prende sempre dieci e che ha sempre tutte le risposte pronte.  
Infine da non perdere Spira Mirabilis, di Massimo Adinolfi e Martina Parenti, un ambizioso e coraggioso lungometraggio che monta frammenti di super-8, scene da documentario, riprese trattate come frammenti musicali in un caos visivo in definitiva armonioso, che si auto-riproduce per la capacità di immaginare di chi guarda. Le immagini di questo film si comportano come una specie di meduse che nel fondo del mare sono capaci, una volta decomposte, di ritornare larve e crescere di nuovo. Spira Mirabilis è la formula della possibilità infinita dell’immaginario che è la materia di cui è fatto il visibile.  
Fuori dalle sale, fra feste e paparazzi, i poliziotti sono sempre più impegnati anche a gestire le dimenticanze dello spettatore stranito e un po’ irretito dalle troppe ore in sala, con i cani che per ogni zaino devono fiutare, cercare, scovare, e gli inevitabili deliri di scherno degli astanti. Non un bel lavoro, deve essere. La loro missione di guerra impossibile somiglia a quello del vecchio critico che cerca la verità del filmico cinematografico e non la trova fra pagine facebook, canali youtube, hashtag e instagram, perché non sa più se deve recensire pokemon go dei lanci multipli sul web oppure i film, e quali, dato che la televisione e il suo nipotino you tube hanno definitivamente ingoiato ogni supporto. (Irene Guida)

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