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Tutto quello che non serve (più) diventa arte da Spazio Punch, a Venezia
Mostre
di Zaira Carrer
Libri d’artista, una caffettiera in acciaio inox rigata dalla mano di Marta Magini, un baule dei sogni, fette di torta in ceramica “non destinate all’uso alimentare” e un trench Dries Van Noten che diventa fluorescente: è una sorta di curatissimo bazar la nuova esposizione di Spazio Punch, sull’isola veneziana della Giudecca.
Intitolata Thank You for Coming e ideata e curata da Edoardo Lazzari e Claudio Piscopo, la mostra si propone infatti come un mercatino delle meraviglie, dove oggetti comuni —prima collezionati e poi scartati— si trasformano in opere d’arte sotto i nostri occhi. Questa rilettura è un vero e proprio intervento collettivo, a partire dalla genesi del progetto: una open call grazie alla quale sono stati raccolti 22 beni, poi affidati ad altrettanti artisti e designer. Il risultato è una riflessione stratificata sul valore degli oggetti, sottratti alla logica del consumo e restituiti alla loro capacità di veicolare storie, affetti e identità.
Grazie al contributo degli artisti coinvolti — tutti legati, in modi diversi, al contesto veneziano — gli oggetti acquisiscono qui una seconda possibilità di esistenza e una rinnovata grammatica formale e simbolica: una nuova vita, insomma. E, come scrive Caterina Serra nel lookbook che accompagna la mostra: «Che belle le seconde vite, non sapere dell’alta se non sembra di averne che una».

Questa riflessione assume una rilevanza non trascurabile nei tempi “accelerati” in cui viviamo, dove tutto appare semplice da consumare, gettare e sostituire. Ma Thank You for Coming non si esaurisce nella sua dimensione concettuale: le opere nate dal progetto funzionano anche come piccoli dispositivi di sintesi delle poetiche dei singoli artisti, rivelando approcci, materiali e sensibilità differenti.
Ne è un esempio la box d’artista realizzata da Carolina Raquel Antich e Augusto Maurandi, sviluppata a partire dal primo numero della rivista di moda Westuff, il cui contenuto costituisce il punto di partenza per una serie di lavori dei due artisti, che ne rielaborano gli elementi visivi e grafici creando puzzle, una t-shirt, spille e fotografie.
Il lavoro sul tessuto e sull’artigianalità è invece centrale nella pratica di Kyle Meyer, che realizza un dittico dai motivi floreali a partire da lenzuola inutilizzate, componendo una trama mosaicata al cui centro compaiono due polaroid. È con un gesto quasi domestico, dunque, che Meyer trasforma il vecchio tessuto in una superficie narrativa.

Sono tanti poi i vestiti e gli accessori che riprendono vita: delle stravaganti scarpe dal tacco a banana a cui Maddalena Tesser applica pelo sintetico fino a una tuta della Remiera Ponte dei Sartori di Venezia reinterpretata da Filippo Soffiati. A volte, poi, questi indumenti diventano del tutto irriconoscibili: è il caso dell’orsetto peluche di Francesca Vanoli, nato dal riuso di un pellicciotto sintetico e da un cappotto.
Particolarmente interessante è infine la scelta di catalogare ogni oggetto indicando la sua provenienza. Ne emerge una sorta di mappa affettiva e mentale, che ricompone frammenti di storie individuali in un racconto collettivo. È forse qui che il progetto trova il suo nucleo più prezioso: non tanto nel singolo oggetto trasformato, quanto nella comunità che affiora tra le pieghe di questo archivio temporaneo.
Tutti gli artisti in mostra: Ambra Accorsi, Riccardo Albiero, Carolina Raquel Antich e Augusto Maurandi, Riccardo Banfi, Melania Fusco, Riccardo Giacomini, Manuela Kokanović, Angelo Licciardello, Marta Magini, Giulia Malatesta, Kyle Meyer, Maria Morganti e Luca Pes, Costanza Nani, Paolo Pretolani, Alice Pilusi, Collettivo Scafandra, Filippo Soffiati, Maddalena Tesser, Francesca Vanoli e Rebecca Loro. Design dell’invito di Anastasiya Parvanova











