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Il Gran Teatro delle Idee: a Forlì il Barocco incontra il Novecento
Mostre
Nato come aggettivo dispregiativo, dal portoghese Barroco, termine che indicava una perla irregolare, la corrente artistica del Barocco attraversa i secoli, oggetto di una revisione critica che oggi risuona nelle sale del Museo San Domenico di Forlì, con la grande mostra Barocco. Il Gran Teatro delle Idee, aperta al pubblico fino al 28 giugno 2026.

L’esposizione riunisce circa duecento opere provenienti dai maggiori epicentri museali sul piano internazionale, per restituire le molteplici sfumature formali e concettuali del Barocco seicentesco. Gli attori coinvolti nel progetto, dal Museo del Prado ai Musei Vaticani, dalle Gallerie Nazionali d’Arte Antica – Palazzo Barberini all’Albertina di Vienna e alle Gallerie degli Uffizi, testimoniano la difficoltà di rappresentare, attraverso una singola esposizione, la complessità di un secolo come il Seicento, segnato da profondi contrasti e da artisti estremamente differenti tra loro. «Restituire tutto ciò che quel periodo fu significa fare il punto su un’epoca che ha inciso in modo determinante anche sulle città del territorio, con l’imprevedibilità e la straordinaria ricchezza di esiti propri del Barocco», afferma Daniele Benati, uno dei quattro curatori della mostra insieme a Cristina Acidini, Enrico Colle, Andreas Dehmer e Fernando Mazzocca.

L’allestimento articola un quadro chiaro delle diverse declinazioni e stratificazioni che si sono succedute, per contrasto o affinità, durante il XVII secolo, evidenziando attraverso sette sezioni tematiche come quest’epoca abbia saputo segnare il passaggio verso un linguaggio capace di trasmettere un forte messaggio di carattere politico e sociale, scientifico o esoterico e filosofico. Si parte quindi dalle radici romane del Barocco, in cui le memorie imperiali trovano nei Carracci un terreno fertile in cui risorgere, controbilanciate dalla straordinaria produzione caravaggesca, testimoniata nel percorso espositivo da svariati capolavori, tra cui l’Incoronazione di spine.

Si attraversano poi le piante dei progetti romani di Bernini e Borromini, in una rievocazione critica del più grande spettacolo del mondo, la Roma Papale: «Il Seicento fu Roma. La città dei papi erede della città dei cesari. Tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, Roma richiama i migliori talenti artistici, le élites intellettuali, gli spiriti eccelsi dei nuovi ordini religiosi (i gesuiti, i cappuccini, i teatini, gli oratoriani), nel clima della riorganizzazione politica e religiosa promossa dalla Riforma cattolica e dalla Controriforma dopo il Concilio di Trento» sottolinea Gianfranco Brunelli, Direttore delle Grandi Mostre della Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì.

Da categoria stilistica a categoria del pensiero, il Barocco segna la trasformazione dell’ordine rinascimentale in una visione dinamica e teatrale del mondo, emancipandosi dal pregiudizio critico che a lungo lo ha confinato a mero eccesso formale. Come afferma Fernando Mazzocco, la mostra si configura come un vero e proprio atto critico, il cui epilogo viene dedicato, nelle ultime sale, alla fortuna del Barocco tra il XIX e il XX secolo, quando, in un momento storico segnato dall’irruzione delle avanguardie, il Barocco torna in una declinazione nuova, camaleontica, tra le deformazioni psicologiche di Oskar Kokoschka, nella vibrante pennellata di Giovanni Boldini, nella “stagione barocca” di Giorgio de Chirico, con lo sguardo rivolto a Van Dyck e Rembrandt, nell’esperienza pittorica di Lucio Fontana negli anni ‘70 o di Francis Bacon con il celebre dipinto Studio dal ritratto di Innocenzo X.

Sul piano storiografico, prosegue Mazzocco «è soprattutto Roberto Longhi a parlare di una “brezza barocca” che attraversa i secoli, da Gian Lorenzo Bernini fino a Umberto Boccioni, individuando una linea di continuità fondata sul movimento e sull’intensità plastica». San Domenico si propone al pubblico e agli studiosi come un incubatore capace di far risuonare il Barocco, letto non più come un episodio storicamente circoscritto, ma come una categoria critica capace di riemergere ciclicamente, ogniqualvolta l’arte scelga la via dell’eccesso o della drammaturgia.












