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Apparizioni. Le sculture di Claudio Palmieri abitano le Case Romane del Celio
Mostre
Accade a volte che certi eventi espositivi siano occasione per un fruttuoso e inaspettato dialogo tra antico e contemporaneo, sommando così l’unicità e la storia di un luogo all’intento di mostrare gli esiti di una lunga ricerca artistica. Così è accaduto per la mostra di Claudio Palmieri, Apparizioni, ideata e organizzata da CoopCulture, a cura di Romina Guidelli e visitabile fino al 22 marzo 2026, in occasione della quale l’artista ha posizionato nel suggestivo complesso delle Case Romane del Celio – sito archeologico che si estende al di sotto della basilica dei Santi Giovanni e Paolo – 21 sculture selezionate tra quelle realizzate dalla fine degli anni ‘80 a oggi.
L’artista romano, allievo di Mino Delle Site e attivo a Roma a partire dalla metà degli anni ’80, con la prima personale realizzata nel 1985 presso la Galleria L’Attico di via del Paradiso, ha raccontato come questa mostra rappresenti il ritorno in un luogo da lui avventurosamente esplorato in adolescenza, quando calandosi nel buio aveva attraversato i passaggi stretti e le grandi caverne dal “fascino esoterico”. Ricordando in un secondo momento la sua precedente esperienza in questi luoghi, l’artista ha vissuto la realizzazione di questa mostra come una «Una chiamata simbolica, un ritorno magico a reinterpretare, attraverso la materia e la forma, quella mia remota esperienza giovanile — un incontro tra memoria, tempo e creazione».

Apparizioni è dunque ben più di una personale antologica, che già di per sé è un gran riconoscimento perché simbolo di un lungo percorso di lavoro e di ricerca. Questa mostra è l’emblema di un rapporto tra l’artista e la propria città, visibile per certi versi in quel senso di teatralità barocca espresso dalla volontà di sorprendere lo spettatore con molteplici letture visive delle proprie sculture. Oppure, in completa antitesi, in quelle creazioni, che rimandano ad una matrice informale e richiamano alla memoria gli scenari urbani della periferia romana.
Artista poliedrico, Palmieri nella sua lunga carriera ha attraversato e unito linguaggi e tecniche diverse, dalla pittura, alla scultura, alla fotografia fino alla musica, nel tentativo di tenere unite l’anima passionale a quella razionale. E questa costante ricerca è già chiara in quelle sculture degli anni ’80 (Glaciale, 1987; Manto e S. Sebastiano, 1988; Divinità, 1989; Eraclito, 1990) in cui una struttura metallica geometrica contiene e dialoga con una forma che si piega su stessa attraverso movimenti morbidi e organici, creando, come descrisse Achille Bonito Oliva nel 1986, un «Corto circuito tra rigore strutturale e pulsione emozionale». La piega, che da sempre ha affascinato Palmieri e che proviene dalla lavorazione a caldo dei metalli, riporta a quell’immagine della teatralità barocca e nel susseguirsi, ipoteticamente, senza soluzione di continuità gli consente di creare un’infinità di percorsi e, dunque, di visioni.

La sperimentazione sulla materia è altro dato caratteristico dell’artista, che non si ferma all’utilizzo dei materiali tradizionali della scultura. Infatti, accanto a metalli e ceramica, medium, quest’ultimo, che gli consente di rendere la tattilità del gesto direttamente sulla superfice dell’opera, Palmieri impiega anche plastiche e tessuti, che contorce, tira e modella, quasi in una lotta continua, nella composizione delle proprie figure biomorfe. Prigione (2016), scultura modellata con teli di plastica annodati tra loro e fusi con il calore, rimanda a quella dualità tra spirito e corpo, dove i nodi, come grumi esistenziali, si contrappongono e dialogano in una danza continua con movimenti slanciati della medesima materia.
La sensibilità pittorica si rivela nell’utilizzo costante del colore, testimone dunque della volontà e capacità dell’artista di condurre la propria ricerca su binari che si incontrano per rivelare l’unitarietà del proprio pensiero. Sculture come Pianta sulfurea (2016), Forma aliena e Forma biomorfa (2017) colpiscono per l’energia suggerita dai movimenti e accentuata dalla colorazione fosforescente della superficie che illumina il buio della sala. Sembianze organiche, sembrano qui suggerire quasi una vita vegetale o animale, che si contraddice però in quelle colorazioni innaturali che la città e la vita contemporanea suggerisce in alcuni scenari.

Figure biomorfe lasciano la propria traccia nella materia organica: Adamo ed Eva (1996) e Kouros (2008) narrano della volontà di trattenere le sembianze fuggevoli, quasi fossili, di una figura umana che, racchiusa in una forma geometrica rettangolare, si congiunge idealmente al simbolo di perfezione fisica e spirituale dei kouroi greci.
Ritroviamo, poi, l’interesse per le forme naturali nelle sculture dedicate al soggetto della rosa, selezionate in omaggio a questi luoghi per il forte valore simbolico che questo fiore ha rappresentato nella cultura dell’antica Roma. In Rosa di luce (2025), Rosae (1994), Rosa sulfurea (2024) Palmieri, con diverse cifre stilistiche, trasporta nella forma naturale per eccellenza, da una parte, la sua ricerca sulle forme organiche concentriche in dialogo con strutture metalliche geometriche, dall’altra, sull’utilizzo di colori e pigmenti fluorescenti che concretizzano l’antitesi al naturalismo del soggetto prescelto e allontanano ogni intento imitativo, infine, sulla molteplicità di materiali come rete metallica o ceramica che l’artista riesce a trattare con la medesima maestria.
Come ospiti inaspettati, dunque, le sculture di Claudio Palmieri trovano dimora in questi mesi negli ambienti delle Case Romane, accogliendo i visitatori come fossero i nuovi abitanti o numi tutelari di questi luoghi. Ed è proprio nella sorpresa delle visioni realizzata dalla loro presenza, nella caratterizzazione inusitata di certi ambienti e angoli, nella contrapposizione tra la storia antica di questi luoghi con le forme e i colori di queste sculture, che trova vita e concretezza quel linguaggio fatto di contrasti che Palmieri persegue nell’intera sua ricerca.









