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Aprirà il 21 marzo al Museo Ettore Guatelli di Ozzano Taro, in provincia di Parma, Un filo tra le mani, mostra dedicata a Maria Lai, primo appuntamento del programma 2026 di Guatelli Contemporaneo. L’esposizione inaugura la nuova stagione della rassegna che, nelle edizioni precedenti, ha ospitato artisti come Daniel Spoerri e Gianni Dessì. In questo caso, il Museo propone un progetto mirato, pensato per introdurre il pubblico all’immaginario e alla ricerca di una delle figure più riconosciute dell’arte italiana del secondo Novecento.
Curata da Stefani Cognata e Alessandro Cuomo, realizzata in collaborazione con la Fondazione Maria Lai, la mostra si concentra su alcuni elementi centrali del lavoro dell’artista: il filo, la tessitura, il libro cucito, il gesto del legare. Pratiche che, nel corso degli anni, Lai ha trasformato in un linguaggio capace di intrecciare dimensione poetica e relazionale, memoria individuale e narrazione collettiva.
Il percorso espositivo propone una lettura sintetica e significativa di questa ricerca, restituendo la continuità tra gesto artistico e dimensione simbolica. Il filo, in particolare, si configura come dispositivo di connessione tra persone, storie, luoghi. Un elemento semplice che diventa strumento per costruire legami e attivare forme di relazione, in linea con una pratica artistica che ha spesso coinvolto comunità e territori.
L’iniziativa si inserisce nel contesto del Museo etnografico Guatelli, istituzione che da sempre lavora sul rapporto tra oggetti della cultura materiale e racconto del quotidiano. Il museo è infatti allestito negli spazi che furono della casa e del podere della famiglia Guatelli, frutto della lunga opera di raccolta e allestimento a cui Ettore Guatelli ha dedicato gran parte della propria esistenza. Più di 60mila oggetti di uso quotidiano sono disposti sulle pareti e sui soffitti del percorso museale, organizzati secondo motivi geometrici e generando un insieme visivo articolato.
In questo senso, il dialogo con l’opera di Lai appare coerente: entrambe le prospettive condividono un’attenzione per le forme minime del fare, per i saperi diffusi e per le narrazioni che emergono da gesti e materiali apparentemente ordinari.
Nata a Ulassai, in Sardegna, nel 1919, e scomparsa nel 2014, Maria Lai è stata una delle figure più originali dell’arte italiana del secondo Novecento. Formata tra Roma e Venezia, allieva di Arturo Martini, sviluppò la sua ricerca artistica utilizzando materiali e pratiche come il filo, la tessitura e il libro cucito. Al centro del suo lavoro, il rapporto tra narrazione e comunità, come testimonia la sua opera più famosa, Legarsi alla montagna, intervento collettivo realizzato nel 1981, nel suo paese natale e considerato uno degli esempi più significativi di arte relazionale in Italia. Le sue opere sono oggi presenti in importanti collezioni pubbliche e private, tra queste Palazzo Grassi di Venezia, Palazzo Mirto a Palermo e Villa Borghese a Roma, oltre che al Pompidou di Parigi e al MoMA di New York, mentre il suo lavoro ha ottenuto un riconoscimento internazionale crescente negli ultimi decenni.
All’inaugurazione, prevista per sabato 21 marzo alle ore 17, interverranno Maria Sofia Pisu, in rappresentanza della Fondazione e dell’Archivio Maria Lai, e Pietro Clemente, antropologo culturale e presidente onorario della Società Italiana per la Museografia e i Beni Demo-Etno-Antropologici.








