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Cosa succede quando le immagini pubblicitarie perdono la loro funzione originaria? Per Marco Rèa diventano materia fragile, attraversata da abrasioni, cancellazioni e gesti di sottrazione. Le opere dell’artista romano, che negli ultimi vent’anni ha costruito una ricerca sospesa tra street art, illustrazione di moda e sperimentazione visiva, saranno esposte dal 12 giugno fino alla fine di settembre 2026, alla Street Levels Gallery di Firenze, in occasione della mostra Silence is. Il progetto, presentato come una sorta di primo bilancio espositivo dell’artista, riunisce circa 50 lavori realizzati tra il 2013 e il 2026: tele, lavori su carta, manifesti pubblicitari rielaborati, stencil, serigrafie e due sculture inedite prodotte appositamente per l’occasione.
Nato a Roma nel 1975, Marco Rèa ha sviluppato una pratica che attraversa ambiti differenti, dalla street art all’illustrazione editoriale e fashion. Nel corso degli anni ha collaborato con marchi internazionali come Fendi, Disney/Marvel e Universal Pictures, pubblicando anche su riviste come Vogue Italia, Harper’s Bazaar e Juxtapoz. La mostra Silence is si inserisce nel programma di Street Levels Gallery, spazio nato con l’obiettivo di indagare le evoluzioni contemporanee dell’arte urbana e il rapporto tra pratica pubblica e contesto espositivo.

Curata dalla stessa Street Levels Gallery e accompagnata da un testo critico di Federica Schneck, la mostra prende forma attorno a un elemento ricorrente nella pratica di Rèa: la sottrazione. Più che costruire immagini ex novo, l’artista interviene infatti su superfici già esistenti, soprattutto riviste di moda e materiali pubblicitari, attraverso spray, solventi, abrasioni e stencil al positivo, una tecnica che agisce rimuovendo materia anziché aggiungerla.
Volti levigati, corpi costruiti dal linguaggio del fashion system e della comunicazione commerciale vengono così trasformati in figure frammentate e vulnerabili, segnate da tensioni emotive e da un senso di instabilità che incrina la perfezione originaria dell’immagine. Nel testo che accompagna l’esposizione, Schneck definisce questo processo come una sorta di «Autopsia del glamour».

Il percorso espositivo segue anche un’evoluzione cronologica e atmosferica della ricerca dell’artista. Le prime sale sono dominate da opere scure e dense, dove il nero dello spray, derivato dal linguaggio urbano, invade le superfici lasciando emergere soltanto dettagli parziali, uno sguardo, uno zigomo, frammenti di espressioni.
Una sezione centrale è dedicata invece ai lavori realizzati durante la pandemia, momento che segna un cambiamento nel linguaggio di Rèa. Il nero lascia spazio ai bianchi corrosivi dei solventi e il gesto si trasforma in una sorta di scrittura compulsiva e asemantica: linee e segni che sembrano evocare alfabeti senza parole, legati all’esperienza collettiva dell’isolamento.

Le opere più recenti introducono infine un ritorno al colore, utilizzato come livello di stratificazione ulteriore della superficie. A chiudere il percorso sono le due sculture inedite, primo approdo tridimensionale della ricerca dell’artista, che trasferiscono nello spazio fisico la tensione tra costruzione e cancellazione già presente nei lavori bidimensionali.





















