20 marzo 2026

Animali, potere e colonialismo: la mostra collettiva di Atene che chiede di cambiare sguardo

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All'EMΣΤ di Atene, la collettiva curata da Katerina Gregos riunisce oltre 60 artisti internazionali per ripensare il rapporto tra umano e animale. Con quattro artiste italiane: Benassi, Biscotti, Pers e Roberti.

animali mostra
Maarten Vanden Eynde, Homo stupidus stupidus, 2008. Private collection, Slovenia Nabil Boutros, Celebrities Ovine Condition, 2014. Courtesy of the artist. Photo: Paris Tavitian

Un interrogativo urgente apre la grande collettiva curata da Katerina Gregos, direttrice dell’EMΣΤ – Museo Nazionale di Arte Contemporanea di Atene, dal titolo Why Look at Animals? A Case for the Rights of Non-Human Lives (Perché guardiamo gli animali? Giustizia per le vite non umane) prorogata fino al 15 aprile 2026. In questo contesto quattro artiste italiane – Elisabetta Benassi, Rossella Biscotti, Tiziana Pers, Marta Roberti – si relazionano a più livelli con l’alterità animale e con le sue molteplici forme.

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Oussama Tabti, Homo-Carduelis, 2022 (installation view) Sound installation Bird cages, speakers, 33’ (loop) Dimensions variable Collection of EMΣT Photo: Paris Tavitian

L’impianto curatoriale di Why Look at Animals? agisce in uno spazio non neutro e allo stesso tempo di prossimità, dove all’umano si chiede di compiere uno sforzo scomodo: cambiare la postura con cui si guardano gli (altri) animali «soggiogati e venerati, nutriti e sacrificati», come evidenzia John Berger nell’apertura del saggio da cui il progetto prende il titolo. Coinvolgendo più di 60 artiste e artisti da tutto il mondo, la mostra riflette sulla marginalizzazione, l’oppressione e le diversificate forme di dominio sull’alterità dalla prospettiva degli animal rights, mettendo in luce la necessità di riconoscere e difendere le vite non umane.

I linguaggi dell’arte contemporanea, nelle loro manifestazioni plurali e attuali – tra figure, disegni, film, installazioni, sculture e suoni – diventano strumenti di lettura e vicinanza, ricerca e posizionamento etico, nel tentativo di superare le logiche dello specismo e dell’antropocentrismo. Alla luce di queste suggestioni, Why Look at Animals? riporta vite e corporeità più-che-umane al centro, per renderle visibili e attraversabili.

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Marcus Coates, Extinct Animals, 2018 (installation view, detail) Group of 19 casts, plaster Dimensions variable Courtesy of the artist and Kate MacGarry, London Photo: Paris Tavitian

La mostra è stratificata e si sviluppa su cinque piani del museo, in un percorso organico radicato nello spazio profondo del piano interrato che inizia con M’Fumu di Elisabetta Benassi, una visione in forma di attesa che incrocia immaginazione, passato coloniale e nuove geografie urbane. La grande installazione – uno scheletro che ripropone una versione fittizia di un non-luogo, la Linea 44 del tram di Bruxelles – prende forma con la giustapposizione e l’incastro di alcuni calchi in gesso di ossa animali provenienti dal Museo Reale per l’Africa Centrale, dove il tram si ferma, innescando una relazione simbolica tra spazi e tempi e, in particolare, con la collezione del museo. Quest’ultimo è stato costruito con l’intenzione di esporre le depredazioni coloniali dello Stato Libero del Congo, durante le quali dieci milioni di congolesi furono uccisi. Inserendosi in questa complessità, l’artista ha scelto come titolo del lavoro il nome africano di Paul Panda Farnana, intellettuale e attivista congolese a cui rende omaggio, ristabilendo una nuova memoria verso le soggettività ai margini, cancellate o dimenticate.

Elisabetta Benassi M’Fumu, 2015 (άποψη εγκατάστασης) Ceramic plaster, ink, steel, metal and paper tags, plexiglas case Performative reading of the 1905 edition of The King Leopold’s Soliloquy by Mark Twain 250 × 220 × 150 cm Courtesy of the artist and Magazzino, Rome Photo: Paris Tavitian

Questo processo di risignificazione continua e riverbera in Clara di Rossella Biscotti, la rappresentazione frammentata di una rinoceronte femmina che per diciassette anni venne portata in tournée in tutta Europa. Il lavoro installativo ne restituisce il corpo smembrato, assente e mercificato, nel suo valore d’uso e di scambio, portando in superficie una vita e un’esistenza inafferrabile. Della sua individualità rimangono dei dati: la cifra per cui è stata acquistata, il suo peso – tre pile da una tonnellata di mattoni fatti a mano su cui è inciso il suo profilo – e un cumulo di tabacco che fa riferimento alla quantità utilizzata per calmarla durante i viaggi.

Mark Dion, Men and Game, 1998. Courtesy of the artist and Tanya Bonakdar Gallery, New York, Los Angeles | Rossella Biscotti, Clara, 2016. Courtesy of the artist Photo: Paris Tavitian

Mantenendo l’attenzione sull’esoticizzazione delle figure animali, Marta Roberti realizza una serie di disegni e collage su carta che agiscono come dispositivi di decostruzione del pensiero binario occidentale a partire. Le opere – tra cui si distinguono alcuni autoritratti come Self-portrait as Saint Olivia lying on jaguar, Self-portrait as St. Anthony talking to fishSelf-portrait as Saint Olivia wrapped in a snake, Self-portrait as St. Francis talking to birds with ibis on his chest – si muovono su una soglia porosa tra mitologia e ibridazione, toccando le potenzialità delle relazioni interspecie da una prospettiva ecofemminista.

Marta Roberti

Nella presa di coscienza della matrice comune delle diverse forme di oppressione e dominio si muove tutta la ricerca di Tiziana Pers, coniugando pratica artistica e attivismo militante.

Attraverso la costruzione di un immaginario radicale che investe ogni aspetto del suo quotidiano, Pers è impegnata giornalmente nella cura degli animali non umani ospitati nel santuario-residenza RAVE East Village Artist Residency, meta-progetto partecipativo fondato insieme alla sorella artista Isabella Pers. In mostra è presente un consistente nucleo di lavori appartenenti alla serie in divenire Art History, attraverso cui l’artista ha salvato negli anni più di 300 individui, molti dei quali hanno vissuto nell’ecosistema multispecie di RAVE prima di trovare adozione. La pratica militante di Pers si muove dalla denuncia delle atrocità della sperimentazione animale, come nel caso della serie pittorica The Sleepless Monkeys dipinta in uno stato di privazione del sonno, estendendosi alla lotta in piazza (sono presenti in mostra i cartelli portati a Milano e Roma in occasione della mobilitazione nazionale Giù le mani dai Santuari!) e alla possibilità di responsabilizzare l’umano nel suo quotidiano, con un gesto semplice ma rivoluzionario.

È da questa spinta che nasce The Age of Remedy, una performance collettiva in espansione attraverso cui l’artista invita le persone partecipanti a firmare un contratto per l’acquisizione di due piatti su cui si impegneranno a non consumare prodotti di origine animale. Questo processo di responsabilizzazione inizia dall’esterno, fuori dal museo, dove un’insegna al neon diventa manifesto e richiamo: Do Not Forget / The World To Come, lavoro progettato appositamente per la facciata di Viale Syngrou e pensato per rimanere installato in modo permanente, funzionando come monito per la respons-abilità collettiva e individuale. Una responsabilità attiva e reciproca, permeabile, con cui – secondo la prospettiva generativa di Donna Haraway – non solo si guarda all’altro, ma lo si rende capace di rispondere.

Panos Sklavenitis, Castrametation, 2015 – 2025 (installation view). Installation, artist’s book
Dimensions variable Produced by EMΣΤ Courtesy of the artist Photo: Paris Tavitian

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