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Le sculture di Paolo Staccioli abitano la nostra identità: la mostra alla SimonBart di Bologna
Mostre
Entrare in un museo di arte antica catapulta spesso il visitatore nella dimensione di un tempo remoto, poiché l’intero spazio è strutturato per favorire l’immedesimazione in una vita che non ci potrà mai appartenere del tutto, o che forse non comprenderemo mai fino in fondo. Non è un caso, dunque, che nel corso dei secoli gli artisti abbiano avvertito l’esigenza di appropriarsi dell’arte di culture lontane per attualizzarla all’interno del proprio contesto.
Ne sono casi illustri le influenze che l’avanguardia europea ha saputo trarre dall’arte primitiva e arcaica – da Picasso con la rivoluzione del Cubismo, fino alla sintesi plastica di maestri come Constantin Brancusi e Amedeo Modigliani – così come, dal Rinascimento in poi, la storia dell’arte non ha mai smesso di citare e reinterpretare l’immensa eredità lasciata dall’estetica greca e romana. In queste assimilazioni linguistiche non vi è mai stata la volontà di usurpare o sminuire una cultura, quanto piuttosto un intento affine a ciò che una pratica come quella dell’archeologia ci insegna a compiere.

Questo prezioso esercizio accomuna idealmente tutti i grandi maestri: l’artista “spolvera” il reperto dimenticato, lo estrae dalla sua tomba concettuale per riportarlo alla luce e, facendolo proprio, rivela sempre qualcosa di inedito su se stesso e sul mondo, arrivando a comprenderne intimamente la fatica, la materia e la forte carica simbolica solo nel momento in cui ne ricostruisce l’essenza.
È un approccio che si ritrova in maniera lampante nel lavoro di Paolo Staccioli, artista classe 1943 considerato oggi uno dei massimi esponenti della scultura in ceramica contemporanea, materiale di cui ha saputo esaltare l’infinita potenzialità espressiva. Dopo una prima carriera da pittore, negli anni Novanta scopre infatti la tridimensionalità della creta, spingendosi poi, nei primi anni Duemila, a cimentarsi con elementi più austeri come il bronzo. Staccioli sembra attingere da una soffitta segreta della memoria per dare forma ai suoi soggetti, permettendo alle sue opere di smettere di essere semplici manufatti per elevarsi a veri e propri personaggi, protagonisti assoluti di un racconto eterno.

Questo universo si svela in tutta la sua potenza all’interno della mostra personale allestita negli spazi della SimonBart Gallery a Bologna, la quale, rappresentando da tempo l’artista, ha voluto celebrarne la ricerca curando un percorso espositivo capace di valorizzarne al massimo l’impatto visivo ed emotivo. L’ambiente è studiato per trasportare il visitatore in un’altra dimensione, dove, accompagnato da una melodia dai toni ambientali e sognanti, il pubblico attraversa stanze divise per nuclei tematici in una narrazione visiva che descrive sì un mondo lontano, ma nel quale finiamo inevitabilmente per specchiarci e riconoscere noi stessi.
Come spiega il team direttivo della galleria, il fulcro del progetto risiede proprio nel titolo, Archeologia della forma. Guardando al proprio cammino, giunto all’importante traguardo degli 84 anni, Staccioli ha maturato la consapevolezza di essere egli stesso un «Archeologo»: una metafora dettata dalle fattezze e dalle cromie antiche dei suoi soggetti prediletti che la galleria ha voluto tradurre nel nome della mostra, suggerendo come lo scavo possa trasformarsi in un’indagine interiore accessibile a chiunque la viva.

Fin dalle prime sale, la visione dell’artista si impone con forza attraverso sculture che incarnano frammenti di una storia universale, ricca di evidenti richiami all’estetica etrusca e mediterranea. Il percorso si apre con gli imponenti Guerrieri, solenni guardiani in bronzo dalla minutissima trama corazzata. Nonostante la loro mole, essi accolgono il visitatore con un senso di benevola apertura. Un invito che ritroviamo nei Centauri: figure equine su ruote che, sospese tra il richiamo all’infanzia e l’archetipo del mezzo di trasporto, sorreggono una piccola figura umana.
Più che semplici citazioni mitologiche, queste creature diventano veri e propri varchi, pronti a trasportare lo spettatore in un’altra dimensione. Addentrarsi tra queste figure dà infatti l’impressione di esplorare una dimensione parallela, un mondo abitato da esseri che, quasi indolenziti dal tempo, continuano a mettere in scena la propria esistenza. Le creazioni di Staccioli sono immediatamente riconoscibili per l’iconografia dei suoi soggetti – dame, cavalli e cavalieri, arlecchini, bambole, viaggiatori, presenze totemiche e sfere – ma soprattutto per la straordinaria densità espressiva di cui si caricano.

In esse convive una forte ambivalenza: l’austera severità del soldato svanisce non appena si percepisce di trovarsi di fronte a quelli che lo scrittore Roald Dahl aveva definito GGG, i «Grandi Giganti Gentili». Seppur a volte modellate in scala ridotta, queste figure trasmettono un senso di assoluta imponenza grazie a corporature volutamente sproporzionate, in cui i tronchi voluminosi sono sormontati da teste piccole e appena abbozzate, talvolta coperte da copricapi. Questi volti gentili, proprio perché appena accennati, si fanno portavoce di un’identità universale in cui ciascuno può immedesimarsi. Ne è un esempio perfetto la serie dei Viaggiatori: robusti personaggi muniti di valigie che ci esortano a seguirli in una suggestiva promessa di movimento, sospesi talvolta sopra una grande sfera o all’estremità di un’asse incurvata, elementi entrambi realizzati in acciaio corten.

A far risplendere questi abitanti a cavallo tra il nostro tempo e quello antico sono, senza dubbio, i loro ornamenti. Lo scultore riveste la maggior parte delle sue ceramiche utilizzando la complessa tecnica della lustratura, appresa a Faenza. Si tratta di un affascinante processo di cottura che, attraverso calcoli precisi e l’impiego di specifiche sostanze chimiche, infonde alla ceramica riflessi cangianti e metallici, col risultato che le sculture sembrano indossare abiti e corazze preziose simili a gioielli, rendendosi ancora di più unici abitanti di un altro mondo.

Viene naturale chiedersi se tali scelte stilistiche sottintendano che a contare sia solo la mole fisica, l’opulenza dei costumi, o se, al contrario, ci spingano ad aspirare a un ideale di perfezione monumentale. Eppure, la risposta dell’artista è opposta: egli ci immerge in un universo di sua creazione, in cui l’interpretazione dei personaggi rimane un atto puramente soggettivo. L’unica guida offerta risiede nei titoli delle opere, che definiscono oggettivamente il ruolo di ogni figura, senza tuttavia rivelarne la storia o il nome; sta allo spettatore potersi immedesimare in loro, offrendoci, attraverso il loro sguardo, l’opportunità di ricordare istinti e sensazioni che credevamo ormai sopiti.

Come suggerisce infatti il titolo Archeologia della forma, siamo chiamati a disseppellire gli aspetti di noi stessi rimasti a lungo sotterrati e impolverati. Attraverso la genesi di questi personaggi mitici, in perfetto dialogo con la contemporaneità, Staccioli non si limita a mostrarci il passato, ma ci consegna figure profondamente solitarie che si fanno specchio della nostra anima. È in questa solitudine, silenziosa e feconda, che l’opera d’arte smette di essere un reperto da osservare e diventa uno spazio necessario: un invito intimo a fermarsi, a scendere sotto la superficie del quotidiano e a riscoprire, finalmente autentici, la nostra vera natura.

















