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Ludovico Bomben e la figura come soglia: forme, segni e apparizioni alla Galleria Michela Rizzo
Mostre
In Una figura continua a cercarmi, personale di Ludovico Bomben alla Galleria Michela Rizzo di Venezia, la figura emerge come un problema prima ancora che come immagine, senza esaurirsi nella sua evidenza formale ma consolidandosi nel rapporto tra linguaggio, materia e luce. Bomben costruisce così una condizione in cui l’attenzione si sposta dalla forma alla sua continua ridefinizione, mettendo in gioco una visione processuale dell’immagine che si compone nel tempo.
Il titolo orienta già questa direzione con un’inversione decisiva, spostando l’asse dal soggetto che guarda all’oggetto che interpella. La figura si connota come una presenza che insiste, ritorna e attiva una relazione mai del tutto risolta con chi la incontra. In questo slancio reciproco si chiarisce anche uno dei nodi più rilevanti della ricerca di Bomben, il rapporto tra forma e significazione, dove la figura si configura come una condensazione di possibilità semantiche, iconiche e spaziali, insieme segno, traccia, apparizione, memoria.

L’installazione che dà il titolo alla mostra esplicita con precisione questo impianto. Il lettering in foglia d’oro ricopre il perimetro della prima sala imponendo al corpo una lettura scandita, progressiva, mai simultanea. La frase può essere ricostruita, memorizzata, seguita; la sua totalità coincide però sempre con un differimento. Bomben genera così una situazione in cui il linguaggio trascende il contenuto per diventare spazio percettivo. La parola si distribuisce nel luogo, chiede attivazione, introduce una temporalità specifica, costruisce un’esperienza del senso come composizione parziale. Il riflesso che si mescola alla superficie dorata amplifica ulteriormente questa dimensione: la figura evocata dal testo finisce per implicare anche la presenza di chi guarda, chiamato a entrare nel lavoro come termine variabile della sua stessa presenza.
Questa logica attraversa l’intero percorso e si manifesta nella qualità del lavoro che non si limita a un rigore formale di matrice analitica. La precisione dei materiali, delle proporzioni, delle geometrie, l’uso controllato dell’oro e la nitidezza delle composizioni intensificano il potenziale concettuale delle opere. Bomben lavora per sottrazione visiva ma per densità semantica, riducendo il superfluo per caricare la forma di una tensione ulteriore in cui ogni elemento sembra tenere insieme tradizione simbolica, riflessione linguistica e costruzione dello spazio.

La serie Sèma è forse il luogo in cui questa tensione si mostra con maggiore evidenza. Il termine, con la sua doppia radice che rimanda tanto al segno quanto alla pietra tombale, permette all’artista di far convergere in una sola configurazione lessicale due polarità fondamentali del suo lavoro: la forma come unità minima di significazione e la materia come luogo di memoria, traccia, permanenza. Il seme diventa allora molto più di un motivo iconografico, rappresentando una figura primaria, quasi archetipica, in cui si raccolgono vita latente, crescita, interiorità, tempo sotterraneo.
Lo stesso principio ritorna nei lavori a parete, dove geometrie essenziali e inserzioni dorate costruiscono immagini che si modulano con la luce. La forma si definisce progressivamente mantenendo una qualità mobile che impedisce una lettura univoca. L’oro, lontano da ogni funzione decorativa, agisce come elemento di passaggio capace di articolare il rapporto tra visibile e immateriale.
Con Pioggia d’oro questa grammatica della soglia si misura con un riferimento mitologico più riconoscibile. Bomben assume il racconto di Danae come struttura energetica rendendo tangibile il tema della caduta, della fecondazione, della forza che attraversa uno spazio chiuso. L’installazione lavora sulla qualità ambivalente del segno – punta, ferita, luce, discesa – costruendo una scrittura visiva che trattiene la memoria iconografica e insieme la astrae, trasformandola in ritmo e percezione spaziale. In questo passaggio la materia diventa il luogo in cui l’immagine si fa essenziale senza perdere complessità.

Più raccolto, ma altrettanto incisivo, è Lacrime #1, dove Bomben porta il discorso su un confine quasi intimo tra corpo, emozione e forma. Il lacrimario introduce un piano in cui la scultura è insieme oggetto e deposito di esperienza, in cui la minima traccia liquida viene trasformata con delicatezza dall’artista in un elemento di riflessione plastica. La lacrima, sottratta a ogni enfasi sentimentale, assume il valore di materia essenziale, indice di un passaggio, condensazione di un moto interno che diventa forma visibile. Bomben riesce così a tradurre un gesto intimo in un fatto di linguaggio, mantenendo la misura e facendo della discrezione una precisa scelta critica.
In questo senso, Una figura continua a cercarmi si distingue per una qualità oggi tutt’altro che scontata, la capacità di costruire complessità senza ricorrere alla saturazione. Bomben sceglie un lessico ridotto, una misura controllata, un impianto visivo essenziale, ma proprio per questo riesce a dare peso a ogni variazione di luce, scala, posizione e materia. La mostra si sviluppa così come un nucleo di intensità in cui la figura resta sempre un po’ oltre la sua definizione, mantenendo aperto il rapporto tra ciò che si vede e ciò che prende forma nel pensiero.













