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Con la scomparsa di Paolo Masi, l’arte contemporanea italiana perde una figura rigorosa, libera e coerente. Nato a Firenze nel 1933, Masi ha attraversato oltre sessant’anni di sperimentazione mantenendo intatta una tensione etica del fare artistico. La sua opera ha rappresentato un laboratorio permanente sulla materia, sul segno e sulla percezione, trasformando superfici quotidiane e materiali poveri in strumenti di conoscenza visiva.
Fin dagli anni Sessanta, Masi aveva orientato la propria ricerca verso un’idea di pittura capace di superare i confini tradizionali del quadro. Cartoni ondulati, reti metalliche, tele industriali, plexiglas e materiali urbani diventavano elementi vivi di una grammatica astratta che metteva in discussione il rapporto tra spazio, luce e struttura. In questo percorso, l’artista fiorentino si è imposto come una delle voci più autorevoli della cosiddetta Pittura Analitica, pur mantenendo sempre una posizione autonoma, refrattaria a ogni definizione rigida.
«Frittelli arte contemporanea partecipa con profondo dolore alla scomparsa di Paolo Masi, artista straordinario e amico caro, protagonista di una ricerca rigorosa e libera che ha attraversato decenni di storia dell’arte contemporanea lasciando un segno profondo e riconoscibile», ha dichiarato la galleria fiorentina, annunciandone la scomparsa. «Nel corso degli anni abbiamo avuto il privilegio di condividere con lui un lungo percorso umano e professionale, fatto di stima reciproca, dialogo e amicizia. Di Paolo ricordiamo la sensibilità, l’intelligenza critica, la coerenza del suo lavoro e la capacità, rara, di guardare il mondo con curiosità e autenticità, trasformando ogni esperienza in materia viva di ricerca» e conclude, «La sua presenza, discreta e autorevole, resterà per noi un riferimento prezioso e un ricordo indelebile».
La sua pratica nasceva dall’osservazione paziente del reale. Ogni opera era il risultato di un processo di stratificazione e ascolto della materia: le trame dei tessuti, le trasparenze, le vibrazioni cromatiche e le interferenze luminose costruivano superfici che sembravano respirare. Per Masi, dipingere significava interrogare continuamente il linguaggio stesso della visione. Non esisteva gesto decorativo, ma un’indagine costante sulle possibilità percettive dell’immagine.

Fondamentale è stato anche il suo impegno culturale e collettivo. Dal 1974 Masi è stato cofondatore insieme a Maurizio Nannucci e Mario Mariotti di un collettivo che gestisce lo spazio no profit di Zona a Firenze, esperienza che troverà la sua continuazione dal 1998 nel collettivo Base. In un clima di forte trasformazione sociale e politica, Masi difese l’idea di un’arte come pratica condivisa, critica e aperta al dialogo con il territorio.
Tra le mostre più significative, si ricordano la partecipazione alla XXXVIII Biennale di Venezia (1978); alla XI Quadriennale romana (1986); alla mostra parigina Livres d’artistes presso il Centre Georges Pompidou di Parigi (1985); Arte in Toscana 1945-2000 a Palazzo Strozzi, Firenze, e Palazzo Fabroni, Pistoia (2002); Pittura Analitica. I percorsi italiani 1970-1980 presso il Museo della Permanente, Milano (2007) e alla mostra Alla Maniera d’Oggi. Base a Firenze nel Chiostro di San Marco, Firenze (2010); The Independent. Base / Progetti per l’arte, al Maxxi di Roma (2016); Pittura Analitica. Ieri e oggi presso la galleria Mazzoleni Art, Londra – Torino (2017). Negli ultimi anni il suo lavoro aveva conosciuto una nuova attenzione critica, con mostre nei principali musei e nelle gallerie italiane e internazionali.
La sua eredità resta oggi nella forza radicale di una ricerca tramutatasi in atto politico e poetico. Le sue opere sono entrate a fare parte delle collezioni del Mart di Rovereto, del Museo Pecci di Prato, della Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti di Firenze, della Galleria d’Arte Moderna di Torino e del Museo Novecento di Firenze.
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