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Si aggiunge un nuovo episodio al clima già teso che accompagna l’avvio della 61ma Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia: a pochi giorni dalla vernice, l’artista salvadoregno-americano Guadalupe Maravilla ha denunciato un episodio di profilazione razziale avvenuto nelle strade della città, in serata, subito dopo aver completato l’installazione della propria opera all’Arsenale.
Secondo quanto dichiarato dallo stesso artista, due agenti di polizia lo avrebbero fermato chiedendo i documenti e, successivamente, avrebbero chiamato rinforzi, arrivando a tentare di trattenerlo. «Hanno cercato di ammanettarmi», ha spiegato Maravilla, aggiungendo di essere riuscito a de-escalare la situazione e ad allontanarsi senza ulteriori conseguenze. Al momento, né La Biennale di Venezia né i Carabinieri hanno rilasciato commenti ufficiali sull’accaduto.
Nato in El Salvador e arrivato negli Stati Uniti da bambino senza documenti, Maravilla ha concentrato la sua ricerca su temi come migrazione, trauma e guarigione. L’artista ha sviluppato negli ultimi anni la serie Disease Thrower, sculture complesse che funzionano anche come strumenti sonori e rituali, attivati attraverso pratiche collettive come i sound bath. Opere pensate come dispositivi di cura, in risposta tanto alla sua esperienza migratoria quanto a una malattia oncologica affrontata in età adulta.
Il progetto presentato a Venezia da Guadalupe Maravilla prosegue su questa traiettoria, affrontando esplicitamente le condizioni delle comunità latinoamericane negli Stati Uniti, in particolare il tema della detenzione dei migranti nei centri ICE e le conseguenze a lungo termine di queste esperienze. «Le mie sculture onorano i bambini sottoposti a detenzione, spostamento e trauma», ha dichiarato l’artista ad Artnews, sottolineando come l’accaduto a Venezia non sia, ai suoi occhi, un episodio isolato ma parte di una dinamica più ampia: «Questi modelli di controllo e sorveglianza non appartengono a un solo Paese, ma si estendono su scala globale».
L’incidente si inserisce in una fase già complessa per la Biennale 2026, segnata da tensioni politiche, polemiche istituzionali e prese di posizione che hanno coinvolto artisti, curatori e governi e hanno portato alle recenti dimissioni della giuria. In questo contesto, la vicenda di Maravilla introduce un ulteriore livello di criticità, che si sposta su quello dell’esperienza individuale e del controllo.
Nonostante quanto accaduto, l’artista ha ribadito la volontà di proseguire il proprio lavoro, sia sul piano artistico che in ambito sociale, dove da anni è attivo con iniziative comunitarie, programmi di sostegno e mentorship rivolti a migranti e rifugiati. «Queste ingiustizie non stanno rallentando», ha osservato. «Anzi, si stanno moltiplicando oltre i confini».
















