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Giuseppe Stampone in mostra alla Prometeo Gallery con “Saracinesche”
Mostre
«Domani, domani si abbassano le saracinesche per protesta» ha detto. «Su dai, chiudiamo bottega anche noi» ha detto Kâmil, «Dai, dai». Le braccia per aria come arresi, è scesa la saracinesca della nostra lingua. Il testo critico di Ilaria Bernardi che correda la mostra si apre con questo passaggio trattato da Saracinesca di Murat Ozyasar, che ci aiuta a comprendere i pensieri alla base di un’esposizione spiazzante. La sala espositiva della Prometeo Gallery si presenta come una lavagna, sulla quale Giuseppe Stampone si è cimentato in un esercizio di sovrapposizione, ripetizione ossessiva, interruzione, spiegazione parziale e riflessione critica che da sempre accompagna la ricerca dell’artista celebre per l’utilizzo della iconica penna bic nei suoi lavori. Difatti la penna non manca neanche in questo corpus di opere, utilizzata per figurare saracinesche che coprono parzialmente riproduzioni di capolavori della storia dell’arte. Saracinesche che assumono un significato simbolico se considerate come metafore di una condizione esistenziale, quella contemporanea, segnata da avversità, guerre, incertezze in campo sociale, culturale, economico.

Dal testo critico della Bernardi leggiamo come: “Nell’opera di Ozyasar, la ripetizione ossessiva del quotidiano si traduce in una geografia mentale fatta di chiusure, di percorsi obbligati, di soglie che non conducono da nessuna parte. La “Via della Coercizione”, percorsa dal protagonista fino allo sfinimento, non è soltanto un luogo fisico, ma è soprattutto una condizione esistenziale segnata dall’inerzia e dall’impossibilità di apertura…”. Stampone propone questi intrighi mentali sotto forma di trame, mappe concettuali che mettono in relazione termini moderni con altri universali, storia, presente, network e colonialismo, nomi di celebri artisti rinascimentali e movimenti storicizzati, le tematiche del nuovo mondo: integrazione, condivisione, partecipazione, cooperazione. Un compendio di riflessioni che prendono forma al centro di una rete di intrecci, con accanto le riproduzioni di opere che spaziano dalla Flagellazione di Cristo di Piero della Francesca (1455–1460 circa, che ci introduce alla mostra) all’Annunciazione di Beato Angelico (1437–1446), dal Ritratto dei coniugi Arnolfini di Jan van Eyck (1434) fino alla Velata di Antonello da Messina (1475 circa). Tutte rigorosamente e minuziosamente ridisegnate a penna Bic.

Questo nuovo ciclo di lavori è, come detto, caratterizzato dalla presenza di una saracinesca che ne cela una parte. Il dispositivo critico utilizzato da Stampone agisce dall’alto, copre una porzione delle scene raffigurate, porta l’osservatore a interrogarsi sul perché di quell’interruzione. “Prospettiva” è il termine più rappresentato sulle trame in mostra, concetto che torna più volte in relazione alla storia dell’arte ma anche alle prospettive che riguardano il nostro mondo, guerra, politica, eurocentrismo, capitalismo, network ed evoluzioni possibili. L’immagine non viene mai cancellata del tutto e la saracinesca gioca un ruolo fondamentale nell’innescare una riflessione politica che mette in dubbio la centralità e il significato della storia dell’arte occidentale, costruita nei secoli su ideali di armonia e bellezza ideale. Come possono questi concetti rimanere al centro del discorso estetico e artistico in una contemporaneità segnata da chiusura, paura, rimozione? Un presente che erige muri e sgretola certezze di popoli interi, le città in balia della guerra e le economie fragili. Questa tensione visiva ed emotiva è attivata da un elemento semplice e ripetitivo, una rimozione atta a rivelare un concetto, un non voler vedere che condurrà il mondo chissà verso una prospettiva politica che non lascia presagire nulla di positivo.

La citazione ai capolavori è dunque propedeutica a un discorso più ampio, non mera citazione né allegoria ma piuttosto interruzione e interrogazione sulle fondamenta su cui il sistema valoriale estetico e concettuale occidentale si basa ormai da secoli. Queste immagini rivelano comunque parte di quel bello ideale, di quell’armonia e trascendenza di cui andiamo fieri nel mondo. Eppure, questi principi di razionalità e perfezione geometrico-prospettiva divengono il bersaglio di Stampone, basi solide da attaccare per metterci in guardia sulla direzione presa dall’Europa a livello politico. L’Europa (e l’Occidente più in generale) delle relazioni internazionali sempre più instabili, delle politiche migratorie repressive, della drammatica situazione geopolitica.

Che cosa ci rimane del Rinascimento, delle Avanguardie e dell’Architettura monumentale che caratterizza le nostre città ideali in un mondo in cui quel patrimonio condiviso è appannaggio di pochi e i principi alla base della società civile rischiano di essere sostituiti da politiche sempre più opprimenti e populiste? Il passato, il bello non è totalmente perduto, certo. È però soverchiato dalla superficie opaca di un presente travolgente, i cui esiti sono quasi sempre destinati all’oblio.
Stampone ragiona da sempre sui dispositivi di potere, sulle dinamiche che lo muovono, sulle tematiche educative e sulla trasmissione del sapere. Nella mostra della Prometeo Gallery queste tematiche vengono trattate tutte assieme ma senza che vi sia una sovrapposizione, grazie all’abilità dell’artista che reitera tecnica e idee e si serve della lentezza e della ripetitività come gesto politico oltre che artistico, in totale contrapposizione alla dinamicità e alla pressante richiesta di novità del sistema dell’arte contemporaneo.




















