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Per Sonia Kacem l’ornamento è forma pura: la mostra a Palermo
Mostre
Per i siciliani, “azzizzàrsi” equivale a offrirsi nella propria luce migliore, facendo emergere una parte di sé costitutiva ma latente; così come il termine arabo ʿazīza indicava un tesoro, qualcosa di splendente. Con la personale Azizti di Sonia Kacem (Ginevra, 1985), ospitata a L’Ascensore e accompagnata da un testo di Carlo Corona, lo spazio espositivo di Palermo viene completamente riconfigurato come superficie ritmica. Le pareti si animano attraverso sequenze di segni ripetuti e sagome stilizzate. Attraverso processi digitali di ingrandimento e moltiplicazione, l’installazione espande nello spazio frammenti pittorici originati da schizzi ad acquerello ispirati a dettagli ornamentali e ambienti architettonici.
Parlare di ornamento significa considerare il parergon, ciò che eccede la funzione. Eppure, ciò che appare superfluo apre nuove possibilità di senso. L’ornamento astratto non rappresenta nulla e incarna una condizione sospesa, quella che Immanuel Kant definiva pulchritudo vaga: una “bellezza libera” senza scopo né destinazione.

Kacem permette così all’elemento ornamentale di uscire dalla condizione di supplemento per diventare uno spazio autonomo della forma in cui agiscono colore, composizione e ritmo. Le figure si muovono tra astrazione e figurazione residua; la ricerca dell’artista svizzera, di origini tunisine, avviene nel dialogo tra modernismo astratto e la tradizione aniconica islamica. Alcune pennellate ricordano foglie di palma, altre corolle, altre ancora gusci spezzati o traiettorie spiraliformi. Nulla si stabilizza davvero in immagine: ogni forma resta sul punto di diventare qualcos’altro. L’ornamento, dunque, non è più un accessorio sensibile ma il luogo in cui si manifesta la forma pura, consentendo al giudizio estetico di emanciparsi dalla dipendenza dal dato sensibile.

A Palermo viene sperimentata una serigrafia direttamente su parete, introducendo una variazione costante: nessun segno coincide perfettamente con il precedente e la ripetizione produce minimi scarti. Il supporto trattiene le tracce serigrafiche e rende visibile il tempo del gesto, come se ogni modulo decorativo conservasse memoria dello schizzo originario. Kacem lavora sull’ornamento come spazio autonomo della visione; non decorazione subordinata all’architettura ma struttura fluida capace di alterare la percezione dell’ambiente. La parete smette così di essere sfondo e diventa soglia: superficie porosa in cui interno ed esterno, carta da parati e facciata architettonica entrano in relazione continua.


Come sostiene Gilles Deleuze, la ripetizione appare come una «Differenza senza concetto»: non produce identità ma variazioni continue. Anche qui la serialità non si stabilizza in un pattern uniforme. Tra identico e differente, il modulo decorativo diventa un campo instabile di trasformazioni, in cui il segno dello schizzo ad acquerello si riattualizza ogni volta come traccia sempre altra, mai del tutto uguale a se stesso.



















