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Intrusi: pittura e sconfinamenti a Pesaro con Gianmarco Garbugli e Antonio Peluso
Mostre
Non tutte le immagini si lasciano attraversare senza resistenza. Alcune si insinuano nello sguardo, alterano le coordinate della percezione e si collocano in una zona ambigua, sospesa tra riconoscibilità e scarto. È in questo territorio di interferenza che si inserisce Intrusi, mostra a cura di Chiara Pirozzi, ospitata negli spazi di Spazio TORRSO a Pesaro. Trattasi del secondo appuntamento della rassegna Flatness, il progetto espositivo consiste in una doppia personale in cui le ricerche artistiche di Gianmarco Garbugli e Antonio Peluso vengono messe a nudo, analizzate sotto la lente d’ingrandimento della pittura come campo aperto di sperimentazione. Il percorso è tutt’altro che una narrazione lineare. Data anche la natura non convenzionale dello spazio, la Pirozzi intesse una trama in cui divergenze e similitudini si scontrano e danno vita ad una particolare tensione

Il percorso proposto rivela tratti dell’interiorità dei due artisti ma anche la loro analisi del mondo contemporaneo, letture su più livelli talvolta di difficile comprensione ma che, comunque, offrono spunti sulla dimensione reale del paesaggio, su quella onirica dell’immaginifico, sulla relazione tra uomo, natura e dimensione animale. Quest’ultimo campo d’indagine appartiene in particolar modo alla ricerca pittorica di Antonio Peluso il quale, nelle opere presentate a Pesaro, lavora principalmente su grande formato e dà vita a superfici piene e si serve di tonalità calde, cromie e terre che si riferiscono alla terra d’origine del giovane artista, il Gargano. La rielaborazione del proprio vissuto e delle esperienze che lo hanno condotto alle sintesi formali riportate poi in pittura è il campo di indagine prediletto di Peluso, che non disdegna altresì la sperimentazione diretta sulla materia. L’immaginario che si viene a configurare richiama, come detto, delle riflessioni sui rapporti uomo-natura e uomo-animale ma l’aspetto più originale della ricerca dell’artista pugliese risiede nella mancanza dell’essere umano in diverse delle sue raffigurazioni pittoriche. Forme vorticose, figure in movimento e dettagli quasi impercettibili, nelle opere di Peluso l’intruso è la condizione di instabilità costante che non aiuta a rivelare ma, anzi, accompagna l’osservatore in un viaggio tra ricordi familiari, elementi simbolici e dimensione onirica che riecheggiano nelle sue composizioni di grande formato nelle quali emerge lampante anche un certo senso di malinconia.

Diverso è invece il caso di Gianmarco Garbugli, la cui indagine pittorica svaria dal dettaglio al paesaggio, dal piccolo al grande formato, dall’esterno fino all’analisi dell’interiorità dell’individuo. L’interesse per la dimensione intima apre comunque le porte a una visione più ampia sulla realtà, elementi marginali che vengono rimessi al centro dello sguardo riacquisiscono una nuova centralità. Il piccolo formato inquieta forse perché non permette all’occhio seppur attento del visitatore di entrare immediatamente in sintonia con il mondo messo in scena da Garburgli, il quale è abile nel giocare con luci e ombre per conferire un senso di spaesamento ancor più evidente alle proprie rappresentazioni. Piccoli oggetti, dettagli apparentemente trascurabili, angolazioni inattese di paesaggi divengono protagonisti della proposta pittorica del giovane artista. L’intruso si rintraccia, in questo caso, nella condizione esistenziale umana, nella sua vacuità. O forse persino nel nostro tentativo di renderci partecipi di campi visivi respingenti, immagini che, come nel caso di Peluso, non si rivelano nella loro interezza ma evocano dimensioni al contempo lontanissime nel tempo e nello spazio ma profondamente legate ad una contemporaneità in cui sguazziamo sempre più distanti, navigando nel buio nei nostri scenari reali e mentali. Garbugli evoca visioni primordiali che ci fanno sentire accolti e respinti allo stesso tempo, in linea di continuità con l’idea alla base dell’intero percorso espositivo.

“Intrusi” fornisce già il senso di quanto detto. Il titolo presuppone una presenza più o meno gradita, un’intrusione da parte non tanto degli artisti o delle opere esposte, quanto piuttosto del concetto stesso alla base della mostra, un pensiero che si fa flusso costante e porta con sé riflessioni, un immaginario che si definisce all’interno dello spazio stesso. Sono gli artisti ad accogliere l’”intruso”. Grazie alla mostra pesarese, entriamo nei meandri della poetica dei due giovani artisti, grazie alle peculiarità dello spazio e alla maestria della curatrice, che è stata capace di farli esprimere in modo tale da scavare a fondo nella propria condizione “intrusiva”.

















