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Quella di Gaza è una storia millenaria. E a Torino vanno in mostra i reperti archeologici salvati dalla distruzione
Mostre
GAZA, il futuro ha un cuore antico. Materie e memorie del Mediterraneo è la mostra della Fondazione Merz di Torino, in corso fino al 27 settembre 2026, realizzata insieme al Museo Egizio di Torino e il MAH – Musée d’art e d’histoire di Ginevra. Il progetto porta in dialogo arte contemporanea e archeologia, ricostruendo la storia millenaria di Gaza tra memoria e identità. A cura di Beatrice Merz, Silvano Bertalot, Giulia Turconi, Marc-Olivier Wahler, Béatrice Blandin, Fadel Al Utol, Christian Greco, Federico Zaina, Divina Centore e si avvale dell’apporto del comitato scientifico composto da: Suad Amiry, Paola Caridi, Reem Fadda, Jean-Pierre Filiu, Mahmoud Hawari, Jean-Baptiste Humbert, Tomaso Montanari, Davide Quadrio, Ludovico Scaglione, Salim Tamari, con l’assenso dello Stato di Palestina e il sostegno del CIPEG – Comité international pour l’égyptologie (ICOM) e patrocinata dalla Città di Torino.

Lo spazio della Fondazione Merz, consacrato – coerentemente al suo nome – alla pratica contemporanea, si trasforma per questa occasione in un museo. Oltre ottanta reperti archeologici, custoditi dal MAH di Ginevra e dal Museo Egizio di Torino, sono stati inseriti in una narrazione che dall’età del Bronzo giunge al periodo Ottomano, raccontando la storia geo-politica e culturale della Striscia di Gaza. I manufatti archeologici, ben conservati e protetti nelle teche, si contrappongono alle opere degli artisti contemporanei palestinesi e internazionali Samaa Emad, Mirna Bamieh, Khalil Rabah, Vivien Sansour, Wael Shawky, Dima Srouji e Akram Zaatari.

I reperti storici inseriti nella mostra provengono da una collezione di oltre 500 pezzi che lo Stato di Palestina ha temporaneamente chiesto di conservare al MAH di Ginevra. Questo nucleo di oggetti era destinato alla costituzione di un museo archeologico in Palestina, non realizzato a causa del conflitto nell’area. La mostra della Fondazione Merz rappresenta un’occasione per raccontare la storia e mantenere viva l’attenzione sul tentativo di distruzione di un popolo e della sua cultura. In questo senso, l’istituzione artistica assolve al proprio compito: continuare a informare, educare e sensibilizzare attraverso l’arte, la storia e il pensiero critico.
GAZA, il futuro ha un cuore antico è un intreccio inedito di storia e presente, che richiama le rotte commerciali, culturali, politiche e religiose del Mediterraneo. Da millenni la Striscia ha rappresentato un nodo strategico nelle relazioni tra Africa, Asia e Mediterraneo, divenendo un luogo di scambio tra civiltà diverse. Il percorso espositivo ricostruisce a grandi linee la sua intricata stratificazione.

Ma nella storia della nostra civiltà le guerre si sono continuamente imposte. Wael Shawky (Alessandria d’Egitto, 1971) lo ricorda, reinterpretando le relazioni tra differenti identità nazionali, storiche e religiose, con il lungometraggio Cabaret Crusades. The Secrets of Karbala (2015). Utilizzando marionette in vetro di Murano come protagoniste, l’artista si sofferma sulle Crociate, in particolare sulla terza, per non dimenticare quelle spedizioni militari organizzate tra il 1096 e il 1270 dall’Occidente cristiano per strappare il controllo della Terra Santa all’avanzata islamica. La storia si ripete e i miti si intrecciano: Wael Shawky riporta con un flashback alla battaglia di Karbala del 680, quando sciiti e sunniti musulmani si divisero. La proiezione del film si impone nello spazio, su un grande schermo che invita gli spettatori ad accomodarsi e a immergersi nel racconto storico attraverso le buffe marionette.

La Palestina è segnata da una continua lotta per la giustizia, la dignità e la sopravvivenza e Samaa Emad (Jabaliya, Gaza, 2000), con la serie Remaigining Homeland (2023) attinge a fotografie d’archivio, testimonianze orali e narrazioni personali, realizzando collage in cui le immagini della vita dei villaggi si sovrappongono a mappe dei luoghi stessi e i loro nomi originari, prima che venissero occupati e modificati. La sua pratica artistica è una forma di sopravvivenza dal dolore.
Il neon rosso di Khalil Rabah (Gerusalemme, 1961) introduce alla mostra, aggiornando i visitatori sulle vite spezzate e i musei distrutti. Poi l’artista offre al pubblico cartoline dei numerosi villaggi di Gaza, libere di essere toccate, guardate e portate via come souvenirs. Sono cartoline di luoghi che oggi sono distrutti, che non sarà più possibile visitare e che non saranno più casa per coloro che li abitavano fino a poco tempo fa. Con l’installazione Abaout the Museum, 2004-2011, sigilla alberi di ulivo dentro una teca trasparente, con le radici fuori dalla terra: esseri viventi destinati alla morte, lontani dal proprio habitat, divenendo una metafora della cultura palestinese.

Cinque teli, come bandiere bianche, cadono nello spazio riportando frasi di pace e libertà utilizzando il potere simbolico dei semi. L’opera Seeds out of Concrete (2025) è di Vivien Sansour (Gerusalemme, 1978), la fondatrice della Palestine Heirloom Seed Library. L’artista collabora con una rete globale di agricoltori e sostenitori dei semi per promuovere la conservazione dei semi e la biodiversità agricola. Seeds traveling/ really symbolizes the freedom/we hope to achieve ourselves. /If we can’t fly,/our seeds are flying,/and they are the teachers,/not us. Liberi come semi che viaggiano al vento, senza barriere e confini, si poggiano sulla terra e danno via alla vita, i semi diventano immagine di libertà e continuità culturale.

L’ultima sala è la più perturbante. La sua atmosfera potrebbe apparire surreale se la realtà della distruzione non la privasse di ogni distanza immaginaria: ciò che sembra allestito è in realtà la replica di un orrore che continua a svolgersi fuori dal museo, un genocidio in atto. I frammenti votivi di Phantom Votives, (2025) di Dima Srouji (Nazareth, 1990) rimangono sospesi in una preghiera. Lo spazio della Fondazione Merz si configura in un luogo infranto: un tempio del dolore dove storia e speranza convivono. Il passato, il presente e il futuro interrotto di un popolo si sovrappongono, trasformando la mostra in un territorio di memoria condivisa.

















