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Un equilibrio che nasce dalla fragilità: Salvadori, Cattaneo e Di Maggio in mostra a Ravenna
Mostre
L’assenza di disordine non coincide banalmente con l’ordine ma evoca piuttosto una suggestione di mistero, quasi a sottintendere un caos preesistente. D’istinto la mente associa la parola “disordine” a qualcosa di fuori posto. Eppure, varcando la soglia della Fondazione Sabe per l’Arte di Ravenna, questa percezione viene sfidata e ribaltata. È in questi spazi che prende vita Un insieme molteplice senza disordine, mostra inaugurata il 19 aprile e visitabile fino al 28 giugno. Il progetto trae il proprio titolo dalle parole che Jorge Luis Borges, in un celebre racconto de L’Aleph, utilizzò per descrivere il suo primo incontro con la città di Ravenna. Curata da Enrico Camprini, l’esposizione fa propria questa formula per orchestrare un dialogo inedito tra Alice Cattaneo, Elisabetta Di Maggio e Remo Salvadori, venuto a mancare di recente e autore di una straordinaria eredità scultorea costruita nel corso degli anni.

Più che imporre una rigida coerenza tematica, il curatore intesse una narrazione libera tra gli artisti, unita da una condivisa esplorazione della pratica scultorea e da un’attenta modellazione della materia e oggetti d’uso comune: il risultato infatti restituisce allo spazio una forte eco poverista. Astratti dal loro contesto d’origine e inseriti nella Fondazione, questi elementi sfuggono alla loro archetipica funzione d’uso per aprirsi a nuove e inaspettate risonanze visive, risultando ordinatamente fuori posto.

L’esperienza è ulteriormente arricchita dalla cornice dell’esposizione, un edificio ottocentesco completamente rimodernato che perpetua la vocazione creativa del luogo anche grazie allo studio dell’artista e fondatrice Mirella Saluzzo, affacciato sul cortile interno. Se nel corso del Novecento lo stabile si era infatti costituito da subito come luogo del “fare”, ospitando prima una falegnameria e successivamente una tipografia, in anni più recenti ha acquisito anche la facoltà di “mostrare”: è proprio in questo nitore minimale che le opere trovano oggi un’inaspettata comunanza, dimorando in un temporaneo agio capace di far dialogare l’attuale vocazione scultorea con la profonda anima manifatturiera dell’edificio.

Tra i maggiori esponenti italiani della sua generazione, Remo Salvadori ha sviluppato fin dagli anni Settanta un linguaggio intimo e rigoroso, fondato sulla profonda interazione tra l’osservatore e la materia. La dedizione artigianale della sua pratica emerge chiaramente nell’opera Nel momento (2026), dove una superficie metallica viene scandita da precisi ritagli geometrici che svelano la parete retrostante; grazie alla traslucenza del materiale si innesca un effetto caleidoscopico, capace di trasformare una lastra all’apparenza austera in cangianti cromie simili a un’aurora boreale.
A questa visione si affianca Continuo senza presente (2007), un cavo d’acciaio intrecciato a formare un uroboro – simbolo di un ciclo vitale solido e ininterrotto – su cui poggia l’installazione L’osservatore non l’oggetto osservato (2003). Composta da cavalletti in rame declinati in diverse tonalità, l’opera agisce attraverso la sua commistione materico-industriale come un vero dispositivo di indagine introspettiva, invitando il pubblico a interrogarsi: che consistenza ha la vita?

Lo spazio attiguo è abitato dalle indagini di Alice Cattaneo, il cui lavoro si concentra da sempre sull’essenza della forma e sui pesi in precario equilibrio. Ne è un esempio calzante Se questo è margine di tempo (2025), in cui volumi diafani, simili a blocchi di ghiaccio, appaiono segnati da crepe interne generate da un’attenta bruciatura; poiché l’elemento non fonde, cristallizzando l’assenza di un passaggio di stato chimico, queste “cicatrici” incise su forme percorribili a terra si fanno metafora della vita vissuta, rinnovando il dubbio sulla nostra reale e personale solidità.
Questa continua tensione tra integrità e vulnerabilità esplode ulteriormente nell’opera ambientale Untitled (2011), un’impalcatura pendente dal soffitto in ferro e materiali sintetici, che sbarra fisicamente l’avvicinamento del fruitore. Richiedendo un’attenzione vigile, la scultura compie impercettibili movimenti rotatori su se stessa, quasi a suggerire che ogni intrusione non calcolata nella sua orbita potrebbe comprometterne fatalmente l’equilibrio.

I concetti di caducità e resilienza trovano un’ulteriore e spiazzante declinazione nel lavoro di Elisabetta Di Maggio, da sempre impegnata a rivelare le trame invisibili che strutturano la nostra quotidianità, attraverso interventi chirurgici su elementi vegetali e organici. Ne è una prova perfetta l’opera Senza titolo (2024), una foglia di Eryngium Maritimum intagliata minuziosamente, lasciata essiccare e poggiata su un foglio di carta: dietro di essa, disegnata a matita, si scorge l’ombra della foglia stessa, un segno delicato e quasi impercettibile, visibile solo a un occhio attento.
Custodita all’interno di una teca, un’altra opera Senza titolo (2026) trasforma invece una semplice saponetta nel terreno di un’operazione al limite del surreale: l’artista ne incide minuziosamente una piccola porzione di superficie con un bisturi, fino a evocare la trama di un sentiero di ciottoli, per poi trafiggerne un lato con delle spine di rosa. Questo inaspettato accostamento tramuta un rassicurante strumento di detersione in una potenziale fonte di dolore pungente, dando vita a un manufatto onirico che trasforma un banale oggetto in un affascinante allegoria della vita. Davanti a tale visione, l’osservatore non può che restare ammaliato dalla dedizione e dalla pazienza meditativa necessarie per plasmare una simile fragilità.

Concludendo il percorso, emerge chiara la sensazione che i materiali esposti non si limitino semplicemente a narrare se stessi ma spingano piuttosto chi guarda a costruirsi una propria narrazione intima. Più che osservare degli oggetti, lo spettatore è invitato a rimettere in discussione il peso, le cicatrici e il delicato equilibrio della propria esistenza, in un continuo e silenzioso dialogo tra le forme dello spazio e i tempi della propria vita passata, presente e futura.












