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Cinque domande ad Adrien Meyer, il battitore d’asta che ha orchestrato 1,1 miliardi in una notte soltanto
Mercato
Le grandi aste si raccontano attraverso i numeri. Ma si consumano come uno spettacolo, pochi istanti soltanto a condensare mesi interi di trattative, relazioni, attese spasmodiche che muoiono nel loro trionfo, nel gesto effimero di un solo bid. Quando Adrien Meyer sale su quel rostro, al Rockefeller Center di New York, già sa che la collezione di S. I. Newhouse Jr (seguita a ruota dalla 20th Century Evening Sale) è destinata a fare la storia. C’è la Danaïde (1913) di Constantin Brâncusi, incarnazione scultorea del desiderio, che vola dritta a $ 107,6 milioni, e fa record. C’è Number 7° (1948) di Jackson Pollock, che infiamma la sala e spinge fino a $ 181,2 milioni – la quarta opera più costosa mai venduta all’asta, davanti a Pollock solo Leonardo, Warhol e Klimt. Applauso in sala. Due settimane più tardi, abbiamo chiesto ad Adrien Meyer – che da Christie’s è auctioneer, ma anche Head of Private Sales e Co-Chair of Impressionist & Modern Art – che cosa resta quando le luci si spengono, quando il brusio delle offerte lascia spazio al silenzio. Ai bilanci che misurano l’accaduto, e il suo effettivo valore.
Ha guidato una vendita che in poche ore ha superato il miliardo di dollari, con un Pollock oltre i $ 180 milioni. Quanto lavoro invisibile c’è dietro una serata di questo livello?
«È una magia che si fonda su mesi, anzi, spesso anni, di rapporti di fiducia che i nostri specialisti costruiscono con i clienti. È la loro capacità di trasmettere il senso di “opportunità davvero irripetibile” a convincere un collezionista a rilanciare ancora una volta durante la vendita. Anche l’atmosfera in sala è fondamentale per il buon esito dell’asta. Sono le persone presenti a determinarne il tono, e tutto sta nel riuscire a entrare in sintonia con loro nel modo più coinvolgente possibile. Bisogna essere accoglienti, mantenendo al contempo un ritmo costante che contribuisca ad accrescere la tensione».

A partire da quest’asta: che cosa è cambiato davvero nel modo in cui i grandi buyers prendono decisioni?
«I collezionisti sono disposti a spingersi oltre quando sanno di trovarsi di fronte a occasioni uniche, che capitano una sola volta nella vita – e i risultati di questa vendita lo hanno dimostrato. Il Pollock, per esempio, era il più grande drip painting ancora in mani private e non era mai stato offerto all’asta. Il Rothko proveniente dalla collezione di Agnes Gund, ex presidente del MoMA, era uno dei pochissimi lavori acquistati direttamente dall’artista e tuttora conservati in una collezione privata. È la combinazione tra la qualità dell’opera, il prestigio del proprietario e una provenienza straordinaria a generare risultati da record».
E sul piano dell’esperienza dell’evento, invece: in un mercato sempre più digitale e data-driven, la dimensione fisica ed emotiva della sala d’asta ha ancora lo stesso peso del 2019?
«Sicuramente la capienza delle sale si è ridotta, eppure proprio questo formato più raccolto, inserito in un contesto quasi teatrale, offre un’esperienza estremamente personale, amplificata in maniera esponenziale dalle piattaforme digitali di Christie’s. È un po’ come assistere a una cerimonia di premiazione trasmessa in diretta».

Secondo lei, risultati di questa portata possono essere letti come un vero segnale di ripresa del mercato dell’arte nel suo complesso? Oppure si limitano a raccontare un segmento ultra-prime, ancora separato dal resto del mercato?
«Sì, il mercato è tornato pienamente in movimento. Lo scorso autunno si è percepito un risveglio e il mercato era semplicemente in attesa di una conferma. Le Evening Sales conquistano i titoli dei giornali, ma sono le Day Sales a fornire la prova più concreta dello stato di salute del sistema».
Per chiudere: che cosa resta, alla fine dell’asta – per il mercato e per chi la conduce?
«Un enorme senso di sollievo. E l’entusiasmo per la prossima asta già in preparazione».














