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Mario Ceroli riscrive la forma dell'utopia negli spazi di 21Art a Treviso
Mostre
Che cosa significa tornare sul proprio alfabeto quando quel lessico appartiene ormai alla storia? Ogni ricerca autentica prima o poi è chiamata a confrontarsi con questa domanda, non per ripetersi ma per verificare se le forme che l’hanno generata siano ancora capaci di accogliere il presente. È da questa soglia che prende forma L’ultima Utopia. Ceneri e germogli, cronache dal Presente, il progetto a cura di Cesare Biasini Selvaggi che Mario Ceroli realizza negli spazi di 21Art Treviso, dove il white cube perde la propria neutralità per diventare una superficie attiva, quasi una pagina ancora aperta sulla quale l’artista torna a scrivere senza cancellare ciò che è già stato scritto.
Ad accogliere il visitatore è innanzitutto una parola: EVVIVA. Non è un dettaglio secondario che il percorso si apra attraverso un segno linguistico prima ancora che un’immagine. È però soltanto avanzando che lo sguardo rallenta insieme al passo, intercettato dalle pietre disseminate sul pavimento, dalla luce che si riflette sulla foglia d’oro, dalle grandi superfici lignee che sembrano dilatare il ritmo dell’architettura. Procedendo nella mostra ci si accorge come ogni elemento trovi senso nella relazione con gli altri: il bianco delle pareti assorbe la presenza delle opere, i vuoti acquistano lo stesso peso dei pieni, la distanza tra un intervento e il successivo diventa parte della composizione. Ceroli costruisce così un ambiente nel quale l’esperienza percettiva precede qualsiasi lettura simbolica, facendo dello spazio il primo materiale dell’opera.

Le tavole provenienti da vecchie cataste conservano le venature del tempo, le reti metalliche trattengono la corrosione, le cortecce mantengono intatta la memoria della loro crescita, mentre i sassi di fiume ricoperti di foglia d’oro sembrano sospendere, senza annullarla, la distanza tra natura e artificio. Ogni superficie custodisce la propria storia e continua a renderla visibile. Il riuso trascende così la dimensione materiale per trasformarsi in un’operazione che rimette in circolo il tempo stesso. Questi materiali vengono sottratti alla loro funzione originaria per entrare in una dimensione di permanenza, dove persino una pietra continua a custodire la propria natura organica mentre si apre a un immaginario che sfiora il sacro senza mai dichiararlo.
È in questa continuità che il blu introduce una trasformazione decisiva. Nato, nelle parole dell’artista, dall’incontro con il cielo di Giotto nella Cappella degli Scrovegni, si deposita sul legno senza assumere il carattere della citazione, modificando piuttosto il modo in cui la materia si offre allo sguardo. Il colore modifica un equilibrio rimasto a lungo costante nella ricerca di Ceroli, aprendola a una diversa intensità visiva dove la memoria della pittura medievale convive con il presente.
Quando quel medesimo azzurro disegna una Z, evocando la Generazione Z, il tempo smette di procedere in linea retta e la distanza che separa Giotto dall’immaginario contemporaneo si contrae fino a dissolversi, lasciando emergere una persistenza che non appartiene alla cronologia ma alla capacità delle immagini di rigenerarsi.

A ottantotto anni Ceroli torna sulle forme che hanno costruito il proprio linguaggio, rifiutando che si cristallizzino in repertorio. Pur restando riconoscibili, continuano a mutare nelle relazioni che instaurano con materia, colore e spazio, ridefinendo continuamente il proprio significato. Le lettere disseminate nell’ambiente, il filo a piombo, le tavole dipinte e le geometrie essenziali riportano la memoria a un lessico quasi elementare, quello dei primi strumenti attraverso cui impariamo a misurare e nominare il mondo. Più che un ritorno nostalgico, L’ultima Utopia assume la forma di un nuovo confronto con le condizioni originarie del fare, come se Ceroli tornasse a interrogare quali segni siano ancora capaci di orientare il nostro modo di abitare le immagini.
Il curatore Cesare Biasini Selvaggi scrive che l’ultima utopia di Ceroli consiste nel «restare umani in un mondo che ha deciso di non esserlo più, con il coraggio di continuare a pretendere e afferrare l’azzurro». È una riflessione che accompagna il percorso senza sovrapporsi alle opere, perché l’azzurro evocato dal curatore non coincide soltanto con un colore ma con l’orizzonte verso cui le opere continuano a tendere, quello di una materia che si apre a ciò che la supera senza perdere il contatto con la propria origine.
Uscendo dalla mostra resta l’impressione che alcune forme non abbiano ancora concluso il proprio movimento. Affiorano dagli assemblaggi senza separarsene del tutto, come se ogni frammento custodisse ancora la possibilità di aprirsi verso altro. È forse questa la forma più autentica dell’utopia immaginata da Ceroli, inaugurare un nuovo inizio all’interno di una storia già scritta, lasciando che il tempo, anziché esaurirne il significato, continui a generare nuove possibilità.















