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Non solo cinema: l’arte di David Lynch in mostra da Pace Gallery
Mostre
di redazione
Prima ancora che regista, David Lynch si è sempre definito un artista visivo. Formatosi come pittore alla Pennsylvania Academy of the Fine Arts alla fine degli anni Sessanta, è proprio in quell’ambiente che il grande regista, scomparso nel gennaio dello scorso anno, la sua prima “pittura in movimento”: Six Men Getting Sick (Six Times) (1967), un’opera ibrida tra pittura e proiezione. Da allora, però, il cinema non sostituirà mai completa la sua pratica artistica, ma ne diventa una delle molte estensioni.
La mostra berlinese presentata da Pace Gallery dal 29 gennaio al 29 marzo 2026 insiste proprio su questa continuità tra pratica cinematografica e artistica in senso stretto. I dipinti qui presentati sono lavori popolati da figure perturbanti e scene ambigue, in aperto dialogo con un immaginario che attinge ampiamente al Surrealismo ma ne tradisce la dimensione onirica in una tensione più cupa e quasi claustrofobica. Gli acquerelli — monocromi o dominati dai rossi, dai blu scurissimi e da improvvise esplosioni di giallo — amplificano questa dimensione intima e nervosa: presentati in cornici disegnate dallo stesso Lynch, come se anche il dispositivo espositivo facesse parte dell’opera.

A interrompere la bidimensionalità, in mostra sono presenti anche tre lampade-scultura verticali realizzate in acciaio, resina, plexiglass, gesso e legno. Esse introducono una presenza fisica nello spazio della galleria, con la loro matericità a metà tra design e macchina teatrale. Queste lampade producono una luce innaturale e perturbante, evocando quegli interni sospesi e carichi di tensione che popolano l’universo filmico di Lynch: stanze senza tempo e fabbriche mentali che si accavallano l’una sull’altra per creare labirinti psicologici ancor prima che fisici.
Un nucleo importante della mostra è dedicato alle fotografie scattate da Lynch a Berlino nel 1999, in una serie nota come Factory Photographs. Le immagini in questione ritraggono siti industriali abbandonati, ciminiere, finestre rotte, macchinari dismessi. Ciò che interessa a Lynch è l’aura emotiva di questi luoghi, la loro capacità di condensare una forma di bellezza degradata e inquieta. Le rovine industriali diventano così superfici psichiche, paesaggi interiori proiettati nel tessuto urbano.

Non è un caso che Berlino torni come sfondo: città in cui le stratificazioni storiche si sono calcificate, tra memoria industriale e reinvenzione culturale, Berlino ha sempre rappresentato per Lynch un territorio affine, un luogo in cui l’estetica del residuo e della trasformazione trova una risonanza quasi naturale. Le fotografie del 1999, rilette oggi, assumono anche il valore di una mappa emotiva dell’Europa post-industriale, vista attraverso lo sguardo di un artista ossessionato dalle architetture del subconscio.
La pratica artistica di Lynch ha una storia espositiva lunga e consolidata: dalla personale alla Leo Castelli Gallery nel 1989 fino alla grande retrospettiva The Air Is on Fire alla Fondation Cartier nel 2007, che ha poi viaggiato tra Milano, Mosca e Copenaghen, passando per Someone Is in My House al Bonnefanten Museum di Maastricht nel 2018, la più ampia presentazione del suo lavoro mai realizzata, con oltre 500 opere. La mostra da Pace Berlino si inserisce in questa genealogia, ma con una scala più raccolta e quasi intima, che restituisce l’immagine di un Lynch meno monumentale e più concentrato sulla materialità dei processi. Al tempo stesso, l’esposizione precede una più ampia personale prevista per l’autunno 2026 nella sede di Los Angeles di Pace, nella città natale dell’artista.













