08 maggio 2026

Omphaloi: il sottosuolo di Napoli risuona alla Fondazione Morra Greco

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Alla Fondazione Morra Greco, Soraya Checola e Luigi Manzi registrano le risonanze del tufo napoletano per tradurne le frequenze in forme tridimensionali, tra dati acustici e costruzione simbolica

Soraya Checola, Luigi Manzi, Omphaloi, veduta della mostra, Fondazione Morra Greco, Napoli

Con Omphaloi, a cura di Rino Squillante, aperta il 29 aprile alla Fondazione Morra Greco di Napoli, nell’ambito del progetto Dialogic Places in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti, i giovani artisti e ricercatori Soraya Checola e Luigi Manzi costruiscono un progetto ambizioso che prende avvio dal sottosuolo della città, lavorando su materia geologica, impatto antropico e dimensione sonora. Il Vallone San Rocco diventa un dispositivo di lettura, più che un punto geolocalizzabile. Il tufo giallo napoletano, stratificato, segnato e abusato dall’estrazione, viene interrogato come archivio vivente, capace di trattenere e modulare energie, vibrazioni e memorie: la geografia storico-acustica eccede la materia geologica e la dimensione puramente materiale.

Forme-frequenze

Il tufo, per sua natura poroso, assorbe alcune frequenze e ne amplifica altre. Su questa base, Checola e Manzi hanno registrato il paesaggio sonoro circostante, osservando come i suoni rimbalzano, si sovrappongono e generano riverberi. Non è più soltanto la cava a “suonare” ma il mondo sopra che interferisce con lo spazio sottostante. Le frequenze di risonanza della cava e del paesaggio vengono registrate, analizzate e trasformate in dati, per essere riconfigurate in forme tridimensionali.

Il risultato sono degli “strummoli”, trottole della tradizione popolare qui stampate in 3D, che emergono come tentativi di rendere visibile l’invisibile, di dare corpo a ciò che resta sotto la soglia percettiva. La forma conica non appare come una conseguenza inevitabile ma come una scelta che interpreta geometricamente l’atto della ricezione sonora, attraverso una forma che i dati intervengono a modulare: la circonferenza è definita dal sezionamento dello spettrogramma, gli strummoli emergono come una costellazione di moduli che traducono porzioni di suono, come punti in rotazione nella mappa invisibile delle vibrazioni, affioramenti di un paesaggio acustico sotterraneo.

Soraya Checola, Luigi Manzi, Omphaloi, veduta della mostra, Fondazione Morra Greco, Napoli

Rotazione e suono

Giocattolo associato a Dioniso, con una valenza quasi cosmica, lo strummolo mette in relazione terra e movimento. Allo stesso modo, il progetto sembra oscillare tra misurazione scientifica e simbolicità arcaica, tra dato e rito. Ambiziosamente, il lavoro non si limita a rappresentare un luogo ma prova a riscriverne le logiche percettive: il sottosuolo non è più semplicemente fondamento ma ombelico, nutrimento e ferita dell’esistenza urbana.

È forse nel passaggio dalla complessità teorica, pienamente convincente, alla concretizzazione formale che emerge una frizione. La materia instabile, porosa e carica di energia evocata dal progetto tende a solidificarsi in oggetti che appaiono relativamente controllati, persino rassicuranti. Le forme stampate in 3D, pur derivando da dati acustici, sembrano cristallizzare – o addirittura chiudere – una tensione, traducendo l’instabilità del processo in una morfologia finita, parzialmente riattivata dal gesto del pubblico, chiamato a mettere in movimento gli strummoli con delle maniglie: elemento di interazione che ridefinisce il rapporto tra gesto, rotazione e suono.

Soraya Checola, Luigi Manzi, Omphaloi, veduta della mostra, Fondazione Morra Greco, Napoli

Oggetto-suono

In modo diverso, il lavoro individuale di Manzi, Cavallo a dondolo, sembra cercare una fisicità più disturbante, applicando tecniche proprie della scultura funeraria a un oggetto per bambini. Come nelle ninnenanne, che uniscono tono consolatorio e malinconie da nenia funebre, l’ambiguità di Omphaloi si carica di una gravità quasi dolorosa.

Un’altra possibile direzione di sviluppo è già rintracciabile nel lavoro individuale di Checola, AREA 512, dove la traduzione dei fenomeni geologici avviene in forma diretta con l’“oggetto-suono”. L’udito, anziché la vista, diventa la facoltà primaria per la comprensione corporea dell’ambiente. L’interazione con le micro-vibrazioni delle Bolle della Malvizza, rese percepibili attraverso processi di sonificazione, sposta il focus dalla rappresentazione alla presenza. Non più una forma che contiene il dato ma un’esperienza che lo attiva, restituendolo al corpo del fruitore.

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