11 aprile 2026

I mille volti della donna nella pittura del Barocco

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Dal 3 aprile al 28 giugno 2026, la Galleria BPER di Modena presenta La virtù e la grazia. Figure di donne nella pittura barocca, un’esposizione dedicata alla rappresentazione del femminile quale paradigma morale, fulcro simbolico e motore drammatico del grande teatro barocco

Diana e Callisto, Sisto Badalocchi ©BPER Modena

Curata da Lucia Peruzzi e realizzata con il patrocinio del Comune di Modena, la mostra La virtù e la grazia riunisce un significativo nucleo di dipinti seicenteschi provenienti dalle collezioni del Gruppo BPER, accostati a prestigiosi prestiti istituzionali e privati.

Nel piccolo scrigno che è la Galleria, situata nel cuore modenese, si dispiega un percorso tematico imperniato attorno alla figura femminile. Sante, vergini, martiri, eroine e seduttrici emergono come protagoniste di una narrazione visiva che attraversa la pittura barocca. La mostra mette in luce le varie sfaccettature che assume la figura femminile nella pittura del Seicento e la sua complessità. Si intende restituire la consapevolezza che la donna in questo periodo assume un ruolo inedito e centrale, riflettendo le tensioni spirituali del tempo e le trasformazioni sociali proprie dell’età della Controriforma.

La donna come simbolo privilegiato di virtù e coraggio

Non soltanto colte nella loro carnale sensualità ma innalzate ad emblemi della propria virtù, le donne che ci guidano lungo il percorso espositivo sono protagoniste di storie leggendarie, la cui origine risiede nel mito e nella storiografia cristiana. Le loro vicende sono spesso attraversate da sofferenza e sacrificio, dal pentimento e dalla conversione, e assumono così un valore emblematico, in particolar modo nel clima della Controriforma, ma sono anche in grado di arrivare all’emotività dello spettatore oggi. La mostra è articolata in cinque sezioni, ciascuna delle quali mette in luce un aspetto particolare della figura femminile che assurge a sua virtù. Il file rouge che attraversa l’intero percorso espositivo si rinviene nella sensualità del corpo femminile, restituito secondo una sensibilità barocca, in cui sensualità e spiritualità si fondono. Nei dipinti in mostra la corporeità femminile non si riduce mai a mera dimensione carnale.

«La figura femminile sboccia in modo particolare nell’arte barocca, come simbolo, portatrice di virtù, di valori morali e quindi proprio attraverso un’arte figurativa che vive di realtà di pittura che si riallaccia alla vita quotidiana, ma vive anche di esuberanza, di sentimenti, di sensualità». Queste le parole con cui curatrice Lucia Peruzzi introduce il progetto curatoriale. La figura femminile, raffigurata secondo la sensibilità barocca, diviene mezzo attraverso il quale veicolare i valori dell’antichità, in quanto ancora profondamente attuali.

Infine, aggiunge: «La cultura classica così come il mito devono continuare ad essere d’insegnamento contrastando questa generale tendenza al rifiuto del passato senza alcun tentativo di rielaborarlo attraverso la nostra sensibilità contemporanea per riempire anche i nostri vuoti in qualche modo».

Presentazione al tempio, 1625 circa. Rutilio Manetti ©BPER Modena

Sante, vergini e martiri

Questa sezione si apre con la Maddalena in meditazione di Lucio Massari, santa redenta, la quale, dopo aver conosciuto il peccato, attraversa una lunga strada di penitenza per ritrovare la luce della conversione e vivere un’esistenza di silenziosa preghiera. Maria Maddalena è l’eroina del 1600: dal lusso e i piaceri della giovinezza al pentimento, fino ad arrivare alla contrizione e rinuncia. Nonostante il suo legame con i piaceri della vita, da peccatrice lei partecipa a tutte le fasi della vita di Cristo. Ciò che stupisce è quella coesistenza tra tensione religiosa e vibrante sensualità dei gesti e delle forme del corpo femminile che attraversa tutta la mostra. I meravigliosi capelli rossi le scivolano lungo le spalle e lungo i seni, tentando invano di coprirli. Nonostante la rinuncia ad esibire le nudità della donna, grande sensualità trapela anche dalla raffigurazione che Guido Cagnacci, illustre personalità del Seicento italiano, fa di Sant’Agata, che riconosciamo per il consueto attributo dei seni recisi sul piattino, che richiamano al violento strappo delle mammelle con le tenaglie. La luce colpisce il volto e il collo della giovane donna, accarezzando le labbra socchiuse e la gola palpitante. Per citare il professor Daniele Benati, il quale ha attribuito la tela di Sant’Agata a Guido Cagnacci, «l’estasi non si manifesta attraverso la negazione del corpo ma anima e corpo formano una cosa sola».

La Maddalena in meditazione, 1613 circa. Lucio Vassari

Pericolose passioni

È nell’universo del mito, denso di amore, desiderio, tragedie e metamorfosi, che i pittori del Barocco incontrano un repertorio inesauribile di emozioni e suggestioni, traducendo la parola in un linguaggio visivo immediato e denso di pathos. La fonte di ispirazione maggiore è costituita dalle Metamorfosi di Ovidio in cui l’amore tra gli dei, travolgente e passionale, è elemento scatenante di episodi nefasti, penitenze, trasformazioni negli animali più disparati. Ma in questo percorso l’attenzione è volta alle donne del mito, protagoniste di storie drammatiche e vittime dell’esercizio della volontà degli dei. Come Europa, la bellissima figlia del re di Tiro, rapita da Giove, il quale, per appagare il suo desiderio di avere la giovane donna, si trasforma in meraviglioso toro bianco. Il momento più tragico, quello in cui il toro, ornato di ghirlande dalla fanciulla, trascina la giovane nel mare in direzione di Creta, è sublimato dal pittore Domenico Piola, esponente della scuola genovese, che cristallizza il momento tragico del rapimento. I versi di Ovidio vengono trasfigurati così in un’immagine vibrante e dinamica, animata dal movimento delle chiome e dei panneggi che si gonfiano evocando la forza impetuosa del vento che soffia dal mare.

Sempre vittima dei desideri e ambizioni di Giove, il quale escogita inganni e astuzie per appagare i suoi impulsi, è Callisto, protagonista dell’opera di Sisto Badalocchi del 1610. In una composizione meno dinamica de Il ratto di Europa, il dipinto narra il racconto ovidiano tratto del secondo libro delle Metamorfosi, restituendo il momento in cui Diana scopre incinta la ninfa Callisto alla quale Giove si era congiunto prendendo le sembianze della stessa dea. Callisto è circondata da ancelle che tengono in mano il drappo bianco per celare la sua gravidanza. Sarà trasformata da Giunone, gelosa del marito, in orsa ma fu lo stesso Giove a salvarla dai cani assieme al figlio Arcade rendendola una costellazione.

A sinistra Sant’Agata, 1640 circa di Guido Cagnacci. A destra Susanna e i vecchi, 1600 circa di Guido Carracci©BPER Modena

Seduttrici ed eroine

Un ulteriore aspetto della figura femminile viene in luce nella terza sezione della mostra. Non più ricettrici passive dell’agire degli uomini ma autrici di gesta valorose e spietate, le donne di questo nucleo di dipinti sono determinate e raffigurate nella loro legale autorevolezza. All’immagine della fanciulla vittima delle sofferenze inflitte da Zeus, si sovrappone quella di una donna sapiente, forte, consapevole, capace di imprese proprie dell’uomo. La figura di Giuditta, tra le più emblematiche del Vecchio Testamento, è consacrata quale archetipo di una femminilità potente e dominatrice nell’opera di Giacomo Cavedoni (1577- 1660), mentre Lucrezia, violentata da Sesto, figlio del re di Roma Tarquinio il Superbo, nella raffigurazione di Ercole Setti (1530-1618), viene rappresentata in una posa piena di nobiltà, come una scultura antica, nell’atto di pugnalarsi a seguito dell’offesa subita. Una donna che afferma la sua integrità morale brandendo in alto il pugnale come fosse una vittima sacrificale sull’altare.

Giuditta con la testa di Oloferne, 1620 circa, Giacomo Cavedoni ©BPER Modena

Dardi d’amore

Al modello femminile delineato dalla pittura barocca si accosta inevitabilmente il tema dell’Eros, centrale nel grande teatro dell’arte del Seicento. In ambito figurativo, l’immediata riconoscibilità di Eros si fonda su una tradizione iconografica stratificata, le cui radici affondano nell’antichità greco-romana e che, a partire dal Rinascimento, conosce una rinnovata e vastissima fortuna. Nel dipinto Rinaldo e Armida di Alessandro Tiarini (1577-1668), il dardo acuminato assume una consistenza simbolica e tragica, divenendo strumento di ferita mortale per l’innamorato, a testimonianza dell’intensità emotiva con cui gli artisti emiliani del Seicento interpretano gli episodi amorosi. Commozione e tormento trapelano dalla postura e l’espressività dei protagonisti, che riflette la sensibilità drammatica propria del tempo e che si proietta nello stesso spettatore. Struggente è, infine, la scena raffigurata da Bartolomeo Manfredi (1582-1622) nel quadro dal titolo Tancredi battezza Clorinda del 1620: il guerriero, sgomento dopo aver scoperto di aver cagionato la morte dell’amata Clorinda, versa l’acqua battesimale sul capo della giovane morente, in un gesto drammatico carico di pietas. Il tempo che separa Clorinda dalla morte sembra sospendersi, cristallizzando l’immagine dei due amanti che si scambiano uno sguardo carico di affetto e compassione. In questa immagine, l’Eros non si manifesta in cupidi o elementi simbolici, ma si sostanzia nel pathos spirituale, suggellando il dramma umano in una dimensione di intensa e commossa sacralità.

Tancredi battezza Clorinda, 1620 circa, Bartolomeo Manfredi ©BPER Modena

Allegorie barocche

L’allegoria è un elemento fondamentale nell’arte barocca e nella letteratura di quel secolo. Ed è alle figure femminili che si affida il compito di dare forma visibile alle virtù, a valori cristiani o profani. Ne è un esempio L’allegoria dell’abbondanza di Valerio Castello, anch’egli protagonista della stagione barocca genovese. Una giovane, circondata da angeli e vestita con elaborata ricchezza, dispensa monete d’oro mentre sotto il suo gomito sinistro una cornucopia rovesciata che riversa i frutti è Allegoria della Liberalità. Sono due allegorie che vanno lette congiuntamente, ad indicare che non vi può essere abbondanza senza liberalità, un concetto che ci fa riflettere sulla nostra contemporaneità. 

Allegoria dell’Abbondanza, 1659 circa, Valerio Castello ©BPER Modena

 

 

 

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